Di Giuseppe Gagliano
CAMBERRA. Un colpo di scena potrebbe rimescolare le carte nel complicato intreccio diplomatico e industriale che ruota attorno ai sottomarini australiani.
Dopo il clamoroso strappo del 2021, quando Canberra abbandonò il “contratto del secolo” con la francese Naval Group per abbracciare il patto AUKUS con Stati Uniti e Regno Unito, i recenti segnali provenienti dall’Australia suggeriscono che la partita potrebbe non essere ancora chiusa.
Le telefonate dei vertici australiani ai colleghi francesi, riportate da fonti vicine al dossier, rappresentano una svolta inattesa, capace di ridare speranza a Parigi e al colosso della cantieristica navale Naval Group.

Ma la Francia, scottata dal tradimento di tre anni fa, resta cauta: è davvero possibile un ritorno in pista? Tutto inizia nel 2016, quando l’Australia sceglie Naval Group per la costruzione di 12 sottomarini a propulsione convenzionale, un accordo da 56 miliardi di euro che prometteva di rafforzare la Royal Australian Navy e cementare i legami tra Canberra e Parigi.
Il progetto, denominato “Attack Class”, prevedeva la produzione nei cantieri di Adelaide, con un significativo trasferimento di tecnologia e migliaia di posti di lavoro per l’industria australiana. Ma i rapporti si incrinarono presto: ritardi, costi lievitati e dissidi sul coinvolgimento delle imprese locali alimentarono tensioni crescenti.
Poi, nel settembre 2021, il colpo di grazia: il primo ministro Scott Morrison annunciò la rottura dell’accordo in favore di sottomarini nucleari americani, nell’ambito della nuova alleanza AUKUS.
Per la Francia fu una “pugnalata alle spalle”, come la definì il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, che richiamò gli ambasciatori da Canberra e Washington in segno di protesta.
Ora, a distanza di tre anni, il sogno nucleare australiano sembra vacillare.
L’US Navy, alle prese con le proprie priorità e ritardi nella produzione, non sarebbe in grado di consegnare i sottomarini promessi prima del 2035, e anche allora Canberra rischia di ritrovarsi con unità sotto bandiera americana, anziché una flotta autonoma.
Fonti vicine al Governo australiano parlano di un “piano B” che prende forma: dopo aver speso una fortuna per uscire dal contratto con Naval Group – 555 milioni di euro di indennizzo versati nel 2022 – e aver investito in un’alleanza che stenta a decollare, l’Australia starebbe riconsiderando le sue opzioni.
Ed è qui che la Francia rientra in scena.
Le chiamate dei vertici australiani, avvenute nelle ultime settimane, non sono passati inosservate.
Sebbene i dettagli restino riservati, si dice che Canberra abbia sondato la disponibilità di Parigi a riprendere il dialogo. Per Naval Group, che ha subito un duro colpo d’immagine e finanziario nel 2021, sarebbe un’opportunità di riscatto.
Ma la Francia non intende farsi illusioni. “Siamo aperti a discutere, ma non ci faremo trascinare in un gioco di false promesse”, ha dichiarato una fonte del Ministero della Difesa transalpino, lasciando intendere che qualsiasi negoziato dovrà essere accompagnato da garanzie concrete.
Sul tavolo ci sono diverse ipotesi.
Una possibilità è il ritorno a un progetto di sottomarini convenzionali, magari rivisto e corretto rispetto al vecchio “Attack Class”, con tecnologie aggiornate e un calendario più realistico.
Un’altra opzione, meno probabile ma non esclusa, potrebbe riguardare una collaborazione ibrida: sottomarini nucleari francesi, come i Barracuda già in servizio nella Marine Nationale, adattati alle esigenze australiane.
Quest’ultima strada, però, si scontra con la riluttanza di Canberra a dipendere da un alleato europeo dopo l’esperienza AUKUS, e con la complessità geopolitica di un’area – l’Indo-Pacifico – dominata dalla competizione tra Stati Uniti e Cina.
Intanto, a Parigi si respira un misto di prudenza e soddisfazione.

Il Presidente Emmanuel Macron, che nel 2021 aveva vissuto la cancellazione del contratto come un affronto personale, potrebbe vedere in questa apertura un’occasione per riaffermare il peso della Francia sullo scacchiere internazionale.

Ma i nodi da sciogliere sono molti: dalla fiducia reciproca, minata dagli eventi passati, alle pressioni degli Stati Uniti, che non vedrebbero di buon occhio un riavvicinamento tra Canberra e un partner NATO “ribelle”.
Sullo sfondo, la Cina osserva silete, ben consapevole che ogni mossa australiana rafforza o indebolisce il containment strategico voluto da Washington.
Per Naval Group, il ritorno in Australia significherebbe non solo un contratto milionario, ma anche la possibilità di dimostrare la propria affidabilità dopo anni di critiche.
L’azienda, che negli ultimi tempi ha puntato su mercati come l’India e i Paesi Bassi, potrebbe rilanciarsi come attore globale di primo piano. Eppure, la strada è in salita.
Come ha twittato di recente un analista su X, “l’orgoglio ha un prezzo, e l’Australia lo sta pagando caro”: Canberra, dopo aver snobbato la Francia, potrebbe ora dover bussare alla sua porta con il cappello in mano. Il futuro dei sottomarini australiani resta un enigma. Quel che è certo è che la partita è riaperta, e la Francia, pur con i piedi di piombo, è pronta a giocarsela.
Tra Canberra e Parigi si profila un nuovo capitolo: sarà una riconciliazione o l’ennesimo bluff diplomatico?
Solo il tempo – e forse qualche telefonata in più – ce lo dirà.
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