Vi racconto la storia di NESSUNO

Di Giusy Criscuolo

“Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta.” (Sir Winton Churchill)

Artsakh. Il 10 dicembre l’Artsakh ha “celebrato” (nel silenzio delle proprie dimore) l’anniversario che ricorda il referendum del 1991. Il referendum in cui gli armeni cristiani del Nagorno-Karabakh votarono sotto la neve, con il freddo che penetrava nelle ossa, uniti in unico afflato e sprezzanti delle intemperie, per esprimere il proprio parere e chiedere l’indipendenza da una regione che non li rappresentava né umanamente né religiosamente. Chiedendo il diritto all’autodeterminazione.

10 dicembre 1991 il Nagorno-Karabakh vota per la sua autodeterminazione – Credit Twitter

Questa differenza che c’era allora è evidente e si perpetra in modo più atroce oggi. Differenze che sfociano in un odio senza precedenti. Un odio indecifrabile che si manifesta sotto gli occhi di molti che osservano come voyeur dal buco di una serratura. Violenze che a distanza di un mese dalla tregua, vengono perpetrate con una freddezza tale da lasciare inorriditi e disgustati. Atrocità sulle quali non è possibile non dare di stomaco o non provare rabbia, dolore per la crudezza delle immagini e dei video che vengono pubblicati senza pudore, come se si trattasse di trofei di cui vantarsi.

Comunicazione – Vignetta – Credit Twitter

Così, mentre il Covid-19 porta via le generazioni migliori, quelle dei più grandi, quelle dei nostri nonni, dei nostri padri, di coloro che ci aspettavano per una chiacchiera, un sorriso, un racconto dei tempi che furono o un borbottio di dissenso, non molto lontano da noi, dove la pandemia sembra essere stata più “magnanima”, ci pensano i soldati azeri ed i mercenari turco/siriani a far morire la “storia” dell’Artsakh. Ad uccidere senza umanità quei nonni, che potrebbero essere i nostri. Quegli uomini canuti e sorridenti, pieni di rughe e con le mani smagrite dall’età. Quei nonni, sgozzati come vitelli, mentre si dimenano inermi cercando una via di fuga.

Non mi sento di parlare di inumanità, perché in questi esseri di umano non c’è assolutamente nulla.

Una vignetta satirica su Erdogan mentre saluta alla parata di vittoria a Baku – Credit Twitter

Finiti i botti che tanto piacciono agli “astanti” il sipario cala per puntare le luci sulla celebrazione della “vittoria” dell’Azerbaijan, nell’atto di salutare in modo trionfale l’amico d’armi che rientra in patria con tutto l’armamentario bellico, mentre in Artsakh gli uomini, le donne ed i bambini cristiani continuano a patire atrocità inenarrabili.

In questi giorni tutti hanno taciuto il fatto che la Francia il 3 di dicembre scorso abbia riunito l’Assemblea nazionale francese per parlare dell’Artsakh e con voto quasi unanime (188 contro i 3 contrari), ha approvato una risoluzione che riconosce l’Artsakh e condanna l’Azerbaijan e la Turchia per la loro aggressione contro l’Armenia e il Nagorno-Karabakh. Questo è seguito al voto della settimana precedente in cui il Senato francese, ha riconosciuto l’Artsakh e ha condannato la Turchia e l’Azerbaijan.

Parigi

“Il messaggio è forte e chiaro. Il governo deve cambiare la sua politica. Deve riconoscere la Repubblica del Nagorno-Karabakh e invitare i suoi alleati a seguire le orme di queste risoluzioni. Il governo deve, da oggi, aprire un canale di comunicazione diretto con le autorità dell’Artsakh, stabilire relazioni diplomatiche…”, ha aggiunto Boyadjia. Ma non è di questo che parlerò oggi. Oggi voglio raccontare delle storie e non parlare di decisioni politiche che spesso rimangono aleatorie e vane. Mentre le storie di questi uomini meritano di essere urlate e brutalmente spiattellate.

L’uomo ucciso dai soldati Azeri per aver ospitato militari armeni

Vi presento Ararat Khashatryan un uomo anziano dal sorriso pulito che viveva a Martuni. A ricordarlo con dei video e una foto, il Filmaker indipendente Emile Ghessen, che racconta la storia di uno dei tanti anziani sgozzati e decapitati, ma che per “fortuna” può essere ricordato con un nome.

Ararat aveva dato ospitalità al filmaker e ad alcuni soldati armeni con cui girava. Nei video l’uomo invita con entusiasmo gli uomini a casa sua, per condividere con loro il pranzo assieme alla sua famiglia. Un uomo che di certo non navigava nell’oro, ma che con il cuore di chi ha poco e da tanto aveva girato per i negozi con Ghessen per comprare qualcosa di buono da condividere.

