Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. A quasi quattro anni dal tragico e caotico ritiro dall’Afghanistan, gli Stati Uniti sembrano voler fare i conti con la propria coscienza – o almeno con la memoria collettiva di un’operazione che, più che segnare la fine di una guerra, ha suggellato l’impotenza strategica di una superpotenza.

Il nuovo Segretario alla Difesa, Pete Hegseth, esponente dell’ala più muscolare del trumpismo e veterano della Guardia Nazionale, ha ordinato un’indagine formale sulle modalità del ritiro da Kabul nell’agosto del 2021.
Un’indagine che arriva tardi, ma che punta a diventare un simbolo politico e militare.
Il fallimento come procedura
Quel 30 agosto 2021, quando l’ultimo C-17 americano si alzava in volo dal perimetro dell’Aeroporto Hamid Karzai, lasciando il Paese al dominio dei Talebani, era già chiaro che la storia americana in Afghanistan si sarebbe chiusa nel segno della vergogna.

Tredici militari americani uccisi in un attentato suicida rivendicato da una costola dell’ISIS; centinaia di civili afgani massacrati; migliaia di collaboratori locali abbandonati al loro destino; immagini di uomini aggrappati ai carrelli degli aerei che hanno fatto il giro del mondo. In quelle ore, l’idea stessa di leadership statunitense veniva corrosa da un misto di improvvisazione e cinismo.
Ora, Hegseth – già commentatore di Fox News e figura cara al fronte più critico dell’interventismo liberal – chiede “un esame senza censure” di quella ritirata.
Ma l’obiettivo non è solo stabilire responsabilità militari o politiche.
È anche, e soprattutto, riscrivere la narrazione interna, recuperare prestigio presso le forze armate e inviare un messaggio chiaro all’apparato di sicurezza nazionale: la prossima guerra non dovrà essere gestita allo stesso modo.
Il grande tradimento
Non è un caso che, nel motivare l’indagine, il Pentagono abbia parlato esplicitamente di “dolore irrisolto” per le famiglie dei caduti e per i veterani della guerra più lunga della storia americana.
Ma la ferita non è solo emotiva: è geopolitica. Il ritiro dall’Afghanistan è stato un acceleratore di sfiducia globale.
Ha aperto la strada a un asse sino-russo più aggressivo, ha fatto vacillare le alleanze nel Pacifico, ha alimentato il revanscismo in Medio Oriente e la percezione, soprattutto tra i partner della NATO, di un’America pronta a mollare tutto quando il gioco si fa duro.
Non va dimenticato, inoltre, che nel caos di Kabul si è consumato un ulteriore tradimento: quello nei confronti di centinaia di migliaia di afgani che per vent’anni avevano creduto, collaborato, sostenuto la presenza occidentale in nome di una promessa mai mantenuta.
Hegseth, nel suo annuncio, ha promesso che le “voci dei testimoni” saranno centrali: una promessa che suona, più che altro, come un tentativo di recupero di legittimità morale.
La partita politica
Ma c’è anche un secondo fronte, più cinico, da considerare: l’indagine ordinata da Hegseth è anche un’arma politica.
Serve a colpire l’Amministrazione Biden, che gestì il ritiro tra giustificazioni goffe e dichiarazioni contraddittorie.
Serve a rafforzare il campo repubblicano in vista delle elezioni, mobilitando il malcontento dei veterani e il risentimento anti-establishment.

E serve, infine, a rilanciare la centralità del Pentagono come regista della sicurezza nazionale in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e il caos globale rendono sempre più sfumati i confini tra guerra e pace.
Conclusione: una lezione ancora non appresa
Indagare oggi su quanto accaduto nel 2021 può sembrare un’operazione tardiva o persino auto-assolutoria.
Ma è anche un segnale: gli Stati Uniti stanno cercando di ricompattare il proprio apparato di difesa, rilegittimarlo agli occhi del mondo e, forse, prepararlo alle prossime sfide.
La vera domanda, però, resta aperta: quanto è disposta Washington ad imparare dai propri errori, quando questi errori mettono in discussione non solo una politica, ma un’intera visione del mondo?
Perché il disastro afgano non è stato un incidente, ma l’esito logico di un approccio coloniale mascherato da missione civilizzatrice.
E finché questo nodo non verrà sciolto – non nei rapporti del Pentagono, ma nella cultura strategica americana – nessuna indagine potrà restituire dignità ai morti di Kabul.
*Presidente Cestudec (Centro Studi Strategici)
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