Di Cristina Di Silvio *
KHARTUM. Nel cuore del Sudan, il Kordofan non è più soltanto una regione geografica: è un laboratorio di guerra contemporanea.
Qui ogni decisione tattica si confronta con l’analisi geopolitica e con i vincoli imposti dal diritto internazionale.
Le forze regolari, circa 8.500 effettivi suddivisi in dieci brigate mobili da 600‑900 uomini ciascuna, mantengono un apparato logistico complesso: batterie d’artiglieria calibro 122 mm e 155 mm, mortai da 82 mm e 120 mm, circa 40 carri T‑55 e 60 veicoli BMP‑1/2, lungo corridoi strategici che collegano Khartoum, El Obeid e i giacimenti petroliferi di Heglig e Al Fula.
Sul fronte opposto operano milizie paramilitari altamente mobili, come la

organizzate in unità da 50‑150 combattenti, armate con RPG‑7, mitragliatrici PKM e veicoli 4×4 modificati.
Le loro tattiche di guerriglia, imboscate e raid rapidi rendono instabile ogni corridoio logistico.
L’ultimo semestre ha visto un’impennata di attacchi mirati, con più di 300 incursioni aeree e via drone da parte della SAF e oltre 90 strike RSF, compresi droni impiegati contro leader tribali e centri urbani. I convogli mensili, con circa 500 tonnellate di carburante e munizioni, sono essenziali per garantire continuità operativa.
Contemporaneamente, la protezione dei civili è obbligatoria: ospedali, scuole e infrastrutture strategiche sono tutelati dalle Convenzioni di Ginevra e dai protocolli internazionali, e la violazione deliberata di questi principi costituisce crimine di guerra.
Le postazioni petrolifere di Heglig e Al Fula, sorvegliate da plotoni di 120‑150 soldati e UAV di ricognizione, rappresentano nodi critici di sicurezza energetica regionale.
Il monitoraggio aereo tramite droni Wing Loong II e Bayraktar TB2 consente interventi di precisione chirurgica, riducendo al minimo danni collaterali, mentre le brigate regolari conducono interdizioni mirate con mortai e artiglieria. Tuttavia, la costante minaccia di imboscate e raid sulla logistica mantiene alto il livello di rischio operativo.

Ogni operazione sul campo si confronta con principi di distinzione e proporzionalità, corridoi di evacuazione e tutela dei civili. La complessità del conflitto rende evidente che tattica e diritto internazionale non sono dimensioni separate: sono integrate nel processo decisionale quotidiano, dove errori o omissioni possono avere conseguenze immediate e rilevanti sul piano mediatico, politico e giuridico.
Il recente attacco drone a El Obeid, che ha causato decine di vittime civili, mostra come la violazione dei principi di protezione dei civili possa amplificare la pressione internazionale e influire sulla sostenibilità operativa.
Il Kordofan del 2025 non è un fronte statico, ma un ecosistema dinamico di guerra ibrida, dove logistica, armamenti e diritto internazionale interagiscono in ogni battito di guerra.
Il controllo dei corridoi, la protezione delle risorse critiche e la capacità di risposta rapida a droni e milizie mobili determinano l’equilibrio tra successo tattico e rischi strategici.
Per analisti, militari e policy maker, osservare la regione significa comprendere i confini di ciò che è tatticamente possibile, legalmente consentito e politicamente sostenibile.
Ogni bombardamento, ogni convoglio e ogni sorvolo UAV racconta una lezione di guerra moderna: precisione, strategia e diritto internazionale non sono solo concetti teorici, ma strumenti essenziali per la sopravvivenza e il controllo operativo. Kordofan resta, oggi più che mai, un laboratorio globale di conflitto contemporaneo.
ENGLISH VERSION
Kordofan: Modern Warfare Laboratory Between Drones, Artillery, and International Law
By Cristina Di Silvio**
KHARTUM. At the core of Sudan, Kordofan has evolved from a mere geographic region into a laboratory of contemporary warfare. Every tactical decision is weighed against geopolitical considerations and constrained by international law.
The Sudanese Armed Forces (SAF) deploy approximately 8,500 personnel, organized into ten mobile brigades of 600–900 soldiers each, supported by a robust logistical and firepower network: 122 mm and 155 mm artillery batteries, 82 mm and 120 mm mortar platoons, roughly 40 T‑55 tanks, and 60 BMP‑1/2 infantry fighting vehicles, positioned along strategic corridors linking Khartoum, El Obeid, and the oil fields of Heglig and Al Fula.

Opposing them, highly mobile paramilitary militias, notably the Rapid Support Forces (RSF), operate in small units of 50–150 fighters, equipped with RPG‑7s, PKM machine guns, and modified 4×4 vehicles.
These units employ guerrilla tactics, ambushes, and rapid raids, rendering all supply lines highly volatile.
Over the past six months, targeted operations have surged, including over 300 air and drone incursions by the SAF and more than 90 RSF strikes, incorporating drones deployed against tribal leaders and urban centers. Monthly convoys transporting approximately 500 tons of fuel and munitions are critical to sustaining operational continuity. Civilian protection remains mandatory: hospitals, schools, and strategic infrastructure are safeguarded under the Geneva Conventions and Additional Protocols, with deliberate violations constituting war crimes.
The oil installations at Heglig and Al Fula, monitored by platoons of 120–150 soldiers and reconnaissance UAVs, represent critical nodes of regional energy security.
Aerial surveillance via Wing Loong II and Bayraktar TB2 drones enables precision strikes with minimal collateral damage, while SAF brigades execute targeted interdictions using mortars and artillery. Nevertheless, the persistent threat of ambushes and raids against logistics convoys maintains high operational risk.
All field operations adhere strictly to the principles of distinction and proportionality, as well as the establishment of evacuation corridors and civilian protection measures.
The complexity of the conflict underscores that tactical execution and compliance with international law are inseparable, integrated into every decision cycle. Errors or omissions carry immediate repercussions across media, political, and legal domains.
The recent drone strike on El Obeid, resulting in dozens of civilian casualties, illustrates how breaches of civilian protection obligations amplify international scrutiny and undermine operational sustainability. Kordofan in 2025 is not a static battlefield, but a dynamic hybrid warfare ecosystem, where logistics, armaments, and legal constraints interact with every heartbeat of combat.
Control of supply corridors, protection of critical resources, and rapid response to UAV threats and mobile militias determine the balance between tactical gains and strategic risks. For analysts, military planners, and policymakers, observing the region provides insight into the operational limits of what is tactically achievable, legally permissible, and politically sustainable.
Every bombardment, convoy movement, and UAV overflight conveys a lesson in modern warfare: precision, strategy, and international law are not abstract concepts, but essential instruments for survival and operational control. Kordofan remains, today more than ever, a global laboratory of contemporary conflict.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni, geopolitica e diritti umani
**Expert in International Relations, Institutions, Geopolitics, and Human Rights
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