A distanza di 15 giorni il filmaker apprende della morte di Ararat attraverso uno dei tanti video osceni e dalle foto frame tratte dallo stesso filmato. Così Ghessen, lo vuole ricordare pubblicando alcuni video ed una foto in cui i suoi occhi luminosi risplendono ancora prima di trovare la morte dietro un velo di assurda ingiustizia. Finendo con il dire: “I crimini di guerra non dovrebbero rimanere senza risposta”.

Ararat Khashatryan e l’infame video che ha permesso di dargli un nome e di essere ricordato

E allora eccomi qui, unita a ricordare con lui e con tutti coloro che ancora umanamente sento il dovere di urlare per tutti coloro che la voce non la posseggono più.

Ararat a cui si può dare un nome non è e non è stato il solo ad essere sgozzato come un capretto. Si perché purtroppo questi uomini che ricordano tanto i nostri nonni, sono stati e sono brutalmente massacrati come fossero animali. E mentre osservo e scrivo, a distanza di poco il cuore si ferma, davanti ad un nonno con un maglione azzurro che ha la sfortuna di incappare in tre mostri azeri vestiti di tutto punto nella loro uniforme, che conferisce loro i “superpoteri” di Gozer il Gozzeriano. Perché bisogna prendere la pillola del coraggio per operare questi abomini.

L’anziano viene placcato e messo a terra. Prova a dimenarsi con le forze che un vecchio può avere, ma senza successo. Il mostro azero prova con un coltello a sgozzare il “nono in azzurro” ma senza grande risultato. Allora un commilitone gli passa un’arma bianca più grande e ben affilata. L’uomo dimena le mani come un bambino inerme e indifeso. Si rannicchia su se stesso piangendo, mentre l’uomo in camouflage gli blocca con un ginocchio il braccio sinistro, lo porta al ventre come fosse un capretto e inizia ad infierire sul collo staccandogli la testa. Ammetto che ho vomitato e pianto.

L’ennesima violenza su un anziano sgozzato dai militari azeri – Se le foto sono orripilanti, il video dovrebbe condannarli alla forca

Queste bestialità non sono solo perpetrate nei confronti di uomini inermi, ma vengono abusate anche sulla storia, per cancellarne le radici e il passato. Così come ha fatto l’IS con Palmira e i talebani con i Buddha di Bamyan. Ma per questo ci sono sempre loro, gli armeni cristiani che cercano di salvare il possibile, di preservare il preservabile, mettendo in campo le sole forze che hanno, per portare via e conservare pezzi di storia che, ininterrottamente, dall’arrivo del nemico stanno “morendo” dietro i colpi di martello e di ruspe. Monumenti distrutti da chi quella storia la vuole cancellare assieme all’eliminazione di quegli uomini che portano con loro un patrimonio genetico e narrativo. Patrimonio che non devono più menzionare.

Un Genocidio culturale e umano che si sta perpetrando nel silenzio indifferente della moltitudine. Quale onore c’è, quale vittoria si prova ad infierire su vecchi inermi, donne e bambini. Si fa davvero fatica a tacere davanti a certe atrocità. Si fa fatica a rimanere freddi davanti a gesti che disumanizzano l’essere umano, rendendolo semplicemente un essere vivente simile alle bestie. Bestie che vivono nelle acque più profonde, nelle giungle e nelle savane, dove la legge del più forte e quella dettata dalla sopravvivenza giustificano atti che definiremmo disumani. Mentre la Turchia, sui suoi telegiornali ridisegna a piacimento i confini in essere, annettendo territori che appartengono all’Armenia.

Come l’Azerbaijan protegge e custodisce la storia armena

Vi è mai capitato di guardare un documentario e vedere che un gruppo di leoni rincorre un piccolo di gazzella per poi farlo a brandelli, o di vedere un branco di iene che si fiondano su cuccioli di leone perché la leonessa si è allontanata per procacciare del cibo? Vi sarà capitato di pensare: “Speriamo non ci riescano” oppure “Speriamo che gli operatori intervengano per fermare questa crudeltà”. Se vi è mai capitato, conoscerete benissimo la risposta che è “NO! Non interviene nessuno”. La natura va ripresa per quello che è e deve fare il suo corso. D’altronde è dall’alba dei tempi che funziona così.

Ma questo non può proiettarsi sugli uomini, di qualsiasi colore siano e a qualsiasi religione appartengano. Non si può tacere, non si deve tacere. Finché qualcuno ne parlerà, ne scriverà, qualcun altro si indignerà, in molti gireranno la testa (tanto è lontano, non mi tocca) e altri, magari in pochi si immedesimeranno cercando una soluzione. Questo anche se la soluzione non sarà facile da raggiungere e non saranno di certo dei “numeri umani” a risolvere la situazione. Ma bisogna parlarne.

