Di Giuseppe Gagliano*
EVIAN-LES BAINS (FRANCIA). Sulle rive del Lemano, il G7 si riunisce in un momento che racconta meglio di molti discorsi lo stato reale dell’Occidente.
Non siamo più davanti al direttorio planetario degli anni Novanta, quando Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone potevano ancora illudersi di governare l’economia mondiale attraverso una combinazione di ricchezza, tecnologia, moneta, istituzioni finanziarie e forza militare.

Siamo davanti a un organismo più fragile, più ristretto nella sua capacità di incidere, costretto a misurarsi con guerre che non riesce a chiudere, crisi energetiche che non controlla, potenze emergenti che non può più ignorare e contraddizioni interne che rischiano di diventare più pericolose delle sfide esterne.
Il vertice francese nasce sotto il segno di due guerre e di una possibile intesa.
Da un lato l’Ucraina, dove il conflitto con la Russia continua a logorare Kiev, Mosca e soprattutto l’Europa.
Dall’altro il Golfo, dove il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran apre una fase negoziale che può ridurre la pressione sullo Stretto di Hormuz ma non risolve la questione centrale: il rapporto tra sovranità iraniana, sicurezza energetica globale e declino della capacità occidentale di imporre condizioni senza pagare costi.
In mezzo c’è Donald Trump, tornato a essere il perno attorno al quale ruotano aspettative, timori e calcoli degli alleati.
I leader europei lo attendono, lo blandiscono, lo studiano.
Sanno che senza Washington non riescono a reggere l’Ucraina, ma sanno anche che con Washington non riescono più a costruire una linea stabile.
Il vertice mostra dunque un paradosso.
Il G7 è meno potente, ma per l’Occidente resta necessario. Non governa più il mondo, ma serve a impedire che l’Occidente si disgreghi davanti al mondo. È diventato una stanza di contenimento, non una cabina di comando.
Non decide l’ordine internazionale, prova a evitare che le divergenze tra Stati Uniti, Europa e Giappone diventino fratture insanabili.
Ucraina, il fronte che consuma l’Europa
La presenza di Volodymyr Zelensky conferma che la guerra ucraina resta il banco di prova della coesione occidentale. Trump promette di cercare un compromesso con Mosca, mentre l’Unione Europea annuncia nuovi strumenti finanziari per sostenere Kiev.

Ma la sostanza non cambia: l’Ucraina continua a dipendere dall’aiuto esterno,
la Russia continua a reggere una guerra lunga, e l’Europa continua a pagare un prezzo economico, industriale ed energetico altissimo senza avere una strategia politica autonoma.
La valutazione militare è ormai chiara. Kiev può ancora difendersi, colpire, resistere, logorare l’avversario.
Ma non può rovesciare da sola il rapporto di forza. Mosca, pur mostrando stanchezza e costi crescenti, dispone ancora di profondità demografica, industriale, territoriale e politica. La guerra è diventata una prova di durata.
E nelle guerre di durata non vince chi fa la dichiarazione più solenne, ma chi ha più munizioni, più uomini, più capacità produttiva, più energia, più pazienza strategica.
L’Europa, in questo quadro, appare prigioniera di un equivoco.
Ha trasformato l’Ucraina in una frontiera identitaria, ma non ha costruito gli strumenti per sostenerla davvero fino in fondo.
Non ha una difesa comune pienamente operativa, non ha una base industriale militare sufficiente, non ha autonomia energetica, non ha una diplomazia capace di parlare con Mosca senza apparire sconfitta o subalterna.

Il prestito da 90 miliardi annunciato da Ursula von der Leyen conferma la volontà di proseguire, ma non scioglie il nodo politico: con quale obiettivo finale? Vittoria militare, congelamento del conflitto, compromesso territoriale, sicurezza europea negoziata, contenimento della Russia?
Il G7 può finanziare la guerra, ma non può evitare per sempre la domanda sulla pace.
Iran e Hormuz, la tregua che riguarda il mondo
Il memorandum tra Stati Uniti e Iran pesa sul vertice quanto e forse più dell’Ucraina.
La riapertura dello Stretto di Hormuz, promessa da Trump in vista della firma dell’accordo a Ginevra e dei successivi sessanta giorni di negoziati, non è un dettaglio tecnico. È il cuore della sicurezza energetica mondiale.
Hormuz non è solo una rotta marittima: è una leva geopolitica, un punto in cui energia, moneta, potenza navale, assicurazioni, mercati e diplomazia si intrecciano.
Se lo Stretto resta aperto, i mercati respirano. Se si chiude, anche solo parzialmente, il prezzo dell’energia può salire, l’inflazione può tornare a mordere, le economie importatrici possono rallentare, le catene produttive possono subire nuovi contraccolpi.
Per questo il G7 guarda all’intesa con Teheran con prudenza ma anche con sollievo. Il problema è che l’accordo, se ci sarà, non cancellerà la frattura di fondo. Gli Stati Uniti vogliono limitare l’autonomia strategica iraniana.
L’Iran vuole il riconoscimento della propria sovranità e la fine dell’asfissia economica.

