Venezuela: sotto tutela discreta. Dopo Nicolas Maduro, Washington punta sui Servizi e non sulla bandiera

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. C’è un modo americano di rientrare in un Paese senza esporsi subito con Ambasciate, protocolli e fotografie.

Si entra dalla porta laterale, quella dei Servizi. L’idea che circola a Washington è semplice: nella fase più instabile del dopo Maduro, la diplomazia rischia di essere lenta, vincolata, “troppo visibile”.

L’ex Presidente venezuelano Nicolas Maduro

I Servizi, invece, possono muoversi con contatti informali, canali ridotti, margini di manovra. Tradotto: prima si mette in sicurezza la transizione, poi si ricostruisce la facciata istituzionale.

Il disegno è quello di una presenza stabile, non episodica.

Non un’operazione lampo, ma un presidio che accompagni la nuova architettura del potere venezuelano, gestendo i passaggi delicati: equilibri tra apparati, controllo delle Forze Armate, stabilità di Caracas, neutralizzazione dei fattori di rischio.

La bandiera, semmai, arriva dopo.

Perché Delcy Rodríguez e non l’opposizione “pura”

La scelta di sostenere una figura di transizione come Delcy Rodríguez, invece di puntare sulla leadership più radicale dell’opposizione, non è un dettaglio di cronaca: è un calcolo. Washington sembra aver deciso che il problema principale non è “vincere” politicamente nel breve, ma evitare il collasso.

La Presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez

Un cambio troppo brusco può aprire fratture negli apparati, scatenare rese dei conti, far saltare la catena di comando e, soprattutto, rendere ingestibile la sicurezza.

Qui il punto è cinico ma realistico: nelle transizioni, la legittimità conta, ma la governabilità conta di più.

E la governabilità, in Venezuela, passa per i militari, per la sicurezza interna e per la capacità di impedire che il Paese diventi un territorio di competizione aperta tra potenze.

Il vero obiettivo: ridurre l’impronta di Cina, Russia e Iran

Il messaggio attribuito ai contatti statunitensi è netto: il Venezuela non deve più essere un rifugio o una piattaforma per avversari strategici degli Stati Uniti.

È qui che la “presenza” diventa geopolitica: non si tratta solo di ricostruire relazioni bilaterali, ma di cambiare l’orientamento internazionale di Caracas.

L’elemento più interessante è l’ipotesi di una condivisione selettiva di informazioni con alcune autorità venezuelane. Se davvero accadesse, sarebbe una forma di addestramento politico: ti aiuto a leggere il tuo territorio, ti indico quali reti tagliare, quali canali chiudere, quali dipendenze ridurre.

È un modo per trasformare la cooperazione di sicurezza in architettura d’influenza.

Scenari economici: petrolio, sanzioni e il ritorno dei capitali

La partita vera, come sempre in Venezuela, è economica. Un rientro statunitense, anche graduale, apre due scenari opposti.

Primo scenario: normalizzazione controllata. Riapertura di canali, ritorno di investimenti, ripresa parziale del settore energetico, miglioramento della liquidità e della capacità dello Stato di pagare salari e servizi. In questo caso la stabilità politica non nasce dalla democrazia “perfetta”, ma dal fatto che l’economia smette di collassare e la società torna a respirare.

Secondo scenario: transizione incompiuta. Se la nuova leadership non riesce a garantire sicurezza e prevedibilità, i capitali restano alla finestra, le reti criminali si rafforzano, il petrolio rimane ostaggio di corruzione e paralisi, e la fragilità sociale si trasforma in conflitto politico permanente.

In entrambi i casi, l’economia è l’argomento che rende l’intervento “vendibile” anche a Washington: non guerra, ma stabilizzazione; non occupazione, ma ripristino di condizioni per fare affari e ridurre presenze rivali.

Valutazione strategica: sicurezza dell’Ambasciata e controllo del territorio

Sul piano militare, la linea dichiarata è prudente: niente nuove azioni armate, al massimo personale per proteggere una futura Ambasciata.

Ma anche questa prudenza va letta per ciò che è: un modo per evitare l’immagine dell’intervento e, insieme, per mantenere un’opzione. La protezione di una missione diplomatica, in un contesto instabile, significa intelligence sul terreno, sicurezza ravvicinata, rete di contatti, capacità di evacuazione.

È una presenza “leggera” solo sulla carta.

Il nodo è un altro: il Venezuela post Maduro sarà attraversato da tensioni tra apparati, da possibili fronde, da economie illegali che hanno prosperato nel vuoto istituzionale. Una transizione governata dai servizi è, per definizione, un tentativo di prevenire l’esplosione di queste faglie prima che diventino ingestibili.

Geopolitica e geoeconomia: il ritorno dell’America nel suo cortile

Questa storia si inserisce in una logica più ampia: Washington torna a trattare l’America Latina non come periferia, ma come spazio di sicurezza strategica. Non serve dirlo ad alta voce: basta agire sui nodi dove si concentrano le presenze di potenze rivali.

Venezuela, in questo senso, è un simbolo perfetto: energia, rotte, migrazioni, reti criminali, e un posizionamento internazionale che negli ultimi anni ha favorito l’ingresso di attori ostili agli Stati Uniti.

Il rientro “discreto” attraverso i Servizi è la traduzione pratica di una dottrina: ridurre l’influenza altrui non con la forza plateale, ma con la gestione della transizione, la selezione degli interlocutori, la costruzione di dipendenze operative.

Il rischio: tutela lunga e legittimità corta

Resta il punto critico. Una regia di sicurezza può stabilizzare, ma può anche delegittimare. Se la popolazione percepisce che il nuovo ordine nasce più da accordi riservati che da un patto politico trasparente, la transizione rischia di diventare un governo “assistito”: stabile finché regge l’appoggio esterno, fragile quando deve camminare da solo.

È il paradosso delle transizioni pilotate: funzionano meglio nel breve, ma pagano un prezzo nel lungo. Eppure Washington sembra aver scelto: prima evitare il caos, poi discutere il resto. Nel dopo Maduro, l’America non punta a sventolare la bandiera.

Punta a controllare le leve. E in Venezuela, le leve non stanno nei ministeri: stanno negli apparati e nei flussi.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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