25 aprile: gli eroi in divisa. I militari italiani nella Resistenza

Di Costantino Del Riccio *
ROMA. Il 25 aprile rappresenta, nel cuore della coscienza nazionale, molto più di una semplice ricorrenza. È la data in cui l’Italia celebra la propria rinascita democratica, l’inizio di un nuovo percorso dopo gli orrori del nazifascismo. Onorarla con solennità è segno di rispetto verso una pagina decisiva della nostra storia ed espressione di una sensibilità collettiva.
Il termine che meglio sintetizza questo momento storico è uno solo: Resistenza.
Una parola che evoca l’eroismo di partigiani, giovani e donne che, armati di coraggio e speranza, si opposero al regime. Sulle montagne e nelle città occupate, la Resistenza divenne una scelta dolorosa ma necessaria.
Tuttavia, spesso si dimentica un altro volto della Resistenza: quello dei militari italiani. Dopo l’8 settembre 1943, molti soldati si rifiutarono di piegarsi all’occupazione tedesca e al collaborazionismo fascista. Migliaia combatterono al fianco dei partigiani o agirono in clandestinità, pagando con la vita o la prigionia la fedeltà al giuramento fatto alla patria, non al regime.
Soldati della divisione Acqui (foto Museo nazionale della Resistenza)
Questi uomini, trascurati nei racconti ufficiali, rappresentano una Resistenza di disciplina e volontà di riscatto. Dai militari internati nei lager tedeschi che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana a quelli che si unirono a partigiani e alleati, il contributo delle Forze Armate alla liberazione fu significativo.
La verità storica ci restituisce un quadro più articolato: la Resistenza fu una costellazione di azioni combattute su diversi teatri e con modalità varie.
La prima scintilla scoppiò l’8 settembre 1943, quando molte unità dell’esercito decisero di opporsi all’invasione tedesca, rigettando l’intimidazione alla resa. Quel giorno, senza ordini precisi e in un vuoto di comando, nacque un’altra forma di Resistenza: quella dei militari.
A Roma, a Porta San Paolo, soldati e cittadini combatterono fianco a fianco per difendere la capitale. All’isola d’Elba, operai, marinai e soldati impedirono l’occupazione tedesca.
In Sardegna, in Corsica, sulle Alpi piemontesi e nel Goriziano: ovunque si combatté.
A Cefalonia, Corfù e Lero, migliaia di soldati italiani si batterono contro i tedeschi, spesso in condizioni disperate.
Nei combattimenti, che durarono settimane, la sproporzione delle forze rese inevitabile la sconfitta, seguita da fucilazione o deportazione nei campi di concentramento.
A fare da sfondo a queste tragedie c’era una drammatica confusione: l’assenza di direttive chiare e l’incapacità dei vertici politico-militari di affrontare il collasso dell’8 settembre.
Tra le pagine più drammatiche e meno raccontate vi è quella degli IMI, gli Internati Militari Italiani: seicentomila uomini delle Forze Armate catturati dai tedeschi e deportati nei campi di prigionia in Germania e in Polonia. Non furono considerati prigionieri di guerra, ma “internati”, una definizione creata per negare loro i diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra.
Ad accomunarli non fu solo la prigionia, ma la scelta morale di non piegarsi. Hitler li punì con un “castigo esemplare”, ritenendo il loro rifiuto un tradimento da reprimere senza pietà. Nei campi di detenzione gli IMI furono costretti a lavorare in condizioni disumane, spesso ridotti alla fame e logorati dal freddo e dalle malattie.
A più riprese fu offerta loro una via d’uscita: tornare in Italia, a patto di arruolarsi nell’esercito tedesco o nella Repubblica Sociale. Ma la risposta fu un netto e coraggioso no. Per venti mesi, quegli uomini scelsero di resistere, pagando spesso con la vita: ne morirono 40.000.
Tra questi internati c’era anche Donato Tagliente, padre del Prefetto Francesco Tagliente, oggi Presidente della Fondazione Insigniti OMRI. La sua vicenda personale testimonia con forza l’onore e la fedeltà che animavano questi uomini: la dignità come scelta consapevole, anche in condizioni disumane.
Nel frattempo, in Italia, il seme della rivolta cominciava a germogliare. Nacquero le prime bande partigiane, composte anche da soldati e ufficiali scampati alla cattura, che compresero la necessità di lottare. Uomini abituati alla disciplina misero le loro competenze militari al servizio della libertà, affiancati da civili, giovani renitenti alla leva, contadini, operai e studenti.
Questi gruppi, inizialmente ridotti, si trasformarono in formazioni sempre più strutturate. Dalle montagne scesero nelle città, colpirono i centri nevralgici dell’occupazione, sabotarono convogli e liberarono prigionieri. Fu una guerra logorante, condotta senza tregua, con risorse limitate ma un’enorme forza morale.
Quella spinta, nata in silenzio e cresciuta nella clandestinità, culminò nell’insurrezione della primavera del 1945, accelerando la ritirata tedesca e segnando la rinascita civile dell’Italia.
Nel Sud liberato iniziava un nuovo capitolo: la ricostruzione delle Forze Armate italiane. In quel frammento di patria libera germogliò la possibilità di rinascita.
Le prime unità furono costituite con i reparti operativi nel Mezzogiorno, ma la loro forza crebbe grazie a ufficiali e soldati del Nord occupato che decisero di attraversare le linee per sostenere il governo legittimo. Un gesto tutt’altro che semplice: passare il fronte significava rischiare la vita.
Un esempio emblematico fu Carlo Azeglio Ciampi, futuro Presidente della Repubblica, che ricordava con orgoglio il suo viaggio, da giovane ufficiale, verso il Sud dopo l’armistizio. Molti militari fecero la stessa scelta.
Non fu un percorso lineare: le diffidenze angloamericane e le difficoltà logistiche rallentarono il riconoscimento, ma alla fine reparti italiani furono integrati nella campagna contro il nazifascismo.
L’8 dicembre 1943, sul fronte di Monte Lungo, si aprì una nuova pagina della storia d’Italia. A soli tre mesi dall’armistizio, i soldati del Primo Raggruppamento Motorizzato affrontarono i tedeschi, segnando il battesimo di fuoco del nuovo esercito italiano. La battaglia di Monte Lungo rappresentò non solo una vittoria militare, ma la riconquista della dignità nazionale. La Patria, pur ferita, non aveva cessato di esistere.
Nell’aprile del 1944, l’Esercito prese forma nel Corpo Italiano di Liberazione (CIL), che operò in prima linea nella riconquista del Centro Italia.
Il percorso iniziato dopo l’armistizio si stava trasformando in un cammino di riscatto.
Dare piena dignità storica a queste vicende significa restituire alla Resistenza il suo carattere corale, senza sottrarre nulla al valore eroico della lotta partigiana che contribuì in maniera decisiva alla liberazione dell’Italia.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ribadito in più occasioni che il 25 aprile rappresenta “l’esito di un autentico moto popolare”, invitando a considerare “resistenti” non solo i partigiani, ma anche i militari che rifiutarono di arruolarsi nelle brigate nere e coloro che rischiarono la vita per sostenere la causa della libertà.
Un messaggio forte, che riconosce il valore di tutte le forme di Resistenza – armata, civile, silenziosa – restituendo al 25 aprile il suo significato più autentico: una festa nazionale e un’eredità condivisa.
* Presidente del Comitato consultivo della Fondazione Insigniti OMRI per la Comunicazione istituzionale, già dirigente del Quirinale
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