Israele teme che ogni intesa rafforzi Teheran. Le monarchie del Golfo vogliono stabilità, ma non vogliono restare ostaggio né dell’Iran né delle oscillazioni americane.
Dal punto di vista geoeconomico, il dossier iraniano supera la questione nucleare.
Riguarda il petrolio, il gas, il dollaro, la Cina, la Russia, l’India, i corridoi eurasiatici, il commercio fuori dai circuiti occidentali.
Un Iran reinserito, anche parzialmente, negli scambi internazionali potrebbe rafforzare i flussi verso l’Asia, consolidare rapporti con Pechino e Mosca, ridurre l’efficacia delle sanzioni e spingere altri Paesi a cercare margini di autonomia.
Per Washington è un rischio. Per l’Europa potrebbe essere un’opportunità. Ma l’Europa, ancora una volta, sembra incapace di trasformare un’occasione in strategia.
La Cina, il vero convitato di pietra
Il G7 parla di Ucraina e Iran, ma pensa alla Cina. Pechino è il vero centro gravitazionale della riunione, anche quando non è nominata.

È partner economico, concorrente industriale e rivale strategico. È compratore, produttore, finanziatore, innovatore e potenza militare in espansione.
Il vertice affronta le politiche industriali cinesi, le materie prime critiche, le tecnologie avanzate, la transizione energetica e la necessità di ridurre le dipendenze nei settori chiave.
Ma dietro queste formule diplomatiche c’è una realtà più dura: l’Occidente non può più vivere senza la Cina, ma non vuole dipendere dalla Cina. E non sa ancora come risolvere questa contraddizione.
La superiorità cinese nelle filiere verdi è il segnale più evidente. Mentre Trump liquida il cambiamento climatico come una truffa e l’Europa si perde tra ambizioni normative e fragilità industriali, Pechino installa capacità solare ed eolica in dimensioni enormi, controlla parti decisive delle catene delle batterie, delle terre rare, dei pannelli, dei componenti della transizione energetica.
L’Occidente ha trasformato il clima in discorso morale; la Cina lo ha trasformato in industria.
E nel mondo reale conta più la fabbrica del sermone.
La competizione con Pechino obbliga il G7 a parlare di sicurezza economica. Ma sicurezza economica significa protezionismo selettivo, controllo degli investimenti, riduzione delle dipendenze, politica industriale, sostegno pubblico, catene di approvvigionamento alternative.
In altre parole, significa la fine dell’illusione liberista secondo cui il mercato globale avrebbe reso superflua la potenza. Il mercato globale non è finito, ma è tornato dentro la politica di potenza. E il G7 ne prende atto con ritardo.
Debito, clima e sviluppo: i grandi rimossi
Mentre i leader discutono di guerre, energia e Cina, scivolano ai margini i temi che riguardano la maggioranza del pianeta: cooperazione allo sviluppo, debito dei Paesi poveri, cambiamento climatico. È qui che il G7 rivela la sua crisi morale prima ancora che politica.
Gli aiuti internazionali diminuiscono, le spese militari aumentano, il debito estero assorbe quote sempre più pesanti delle entrate dei Paesi a basso reddito, e la transizione climatica resta sospesa tra retorica occidentale e capacità produttiva cinese.
La contrazione degli aiuti allo sviluppo segnala un mutamento profondo.
L’Occidente non promette più integrazione, crescita condivisa e convergenza. Promette sicurezza, contenimento, selezione degli alleati, controllo delle migrazioni, difesa delle proprie filiere.
I Paesi del Sud globale lo capiscono benissimo.
Vedono un G7 che chiede allineamento sull’Ucraina, prudenza sull’Iran, distanza dalla Cina, ma offre meno cooperazione, meno credito politico, meno apertura commerciale. Così cresce lo spazio per i BRICS, per la Cina, per la Russia, per le potenze regionali che parlano il linguaggio della sovranità, delle infrastrutture, dell’energia e del credito alternativo.
