Venezuela sotto tutela: la guerra che non osa dire il suo nome

Di Giuseppe Gagliano*

CARACAS. Quando Donald Trump afferma che gli Stati Uniti “governeranno il Venezuela” fino a una transizione ritenuta sicura, il lessico è tutto tranne che casuale. Non parla di occupazione, ma di tutela; non di guerra, ma di ordine. È una grammatica già vista: l’intervento si traveste da amministrazione provvisoria, la forza da responsabilità. L’obiettivo dichiarato è stabilizzare; quello reale è decidere chi comanda e come.

Il presidente statunitense Donald Trump

 

Il nodo militare: presenza senza limiti

La disponibilità a usare “boots on the ground” e l’ipotesi di una seconda ondata in caso di resistenza indicano una scelta strategica aperta, senza scadenza. La cattura di Nicolas Maduro e il trasferimento negli Stati Uniti segnano il passaggio dalla pressione indiretta all’azione diretta. È la deterrenza che si fa governo. Ma il vero test resta l’atteggiamento delle forze armate venezuelane: coesione significa legittimazione del nuovo ordine; frammentazione, guerra a bassa intensità.

 

Transizione contesa

A Caracas, la proclamazione di Delcy Rodríguez come presidente ad interim e la richiesta dell’opposizione di riconoscere María Corina Machado raccontano un vuoto di sovranità riempito da attori rivali sotto l’ombrello statunitense. Trump evita appoggi netti: mantiene tutte le leve, parla con tutti, decide lui.

La Presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez

 

Il petrolio come chiave di volta

Qui il discorso si fa esplicito. Il Venezuela detiene le maggiori riserve al mondo; aprirle alle compagnie americane è il cuore dell’operazione. La promessa di ricostruzione energetica maschera una riconquista industriale: ritorno dei diritti, privatizzazioni, sicurezza garantita da truppe USA. Ma con prezzi bassi e infrastrutture logorate, il rischio economico è alto. Le aziende chiedono garanzie: sicurezza del personale, pagamenti, status nell’OPEC.

 

Geopolitica dei corridoi

Le sanzioni hanno spinto Caracas verso Asia e Caraibi; Pechino ha ampliato la sua influenza sul Canale di Panama, snodo che vale catene logistiche e leva economica. Per Washington, il Venezuela è anche un tassello per ridisegnare i flussi e contenere la Cina nell’emisfero occidentale. Non a caso, l’analisi dell’International Institute for Strategic Studies insiste sul valore di lungo periodo degli hub.

 

Intelligence e simboli

La cattura con supporto di una fonte della CIA, l’immagine di Maduro a bordo della USS Iwo Jima, le operazioni navali e i droni: è una guerra simbolica che prepara il terreno politico. I media di riferimento, dal New York Times a Politico, registrano il tentativo di normalizzare l’eccezione.

 

Conclusione

Questa non è una crisi venezuelana: è un cambio di dottrina. Governo senza mandato, economia senza confini, sicurezza senza termine. Il petrolio è la leva, la tutela la forma, la forza il contenuto. Il resto — democrazia, transizione, legalità — verrà dopo. Forse.

Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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