Di Giuseppe Gagliano*
ADEN. Aden, capitale provvisoria dello Yemen e simbolo della fragile sopravvivenza dello Stato riconosciuto a livello internazionale, è tornata a essere teatro di un confronto che va ben oltre un episodio di ordine pubblico.

Il tentato assalto al Palazzo presidenziale di al-Maashiq da parte di sostenitori del Consiglio di transizione meridionale rappresenta la manifestazione visibile di una crisi strutturale: la disgregazione dell’autorità statale sotto il peso di rivalità interne, influenze regionali e competizioni strategiche che travalicano i confini yemeniti.
Gli scontri di giovedì che hanno provocato morti e feriti, si sono verificati poche ore dopo la prima riunione del nuovo governo guidato dal primo ministro Shaya Mohsen al-Zindani, un esecutivo concepito per rafforzare la legittimità statale e ristabilire un minimo di coesione istituzionale.
Il messaggio dei separatisti è stato immediato e inequivocabile: il Sud non riconosce l’autorità del governo e considera la sua presenza ad Aden un’imposizione priva di legittimità politica.
Questo episodio dimostra che il conflitto yemenita non può più essere interpretato come una semplice guerra tra il governo e i ribelli Houthi sostenuti dall’Iran.
Il fronte anti-Houthi è esso stesso frammentato, attraversato da tensioni tra il Governo centrale e il Consiglio di transizione meridionale, una Forza Armata e politica che ambisce alla ricostituzione di uno Stato indipendente nel Sud, esistito fino al 1990 e profondamente radicato nella memoria politica locale.
Il gioco delle potenze regionali: Arabia Saudita contro Emirati Arabi Uniti
La crisi di Aden riflette una rivalità strategica più ampia tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, due alleati solo apparentemente uniti nella coalizione contro gli Houthi.

Riad sostiene formalmente il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale e punta alla ricostruzione di uno Stato unitario sotto la propria influenza.
Abu Dhabi, al contrario, ha investito politicamente e militarmente nel Consiglio di transizione meridionale, considerandolo uno strumento per consolidare la propria presenza strategica nel Sud dello Yemen.
Questa divergenza non è ideologica ma geoeconomica.
Il Sud dello Yemen controlla alcuni dei punti più sensibili del sistema commerciale globale, in particolare l’accesso al Golfo di Aden e alle rotte che conducono allo stretto di Bab el-Mandeb, attraverso cui transita una quota significativa del commercio energetico mondiale.

Il controllo di queste aree offre un vantaggio strategico enorme, permettendo di influenzare i flussi commerciali tra Europa, Asia e Medio Oriente.
Gli Emirati, già presenti in porti chiave come Aden e in altre infrastrutture marittime della regione, hanno costruito negli ultimi anni una rete di influenza basata su milizie locali, basi militari e investimenti portuali.
Questa strategia mira a trasformare Abu Dhabi in una potenza marittima capace di controllare i nodi logistici dell’Oceano Indiano occidentale.
Il collasso della sovranità statale e la proliferazione delle milizie
Il vero nodo della crisi yemenita è la disintegrazione dell’apparato statale.
Dopo oltre un decennio di guerra civile, lo Yemen non è più uno Stato unitario ma un mosaico di territori controllati da attori diversi, ciascuno sostenuto da potenze esterne.
Nel Sud, il Governo riconosciuto a livello internazionale tenta di riaffermare la propria autorità integrando le milizie locali nelle strutture ufficiali dello Stato.
Ma questo processo si scontra con ostacoli strutturali: le milizie dispongono di finanziamenti autonomi, catene di comando indipendenti e, soprattutto, legami politici e strategici con potenze regionali che non hanno interesse a vederle dissolversi.
Il risultato è la creazione di un sistema di sicurezza parallelo, in cui lo Stato esiste formalmente ma non controlla pienamente il territorio né il monopolio della forza. Aden stessa, pur essendo la capitale provvisoria, rimane un centro di potere contestato, dove la sovranità è condivisa, negoziata e continuamente messa in discussione.
Le implicazioni strategiche globali: lo Yemen come nodo della guerra geoeconomica
La destabilizzazione dello Yemen ha implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente.
Il Paese si trova in una posizione geografica cruciale, affacciato su una delle arterie più importanti del commercio mondiale.
Il controllo delle sue coste e dei suoi porti significa influenzare il traffico energetico tra il Golfo Persico, il Mar Rosso e il Mediterraneo.
In un contesto internazionale segnato dalla crescente competizione tra potenze regionali e globali, lo Yemen è diventato un campo di battaglia geoeconomico.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti competono per l’influenza diretta, mentre attori globali osservano con attenzione l’evoluzione della crisi, consapevoli che il controllo delle rotte marittime rappresenta uno degli strumenti più efficaci per esercitare potere nel sistema internazionale.
La crisi di Aden dimostra che il conflitto yemenita non è vicino alla conclusione, ma sta entrando in una nuova fase.
Non si tratta più solo di una guerra contro gli Houthi, ma di una lotta per la ridefinizione dell’ordine politico e strategico del Sud dello Yemen.
In questo scenario, la sopravvivenza stessa dello Stato yemenita come entità unitaria appare sempre più incerta, mentre il Paese rischia di trasformarsi definitivamente in uno spazio conteso, dove la sovranità nazionale è subordinata agli interessi delle potenze regionali e alle logiche della competizione geoeconomica globale.
*Presidente Centro Studi CESTUDEC
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