Di Pierpaolo Piras*
Roma. Recentemente, una pandemia da coronavirus (scientificamente battezzato come COVID-19) è dilagata in oltre 100 Paesi del mondo.

Da un punto di vista classificatorio, si definiscono come zoonotici per la loro capacità di albergare in seno a numerosi animali ed occasionalmente di trasmettersi all’uomo, probabilmente come frutto di una o più mutazioni.
I coronavirus hanno una specifica predisposizione a localizzarsi nell’apparato respiratorio, ledendo le strutture alveolari dove avvengono gli scambi di ossigeno e di anidride carbonica, fino a determinare un quadro gravissimo di insufficienza respiratoria acuta a rapida evoluzione, sino al decesso.
Un autorevole studio è stato eseguito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sulla sintomatologia più frequentemente comparsa in circa 55 mila casi, tutti rigorosamente accertati.
L’elenco dei sintomi e le relative percentuali d’incidenza sono stati i seguenti:
Febbre: 88%
Tosse secca: 68%
Senso di affaticamento: 38%
Tosse: 33%
Difficoltà alla respirazione: 19%
Dolori alle ossa e/o alle articolazioni: 15%
Mal di gola: 14%
Cefalea: 14%
Sintomi da raffreddamento: 11%
Nausea o vomito: 5%
Naso chiuso: 5%
Diarrea: 4%
Espettorato con sangue (emottisi): 1%
Occhi gonfi: 1%
Già da questi dati, affidabili perché emergenti dall’analisi di un numero altissimo di Pazienti, rendono chiaro il quadro clinico tipicamente dominato dalla patologia del sistema respiratorio.
Sin qui, la cosiddetta Influenza presenta, specie in fase iniziale, una sintomatologia che quasi nulla ha di diverso, ponendo grandi difficoltà di diagnostica differenziale anche ad uno Specialista esperto.
Fa specie, quindi, la grossolana faciloneria di tutti coloro che, tra politici e giornalisti, nessuno dei quali in possesso di preparazione e di studi in campo sanitario, hanno pontificato con tono, spesso ieratico, sui media minimizzando, quando non ridicolizzando l’esordio dei primi prodromi epidemici in seno alla popolazione italiana.
La radicale differenza con il virus influenzale sta nella localizzazione precipua del COVID-19 nelle basse vie respiratorie, rendendo il quadro clinico più grave.
La seconda differenza è costituita dalla diffusività di gran lunga più elevata, ecco il tassativo divieto di recarsi nello studio del Medico di famiglia.
Il COVID-19 è diabolicamente più insidioso ed ingannevole, perché l’incubazione del virus nella persona può essere di 24 ore con i segni pari a quelli di un raffreddore comune. Ma in altri può essere di ben 15 giorni.
Questo è stato il giusto motivo per il quale il Governo italiano ha prolungato (era ora!) ed appesantito le misure di isolamento dell’intera popolazione italiana fino al 3 aprile prossimo.

Potrebbe verificarsi qualche recidiva dopo tale data? La risposta non può che essere affermativa perché tutti i sistemi di vita biologici, virus compresi, sono per loro natura soggetti a mutazioni.
Una di queste potrebbe essere quella che, nel contempo, si selezioni un ceppo virale dotato di un potere incubatorio ancora più lungo di due settimane.
In questo caso si tratterà di usare le stesse rigide misure di isolamento come quelle di queste ore, ma anche le uniche capaci di fare la differenza per i cittadini tra sopravvivere e morire di insufficienza respiratoria grave.
Nel frattempo, la comunità scientifica mondiale si è già immediatamente impegnata a produrre sia un vaccino efficace (tempi tecnici 8-12 mesi) che dei farmaci ad azione diretta sul corpo virale.
Al momento attuale questi ultimi non ci sono.
L’opinione pubblica dovrà stare anch’essa in posizione di quarantena, ma perpetua, di fronte alle notizie provenienti da persone che non hanno mai studiato materie sanitarie (Medici ed Infermieri).
Le fonti più accreditate sono date dalle società scientifiche, facilmente raggiungibili in Internet e da nessun altro.
*Specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale
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