Di Giuseppe Gagliano*
RIAD. La crisi energetica mondiale non nasce da una semplice scarsità di petrolio.
Nasce dalla progressiva distruzione delle vie attraverso le quali quel petrolio raggiunge i mercati.

Gli attacchi condotti martedì scorso da Ansarallah contro gli impianti sauditi di Abha, Khamis Mushait, Najran e Jazan mostrano come la guerra regionale stia ormai prendendo di mira non soltanto i pozzi, ma l’intero sistema industriale, logistico ed elettrico che sostiene la capacità esportatrice di Riad.
Jazan rappresenta un bersaglio particolarmente sensibile.
Il complesso, costato oltre 20 miliardi di dollari, può lavorare circa 400.000 barili al giorno e ospita un impianto a ciclo combinato con gassificazione integrata capace di produrre 3,8 gigawatt di energia. Non è dunque una raffineria isolata, ma il centro di un sistema che alimenta attività industriali, infrastrutture e milioni di abitazioni. Colpirlo significa moltiplicare gli effetti economici dell’attacco ben oltre il danno materiale immediato.
Ancora più grave appare il presunto attacco all’oleodotto Est-Ovest, indicato dalle immagini satellitari e dalle anomalie termiche rilevate nel deserto a sud-est di Medina.
L’infrastruttura collega Abqaiq al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso, e costituisce la principale alternativa saudita allo Stretto di Hormuz.
Se i danni fossero confermati, Ansarallah avrebbe colpito non un oleodotto qualsiasi, ma la polizza assicurativa strategica dell’Arabia Saudita.
La strategia militare dell’avversario debole
Sul piano militare, gli Houthi applicano una forma avanzata di guerra asimmetrica. Non devono distruggere l’apparato saudita né affrontarne frontalmente l’aviazione. È sufficiente rendere insicure raffinerie, depositi, oleodotti, centrali e terminali marittimi.
Missili e velivoli senza pilota relativamente economici costringono Riad a impiegare sistemi di difesa molto più costosi, senza offrire la garanzia di una protezione completa.
La vera efficacia dell’offensiva risiede nella dispersione geografica degli obiettivi. Difendere contemporaneamente Jazan, Yanbu, l’oleodotto Est-Ovest, i porti del Mar Rosso e le infrastrutture meridionali richiede una rete di sorveglianza e intercettazione enorme. Anche pochi ordigni capaci di superare le difese possono interrompere la produzione, imporre controlli tecnici e aumentare i costi assicurativi.
L’avanzata di Ansarallah verso Hays, al-Khukha, Yakhtal, al-Mokha e Dhubab completa questa strategia terrestre e marittima. Il controllo delle coste prossime a Bab el-Mandeb consentirebbe al movimento yemenita di esercitare una pressione permanente su uno dei passaggi più importanti del commercio mondiale. Gli Houthi non avrebbero bisogno di chiudere completamente lo stretto: basterebbe convincere armatori e assicuratori che attraversarlo è diventato troppo rischioso.
La tenaglia tra Hormuz e Bab el-Mandeb
Il problema dell’Arabia Saudita è ormai geografico prima ancora che energetico. A est, lo scontro tra Stati Uniti e Iran destabilizza Hormuz. A ovest, Ansarallah minaccia Bab el-Mandeb e le infrastrutture affacciate sul Mar Rosso.

Le due principali porte energetiche della penisola arabica sono sottoposte contemporaneamente a pressione.
I dati citati nell’articolo descrivono un cambiamento drammatico: l’esportazione saudita sarebbe scesa dagli oltre sette milioni di barili giornalieri precedenti alla guerra a circa 3,2 milioni in agosto. Le esportazioni complessive dell’Asia occidentale sarebbero diminuite da circa venti a nove milioni di barili al giorno. Non siamo più davanti a un’interruzione temporanea, ma alla possibile trasformazione strutturale delle rotte dell’energia.
L’Arabia Saudita aveva costruito l’oleodotto Est-Ovest proprio per sottrarsi al ricatto di Hormuz. Ansarallah sta dimostrando che anche la via alternativa può essere colpita. È questo il risultato strategico più importante: rendere vulnerabile l’intera architettura di sicurezza energetica del Regno.
L’effetto moltiplicatore su prezzi e inflazione
Il prezzo del petrolio racconta soltanto una parte della crisi.
Brent sopra i 105 dollari, greggio statunitense oltre i 100 e petrolio dell’Oman oltre i 116 segnalano una forte contrazione dell’offerta.
Ma il vero punto critico è la raffinazione.

Gli attacchi contro gli impianti russi, le difficoltà saudite e la guerra nel Golfo riducono la disponibilità di benzina, gasolio e altri derivati proprio mentre la Cina torna ad aumentare le importazioni.
Negli Stati Uniti il gasolio vicino ai sei dollari al gallone, e prossimo agli otto in California, si trasforma rapidamente in inflazione alimentare e industriale. Il gasolio muove autocarri, navi, macchine agricole e impianti di riscaldamento. Il rincaro entra quindi nel prezzo di quasi ogni merce, erodendo il reddito delle famiglie già gravate da un indebitamento complessivo di 18.800 miliardi di dollari.
Washington dispone inoltre di margini sempre più ridotti.
Le riserve strategiche statunitensi sarebbero scese a 286,6 milioni di barili, sotto il livello operativo indicato per la sicurezza delle cavità saline.
Continuare i prelievi può contenere i prezzi per qualche settimana, ma rischia di compromettere uno strumento concepito per affrontare emergenze nazionali, non per correggere indefinitamente il mercato.
Tre scenari per l’economia mondiale
Nello scenario meno grave, gli impianti sauditi vengono riparati rapidamente, l’oleodotto Est-Ovest conserva gran parte della propria capacità e il traffico marittimo riprende gradualmente. I prezzi resterebbero comunque elevati, con effetti sull’inflazione e sulla crescita.
Nello scenario intermedio, gli attacchi continuano senza provocare una chiusura totale degli stretti. Il petrolio circola, ma con costi di trasporto, protezione e assicurazione molto più alti. Sarebbe una tassa geopolitica permanente imposta all’economia mondiale.
Nello scenario peggiore, la combinazione tra blocco iraniano, offensiva houthi e riduzione della raffinazione russa produce una crisi simultanea del greggio e dei carburanti.
In quel caso Europa e Asia importatrice sarebbero esposte a recessione, razionamenti industriali e nuove tensioni sociali.
Ansarallah ha dunque trasformato la geografia in un’arma. Colpendo poche infrastrutture decisive e minacciando due strettoie marittime, un movimento armato yemenita può influire sul prezzo del carburante negli Stati Uniti, sui costi industriali europei e sulla sicurezza energetica asiatica. È la conferma più brutale della nuova realtà: nell’economia globale, non occorre controllare il petrolio. Può bastare controllarne il passaggio.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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