Il debito è la nuova forma della dipendenza. Molti Paesi poveri spendono una quota enorme delle entrate in valuta estera per ripagare creditori esterni. Questo significa meno ospedali, meno scuole, meno infrastrutture, meno sicurezza alimentare, più instabilità politica.
Il G7 discute gli squilibri mondiali, ma fatica ad affrontare lo squilibrio più elementare: un sistema finanziario che continua a drenare risorse dai Paesi fragili verso i centri del capitale globale.
Il declino relativo dell’Occidente
Il dato sul peso economico del G7 è il più eloquente.
Negli anni Novanta i sette grandi rappresentavano circa il 68% del prodotto interno lordo mondiale.
Oggi sono intorno al 44%. Gli Stati Uniti hanno tenuto meglio degli altri, la Cina è passata da potenza marginale a secondo pilastro dell’economia globale, l’Europa ha perso slancio, il Giappone è in stagnazione lunga, le economie emergenti hanno ridotto il divario.
Il G7 resta ricco, ma non è più dominante come prima. Resta influente, ma non decisivo da solo.
Questo ridimensionamento spiega l’allargamento del vertice ad Arabia Saudita, Brasile, Corea del Sud, Egitto, India e Kenya. Non è generosità diplomatica. È necessità. Il G7 ha bisogno di parlare con chi non appartiene più docilmente al campo occidentale.
L’India non vuole essere vassallo di nessuno.
L’Arabia Saudita tratta con Washington, Mosca e Pechino.
Il Brasile guarda al Sud globale.
L’Egitto cerca risorse e margini.
Il Kenya rappresenta una parte dell’Africa che vuole contare di più.
La Corea del Sud resta alleata degli Stati Uniti, ma vive dentro la geografia asiatica della competizione tecnologica e industriale.
Questo formato allargato dimostra che il G7 non basta più.
Può coordinare l’Occidente, ma non può governare il mondo senza gli altri. Il problema è che l’Occidente fatica ancora ad accettare psicologicamente questa evidenza. Continua a parlare come se il resto del mondo dovesse adeguarsi.
Ma il resto del mondo ascolta, negozia, prende tempo, incassa vantaggi e poi decide secondo i propri interessi.
Conclusione: salvare il G7 o superarlo?
Il commento di Antonio Villafranca di ISPI coglie un punto essenziale: il G7 è ormai l’ombra di ciò che era, ma per l’Occidente resta utile perché mantiene aperti canali di confronto con gli Stati Uniti di Trump e, più in generale, con un’America destinata forse a restare distante dall’Europa anche dopo Trump.
È una diagnosi realistica. Il G7 non è più il governo del mondo, ma può ancora essere il luogo in cui il blocco occidentale evita di frantumarsi.
Tuttavia, la domanda vera è più scomoda.
Basta salvaguardare il G7 o bisogna ammettere che il mondo è ormai oltre il G7? Se il vertice serve solo a coordinare difesa, sanzioni, contenimento della Cina e gestione delle emergenze, allora sarà sempre più percepito dal Sud globale come un club difensivo dell’Occidente.
Se invece vuole sopravvivere come spazio politico utile, deve riconoscere che sicurezza, sviluppo, debito, clima, energia e sovranità industriale non possono essere separati.
Evian racconta dunque un Occidente ancora ricco, ancora armato, ancora influente, ma non più centrale come un tempo.
Un Occidente che discute di guerre perché non riesce a costruire pace, parla di cooperazione mentre taglia gli aiuti, denuncia le dipendenze dalla Cina dopo averle costruite per decenni, sostiene l’Ucraina senza sapere come chiudere la guerra, guarda all’Iran con prudenza ma senza una vera idea di equilibrio regionale.
Il G7 non è morto. Ma non è più il trono del mondo.
È diventato il luogo in cui l’Occidente prende atto, lentamente e con fatica, che il secolo non gli appartiene più in esclusiva.
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