Di Giuseppe Gagliano*
PECHINO. Due rompighiaccio cinesi, lo Xue Long e lo Xue Long 2, hanno attraversato la Zona economica esclusiva (ZEE) e la piattaforma continentale estesa degli Stati Uniti nel Mare di Bering, diretti verso l’Artico.

La Guardia Costiera statunitense li ha seguiti con il Pattugliatore “Munro” nell’ambito dell’operazione di sorveglianza permanente delle attività straniere nelle acque settentrionali.

Il transito non costituisce, in sé, una violazione del diritto internazionale.
Il problema nasce dalla natura delle navi e dalle apparecchiature che trasportano.
I sistemi di rilevamento possono misurare profondità , conformazione dei fondali, temperatura, salinità e propagazione dei suoni sott’acqua.
Dati utili alla scienza, certamente, ma altrettanto preziosi per la navigazione dei sommergibili, l’individuazione delle unità avversarie e la localizzazione di cavi e infrastrutture sottomarine.
In mare, soprattutto nelle regioni polari, la distanza tra ricerca civile e impiego militare è sempre più sottile.
La conoscenza del fondale è già potenza militare
Per Washington, il passaggio delle navi cinesi al largo dell’Alaska non rappresenta soltanto una questione giuridica. È un segnale strategico.

La Cina sta costruendo una conoscenza sempre più dettagliata degli spazi marittimi vicini agli Stati Uniti e alle loro principali installazioni militari, dal Pacifico occidentale alle Hawaii, da Guam all’Oceano Indiano.
La mappatura dei fondali permette di individuare corridoi favorevoli ai sommergibili, zone di occultamento acustico e possibili punti vulnerabili delle comunicazioni sottomarine.
In un eventuale conflitto, queste informazioni potrebbero agevolare la penetrazione navale cinese, la protezione dei propri sommergibili lanciamissili e l’interruzione delle reti digitali dell’avversario.
La risposta statunitense resta prudente, ma il rafforzamento della sorveglianza segnala che l’Artico viene ormai considerato parte integrante della competizione militare tra le grandi potenze.
La Via polare della seta e l’ambizione cinese
La Cina non è uno Stato artico, ma si definisce una potenza vicina all’Artico e considera la regione un’estensione naturale della propria proiezione economica. Il suo obiettivo è accedere alle nuove rotte rese più praticabili dalla riduzione dei ghiacci, partecipare allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie e ridurre la dipendenza dai passaggi marittimi controllati dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
La rotta settentrionale lungo le coste russe consentirebbe, almeno in teoria, di abbreviare notevolmente il collegamento tra Asia ed Europa.

Per Pechino significherebbe diversificare le vie commerciali rispetto agli Stretti di Malacca, Bab el-Mandeb e Suez.
Per Mosca rappresenterebbe invece la possibilità di trasformare l’Artico in un grande corridoio energetico e logistico.
La cooperazione tra Russia e Cina comprende addestramento degli equipaggi, trasporto di gas naturale liquefatto, investimenti portuali e sviluppo di capacità navali adatte alle condizioni polari.
L’alleanza tra Mosca e Pechino ha limiti precisi
La convergenza russo-cinese, tuttavia, non equivale a una piena alleanza economica. Pechino collabora con Mosca quando ne ricava vantaggi, ma evita di esporsi alle sanzioni secondarie occidentali.
I produttori cinesi sembrano riluttanti a fornire sistemi di propulsione e governo necessari alle grandi navi rompighiaccio russe.
La Russia avrebbe bisogno di almeno 23 nuove unità di classe artica entro il 2030 per garantire una navigazione continua lungo la rotta settentrionale.
I cantieri nazionali non possiedono però tutte le tecnologie necessarie, mentre le forniture occidentali sono bloccate.
Senza l’appoggio cinese, il progetto rischia di rimanere al di sotto delle ambizioni proclamate dal Cremlino.
I dati sul traffico merci confermano la difficoltà . Mosca prevedeva ottanta milioni di tonnellate già nel 2024 e duecento milioni entro il 2030. I volumi reali sono rimasti intorno ai trentasette milioni di tonnellate, costringendo il governo russo a ridimensionare gli obiettivi.
Una relazione fondata sull’asimmetria
La Cina considera la Russia soprattutto come fornitore di energia, materie prime e accesso geografico.
Mosca ha bisogno dei capitali, della tecnologia e dei mercati cinesi molto più di quanto Pechino abbia bisogno della Russia.
Lo stesso squilibrio emerge nei negoziati sul gasdotto Forza della Siberia 2, dove la parte cinese chiede prezzi fortemente ridotti.
L’Artico rende evidente questa asimmetria.
La Russia possiede il territorio, i porti, le risorse e l’esperienza operativa. La Cina dispone invece della capacità finanziaria, industriale e commerciale necessaria a trasformare quelle risorse in un sistema economicamente sostenibile. Pechino può quindi aspettare, negoziare condizioni migliori e scegliere fino a che punto sostenere Mosca.
Il nuovo centro della competizione geoeconomica
La corsa all’Artico non riguarda soltanto petrolio e gas. Sono in gioco terre rare, pesca, rotte commerciali, cavi sottomarini, sistemi di sorveglianza e controllo degli spazi oceanici.
Chi raccoglie oggi i dati scientifici potrebbe ottenere domani un vantaggio economico e militare decisivo.
Gli Stati Uniti vedono l’avanzata cinese come una minaccia alla sicurezza dell’Alaska e alla libertà d’azione della propria flotta.
La Russia considera la regione uno strumento per compensare l’isolamento economico.
La Cina la interpreta come un corridoio alternativo verso l’Europa e come uno spazio nel quale costruire lentamente una presenza permanente.
Le due navi osservate nel Mare di Bering non sono dunque un episodio marginale.
Sono il simbolo di una trasformazione più profonda: l’Artico sta cessando di essere una periferia ghiacciata per diventare uno dei principali laboratori della competizione mondiale.
E, come spesso accade, la battaglia comincia con carte nautiche, rilevamenti scientifici e navi apparentemente innocue.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

