Nave Aquarius, la legge è legge. Le norme della Convenzione di Amburgo del 1979 ancora in vigore

Di Alexandre Berthier

Roma. In una nota raccolta di aneddoti sulla professione di avvocato si legge, tra l’altro, una frase eccezionale: “E ricordate che la legge è uguale per tutte chille ca nun ci hanno a che fa”. Eh, si! Proprio così, il diritto internazionale con la sua Convenzione di Amburgo del 1979 – con tutte le sue previsioni di cui sentiamo parlare ogni giorno, da qualche tempo – si rivolge a tutti i membri della comunità mondiale, ma è tenuta in modesta e spesso nessuna considerazione dalla stragrande maggioranza di essi.

Migranti in attesa di entrare in Francia.

Certo, quando si registra un naufragio ogni tot mesi le attività di ricerca e soccorso/salvataggio diventano opere meritorie se hanno successo o disgrazie se finiscono male e basta. Ma quando il naufragio è per così dire pianificato, preparato, organizzato e messo in atto giornalmente o più volte a giorno, per poter usufruire delle previsioni della Convenzione di Amburgo, beh, le attività di ricerca e soccorso/salvataggio possono diventare un fastidio, un onere insopportabile, addirittura una cosa poco seria.

E da allora bene fanno coloro che chiudono gli occhi, induriscono il cuore e si tappano alle orecchie (cioè, non rispondono agli SOS lanciati con i telefoni satellitari). Lo farei anche io; non alla prima chiamata , non alla seconda, ma dalla terza volta in poi immancabilmente, inflessibilmente.ONG

In verità, l’Italia qualche volta ci ha provato, ma poi ha sempre ceduto alle pressioni di certa politica e infine si è trovata a fare tutto lei, attirando nel Mediterraneo, davanti alla Tripolitania, chicche e sia, a partire da naviglio militare di mezza Europa – i cui stati non consentono né attracchi né altre forme di aiuto a migranti che per loro sono irregolari– ed imbarcazioni di ONG, aventi sedi in Paesi europei e battenti bandiere sempre di Stati europei, che nulla vogliono avere a che fare con i migranti di qualsivoglia risma o categoria.

Nave Aquarius

E’ la classica calca di api in un campo di fiori ricchi di nettare! Da qui l’organizzazione sistematica e pianificata dei soccorsi e dell’accoglienza divenuta sinonimo di business. E’ poi inquietante sentire gli pseudo esperti della materia vomitare le loro incredibili verità urlate su giornali e talk show televisivi.

Le norme di diritto internazionale e del nostro Codice della navigazione sono chiare, ma sono ormai superate da quello che di esse si ritiene di poter affermare impunemente da mattina a sera. Una cosa è certa. I naufraghi protetti, ovvero soccorsi e salvati, a norma della Convenzione di Amburgo devono essere sbarcati al più presto nel “porto sicuro più vicino”: nel caso di quelli che naufragano in acque libiche i porti sicuri più vicini sono quelli della Tunisia e quelli di Malta. Non vi possono essere dubbi.

Se però chi li salva non ritiene di portarceli, o non riesce a portarceli, può portarseli a casa propria, ovvero nel Paese di bandiera della nave che ha effettuato il soccorso, sia essa la Francia, la Spagna, la Germania, l’Olanda, ecc. E’ ovvio che l’Italia, che non è in questi casi il “Paese sicuro più vicino”, ha il diritto sovrano di chiudere i porti, non ha nessun dovere di fornire alcun tipo di soccorso né all’equipaggio né ai naufraghi né temere le azioni delle giurisdizioni internazionali, cui occorre dare la giusta importanza e, a volte, anche nessuna, come fanno tanti Paesi a noi vicini!

Infine, perché scattino le previsioni della Convenzione di Amburgo, i naufraghi dovrebbero essere vittime di un naufragio fortuito e non di un naufragio organizzato. E credo che il 95% dei migranti via mare sulle rotte della Tripolitania sappia da prima di partire che sarà un naufrago, anzi spera ardentemente di esserlo perché quello status gli aprirà la porta al futuro di aspirante rifugiato o profugo o clandestino in attesa di regolarizzazione. Concludendo, è inutile invocare l’intervento dell’Unione Europea che non ha concretamente la possibilità di imporre politiche di accoglienza agli Stati membri che le rifiutano ed è ancor più inutile perdere tempo a richiedere interventi all’ONU con il suo UNHCR (Alto Commissariato per i rifugiati), che si deve occupare di rifugiati e non di migranti economici.

Ed è anche inutile “piangere sul latte versato in passato”. Sarebbe sufficiente ora fare come da anni fa con successo e determinazione Malta, Paese piccolissimo con una grandissima SAR (area di ricerca e soccorso) che quando dice no è no! Possibile che un Paese grande e importante come l’Italia non riesca a imporsi – non dico come fa la Francia, la Spagna o l’Austria, perché non siamo abituati – almeno come fa il piccolo arcipelago maltese?

Sarebbe altrettanto semplice, quando il nostro MRCC – Maritime Rescue Coordination Centre. Per noi, il Comando Generale delle Capitanerie di Porto, presso il Ministero delle Infrastrutture che oggi sostituisce il vecchio Ministero della Marina Mercantile, da cui dipendeva il Corpo delle Capitanerie di Porto, pur essendo queste un Corpo della Marina Militare – riceve chiamate di soccorso dalla SAR libica, tunisina o maltese – perché asseritamente gli MRCC di quei Paesi non rispondono – anziché assumersi l’onere di coordinare ricerche e soccorso, girare la chiamata al nostro Ministero degli Esteri perché attivi lui l’omologo del Paese responsabile sulla SAR interessata, possibilmente evitando poi che la nostra magistratura li persegua, incredibilmente, per ritardato od omesso soccorso.

 

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