Il trono e l’altare: la commistione letale tra religione e politica nella gestione degli Stati

Di Cristina Di Silvio*

WASHINGTON D..C. (nostro servizio particolare). Quando il potere temporale si inchina all’Eterno, la ragione si eclissa e la governance implode.

Dove finisce Dio e inizia lo Stato? Chi autorizza chi? Quando una legge è scritta “in nome di Dio”, chi osa emendarla?

Chi comanda davvero: il Presidente eletto o il profeta eterno?

Quando il Parlamento si ferma davanti al pulpito, esiste ancora uno Stato di diritto? O stiamo assistendo all’eutanasia della laicità, anestetizzata con l’incenso?

Un’immagine di guerra di religione

La commistione tra religione e politica non è una deviazione della Storia, è la sua struttura nascosta.

Ha costruito Imperi e giustificato genocidi. Ha protetto sovrani e seppellito popoli.

E continua a farlo, spesso sotto il velo del rispetto culturale, del diritto divino, della “tradizione”.

Ma la Storia è un cimitero di sistemi misti: l’Egitto adorava uomini-dei, l’Europa medievale uccideva in nome della purezza cristiana, l’Impero Ottomano amministrava con codici settari.

Religiosi sciiti in preghiera

Nulla di tutto questo è morto. Ha solo cambiato abito.

E oggi ritorna più sofisticato, più sistemico, più potente.

L’Iran moderno, costruito sulle ceneri dello Scià, è un laboratorio di teocrazia digitale: clero e mitra, Corano e repressione, dogma e cybersorveglianza.

Il caso delle spose bambine in Afghanistan e Pakistan

In Pakistan, la legge islamica punisce la blasfemia più duramente del femminicidio.

In Arabia Saudita, la monarchia compra il silenzio internazionale imponendo il culto. Ma dove finisce la fede e comincia l’architettura del controllo?

Nel 1947, in India, la fede divise la terra: oltre un milione di morti nel sangue della Partizione.

Gandhi, profeta disarmato, venne ucciso da un nazionalista indù che lo considerava un traditore dell’identità religiosa.

La religione, lì, non unì: esplose.

Oggi, lo stesso Paese è scosso da un nazionalismo induista che trova nella Bhagavad Gita giustificazioni al massacro.

Il passo in cui Krishna incita Arjuna a uccidere i suoi parenti sul campo, “perché è il tuo dharma”, è letto da ideologi hindutva come legittimazione morale alla violenza settaria.

Anche la Bibbia è stata arma. Il libro di Giosuè parla di stermini su ordine divino.

In 1 Samuele 15, Dio impone a Saul di distruggere “uomini, donne, bambini, lattanti”.

Questi versetti furono letti dai colonizzatori europei come licenza teologica allo sterminio degli indigeni americani. “Dio ce lo ha chiesto”, scrivevano nei diari.

La fede come giustificazione del dominio.

Un giovane islamico studia il Corano

Il Corano, decontestualizzato dai jihadisti, è diventato codice di guerra: “Strike their necks…” (Muhammad 47:4)”.

Bin Laden citava il testo sacro per giustificare l’11 settembre.

Immagine di Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda, ucciso nel 2011 dai Navy Seals nella località pakistana di Abbottabad

 

Ma non è la religione in sé a uccidere: è l’uso politico che se ne fa, la trasformazione della fede in strumento legislativo, militare, identitario.

I Balcani degli anni ’90 sono il manifesto tragico di questa fusione. La guerra etnica tra serbi ortodossi, croati cattolici e bosniaci musulmani fu accompagnata da liturgie belliche: Srebrenica fu preceduta da benedizioni militari. La croce non univa: tracciava confini.

La fede non proteggeva: indicava chi eliminare.

Oggi, in Nigeria, il conflitto tra cristiani e musulmani produce massacri regolari.

A Yelwa, nel 2004, 78 cristiani uccisi in una chiesa. In risposta, oltre 600 musulmani massacrati.

Nel Benue State, in questi mesi, più di 200 cristiani sono stati trucidati in un attacco mentre si rifugiavano in un tempio. Il governo ha parlato di “conflitti agricoli”. Ma chi porta armi automatiche per difendere il raccolto?

In Siria, la guerra civile si è trasformata in scontro settario. Sunniti, sciiti, alawiti, cristiani: l’appartenenza religiosa decide la vita, la morte, l’alleanza. In Yemen, l’Iraq post-Saddam, l’Afghanistan dei Talebani, lo stesso copione: l’Islam non come fede ma come struttura di governo, castigo e propaganda.

Le donne in Afghanistan vivono con la paura dei talebani

E in Occidente? Siamo davvero immuni? O solo più bravi a nascondere l’intreccio tra pulpito e potere?

Negli Stati Uniti, l’evangelismo detta legge: la Corte Suprema ha cancellato il diritto all’aborto, bloccato le tutele LGBTQ+, imposto una lettura teologica della giurisprudenza.

Trump e De Santis brandiscono la Bibbia come clava elettorale.

In Europa orientale, Orbán costruisce muri in nome della “civiltà cristiana”.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban

Putin si propone come difensore dell’ortodossia. Israele, Stato laico per costituzione, vive una crescente torsione teocratica: i coloni bruciano villaggi palestinesi leggendo la Torah. La democrazia, lì, convive con un diritto divino reclamato come inviolabile.

E l’Occidente osserva in silenzio. Perché la religione degli alleati è “cultura”.

Quella dei nemici è “fanatismo”.

La vera domanda è: può la religione convivere con la democrazia? Oppure la svuota, lentamente, trasforma il dissenso in eresia, il nemico politico in infedele? Se la legge è divina, chi osa negoziare? Se il diritto si fonda sulla parola eterna, c’è ancora spazio per l’accordo umano?

Le guerre non nascono solo da interessi. Nascono da dogmi.

Chi crede di avere la Verità non fa trattative: impone, converte, annienta.

Possiamo davvero esportare la democrazia dove regna la legge religiosa? Oppure stiamo inviando ambasciatori in un tempio, illudendoci sia un Parlamento?

E noi? Siamo davvero laici? O abbiamo solo sostituito il dogma con ideologie travestite da valori universali?

La parola “sacro” ha ancora senso in un mondo liquido, conflittuale, pluralista? O è solo un altro nome per il potere? Oggi, la minaccia non è il ritorno delle religioni, ma il loro uso sistemico e calcolato. La fede piegata alla politica.

Non l’integralismo come aberrazione, ma come strategia. Dio non vota.

Ma il suo nome è ovunque: nelle leggi, nei tribunali, nei programmi scolastici, nelle guerre. È ancora possibile una politica senza altari? Una legge senza agiografi? Una giustizia che non abbia bisogno di santi, né martiri?

O abbiamo già perso?

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

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