Washington e la posta in gioco centroamericana

Di Giuseppe Gagliano*

L’America Centrale è tornata al centro delle attenzioni della Casa Bianca. Non per un improvviso slancio idealista verso la democrazia della regione, ma per una ragione molto più pragmatica: l’Honduras è una cerniera geopolitica e militare troppo importante per essere lasciata oscillare tra Stati Uniti e Cina. La seconda amministrazione Trump ha fatto capire fin dal primo giorno che il cortile di casa non ammette concorrenti. E le elezioni del 30 novembre a Tegucigalpa non sono state solo una questione interna, ma un banco di prova per capire fin dove l’influenza statunitense possa spingersi oggi in un’area sempre più frammentata e diffidente.

Il peso della base di Soto Cano

Per chi guarda la regione con occhi strategici, la chiave è sempre la stessa: la base di Soto Cano, dove dagli anni Ottanta è insediata la Joint Task Force-Bravo. Una piattaforma che consente agli Stati Uniti di muoversi rapidamente contro i cartelli, controllare le crisi umanitarie, presidiare le rotte della cocaina e mantenere un avamposto avanzato in una regione dove la stabilità è più un obiettivo che una realtà. Se a questo si aggiunge Guantanamo, si capisce subito l’importanza dell’arcipelago di basi che Washington considera fondamentali per contenere la competizione con la Cina e per evitare che attori ostili sfruttino le fragilità locali.

Trump e la scelta del “suo” candidato

In questo quadro, l’intervento diretto di Donald Trump nel processo elettorale honduregno non sorprende. Il sostegno a Nasry Tito Asfura non nasce da un entusiasmo ideologico, ma dalla logica dell’affidabilità. Asfura è un conservatore classico, un uomo d’affari che promette di mantenere l’Honduras nell’orbita statunitense senza troppe sorprese. Che provenga dallo stesso partito dell’ex presidente Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti per narcotraffico, è un dettaglio irrilevante per Washington: ciò che conta è la prevedibilità politica, non la coerenza morale.

Trump ha impostato la sua narrativa con la consueta semplicità binaria: il suo candidato è “l’unico amico della libertà”, mentre gli altri rappresentano comunismo, inaffidabilità o, semplicemente, poca utilità strategica. Un messaggio confezionato non tanto per gli honduregni, quanto per le lobbies statunitensi che vedono nell’America Centrale un fronte cruciale della nuova competizione globale.

Una veduta di Tegucigalpa in Honduras (Hector Emilio Gonzales per unsplsh)

La debolezza del partito di governo

Dall’altra parte della contesa, Libre paga l’usura del potere. Xiomara Castro aveva promesso pulizia, giustizia sociale, rottura con i vecchi equilibri. Le aspettative sono rimaste in gran parte disattese. La collaborazione con gli Stati Uniti sui rimpatri ha colto tutti di sorpresa: si è passati dalle minacce di espellere i militari americani alla gestione di flussi record di deportazioni. Una giravolta che ha irritato una parte dell’elettorato, ma che a Washington è stata accolta come un segnale positivo, anche se non sufficiente a tranquillizzare chi teme derive troppo autonome.

Libre, per difendersi, ha puntato tutto sull’argomento della manipolazione del voto, accusando i rivali di voler ripetere i trucchi del passato. Ma la sfiducia verso le istituzioni elettorali è ormai trasversale, alimentata da anni di scandali, ritardi e battaglie interne agli organismi incaricati di garantire la trasparenza. In Honduras, la fragilità istituzionale non è una variabile: è la costante che decide il resto.

Il fattore Cina

Il nodo esterno più importante, però, riguarda la Cina. Dal 2023, quando l’Honduras ha rotto con Taiwan per legarsi a Pechino, la regione è entrata ufficialmente nella geografia della grande competizione tra Washington e il Dragone. La promessa cinese è semplice e potente: investimenti rapidi, pochi vincoli politici, visibilità immediata grazie a infrastrutture e progetti simbolici.

Gli Stati Uniti, invece, arrivano spesso con condizioni, tempi lunghi e l’ossessione per i diritti umani. Una differenza che ha già dato i suoi frutti altrove e che preoccupa Washington, anche perché l’America Centrale è diventata un asse di penetrazione silenziosa ma costante per le strategie globali di Pechino.

Sotto questo profilo, le elezioni honduregne misurano più di un mandato presidenziale: misurano il grado di apertura della regione ai capitali e alle reti cinesi. Ed è esattamente questo che la Casa Bianca vuole evitare.

Un Paese stanco e diffidente

Per la maggior parte degli honduregni, però, la geopolitica non è una priorità. Ciò che pesa davvero sono l’inflazione, la criminalità, il potere soffocante delle gang, i salari insufficienti, l’emigrazione come unica via d’uscita. Lo stato di eccezione permanente ha dato qualche risultato, ma non ha cambiato l’equilibrio tra bande e istituzioni. E la sensazione diffusa è che nessuno dei candidati abbia una soluzione credibile per riformare un sistema corrotto, ingolfato e per molti versi paralizzato.

Le primarie caotiche di marzo hanno poi aggiunto un ultimo strato di sfiducia. Se non si riesce a garantire il voto in tempo, è difficile convincere un Paese che i risultati finali saranno credibili.

Un futuro incerto

Per Washington, il vero incubo è uno scenario di instabilità post-elettorale che possa mettere a rischio il trattato di estradizione rinnovato nel 2025, o la piena operatività di Soto Cano. Per Tegucigalpa, invece, il timore è che l’Honduras venga trattato come un pedone sacrificabile nella scacchiera della competizione tra Stati Uniti e Cina.

È in questa frattura, tra interessi globali e bisogni locali, che si giocherà il futuro del Paese. E il risultato delle elezioni non sarà solo un nuovo presidente, ma il grado di autonomia – o di dipendenza – che l’Honduras potrà permettersi negli anni a venire.

 

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

 

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