La cattedrale di Shushi dopo che è stata ceduta agli azeri

Bisogna essere degli statisti per poter sedere al tavolo dei bottoni, quelli importanti, ed è solo lì che la voce di chi parla o semplicemente “fiata” viene comunque ascoltata. Poi ci sono i tavoli di quelli a cui è concesso partecipare, perché si deve, perché comunque ci sono, perché anche se non sono più una volta furono.

Ma diventa sempre più difficile riuscire a dare voce a quegli uomini e a quelle donne inermi che non possono far altro che subire in silenzio tra l’indifferenza dei “potenti” e di chi potrebbe decidere.

Senza parlare degli interessi economici e geopolitici legati indissolubilmente tra loro e che creano un effetto domino su tutti coloro che ne sono coinvolti, sia se c’è da guadagnare sia se c’è da perdere. Ed è per questo che ci si muove come ippopotami in un negozio di cristalli. Solo coloro che sanno di poter rompere qualche gioia si permettono di proferire parola. Fortunatamente, simpatie o antipatie a parte, qualcuno lo fa. Anche se dietro all’aspetto umano, si può celare un interesse di altro genere.

TV Turca manipola i confini dell’Azerbaijan mostrando di avere territori che non gli sono riconosciuti – l’immagine si commenta da sola

L’umanità, davanti alle indicibili atrocità che il mondo ci presenta su un vassoio di argento, sembra non avere più un senso. Ci riempiamo la bocca parlando di diritti umani, e chi per primo dovrebbe farli rispettare si limita a denunciare senza troppo sporcarsi le scarpe. “Tanto il nostro lo stiamo facendo” e la coscienza è pulita.

Di certo il mondo e l’Europa tutta sono affaccendati in ben altri rompicapo. Piccolini guardiamo al nostro tornaconto immediato, che tra l’altro sa di tutto tranne che di immediato, e voltiamo la testa dall’altra parte quando ci rendiamo conto che quel “qualcosa” non ci torna utile in nessun modo.

Ma fortunatamente tra le voci corali escono sempre quelle più significative, lanciate dai ragazzi che non solo credono ancora in un mondo fattibile, ma che si caricano sulle spalle l’onere e l’onore di ripristinare tutti i propri diritti in Patria e sulla terra.

I soldati azeri vandalizzano la cultura oltre che le persone e i simboli religiosi

Si perché questi giovani, che avrebbero tutto il diritto di guardare solo a se stessi per quello che gli accade, parlano con un cuore grande che si apre al mondo.

Tutti a voltare la testa, finché non tocca a me va bene così. Questo perché guardare e comprendere certe realtà fa male. D’altronde i più, girano la testa per cose che li riguardano da vicino, come si può dunque urlare per qualcosa che è lontano. Ma sono queste urla corali che potrebbero cambiare il mondo. Queste realtà non sono poi così lontane e se si impara a denunciare insieme, così come è stato fatto per la mafia e per la ‘ndrangheta, si può sperare in un futuro migliore da lasciare ai nostri nipoti e figli.

La città di Pisa ha riconosciuto l indipendenza della Repubblica di Artsakh

Preservare ciò che i nostri avi hanno ottenuto con il proprio sangue è un diritto ed un dovere di tutti. Il Mondo ha lottato per la libertà ed è per questo che per difendere ciò che abbiamo, dobbiamo urlare perché pure gli altri la possano condividere.

In tutto questo, dove siamo noi cristiani europei, dov’è l’Italia?

“E allora avanti popolo, che spera in un miracolo, elaboriamo il lutto con un Amen. Dal ricco col look ascetico al povero di spirito, dimentichiamo tutto con un Amen” Dice Francesco Gabbani in una sua canzone, dove denuncia l’oblio a cui tutti ci siamo abbandonati.

Queste sono le vignette che descrivono il sentire comune tra il Medio Oriente e il Caucaso – Credit Twitter

Ma come si dice, è dai piccoli gesti che nascono le grandi cose. Abbiamo dimenticato molti valori e nella frenesia dei nostri tempi ci ritroviamo a provare pena solo per noi stessi. Ma non è questo che ha reso il mondo migliore. Così se cerchi trovi e quando leggi che un gruppo di italiani “Iniziativa italiana per il Karabakh” ha pubblicato una lettera aperta all’UNESCO e che la città di Pisa ha riconosciuto l’Artsakh creando qualche “incidentuccio” diplomatico, allora capisci che il seme non è morto e che tutti possiamo fare la nostra parte ancora e per molto tempo. Ma questo solo finché saremo in grado di mantenere questa nostra “libertà”.

 

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