Anarchia: Il ruolo preventivo e repressivo della Guardia di Finanza a Napoli e nel Sud Italia (1869 – 1891)

Di Gerardo Severino*

ROMA (nostro servizio particolare). Per chi conosce bene la storia dell’anarchismo italiano è un fatto abbastanza noto quello secondo il quale la città di Napoli sia stata uno dei luoghi che, forse più di altri, ha destato maggiormente le attenzioni da parte delle Autorità di Polizia e di Sicurezza nazionali, e non certo per i suoi risvolti paesaggistici.

Uno dei testi più noti dedicato al ruolo di Napoli per l’anarchismo italiano

Più  volte, infatti, il capoluogo campano è stato  al centro di delicatissime questioni legate al mondo degli anarchici, e ciò – maggiormente – a far data da quel lontano 18 agosto 1871, allorquando, in virtù di un decreto del Ministero degli Interni, fu sciolto il locale Comitato della “Internazionale Socialista”, una delle tante associazioni operaie, ispirate prevalentemente al pensiero anarchico di Michail Bakunin, del quale è stato ampiamente trattato in un recente contributo apparso proprio su Report Difesa [1].(https://www.reportdifesa.it/anarchici-dalla-propaganda-con-i-fatti-dell800-alla-violenza-dei-giorni-nostri-quando-la-storia-si-ripete-e-punta-alla-destabilizzazione-della-democrazia-una-ricerca-di-eurispes-spiega-evoluz/)

L’anarchico Michail Bakunin

Il provvedimento di Polizia innescò una forte reazione da parte del movimento filosofico-individualista, tant’è vero che di lì a poco sarebbero proliferate in tutto il Paese cellule anarchiche, le quali, nel giro di pochi anni, avrebbero dato il classico filo da torcere alla Polizia e ai Carabinieri Reali, così come anche alla Guardia di Finanza, cui spettava la vigilanza politico-militare delle frontiere, sia terrestri che marittime, e non solo di quelle.

Sempre Napoli avrebbe, poi, fatto parlare di sé, allorquando il 17 novembre 1878 l’anarchico Giovanni Passannante, un cuoco 29 enne originario della Basilicata, vi attentò alla vita di Umberto I, da pochi mesi succeduto al “Padre della Patria”, Vittorio Emanuele II.

L’attentato di Passannante ai danni di Umberto I a Napoli nel 1878

Il sovrano fu aggredito con un pugnale che il Passannante aveva nascosto in una bandiera rossa con la scritta “Viva la Repubblica Internazionale, Viva Orsini”, rimanendo incolume grazie al provvidenziale intervento dell’allora presidente del Consiglio, Benedetto Cairoli, il quale rimase leggermente ferito ad una gamba.

Felice Orsini

L’attentato, nel destare in tutto il Paese un’ondata di sdegno popolare contro il movimento anarchico, così come la mal celata diffidenza verso i meridionali, fece ovviamente scaturire l’inevitabile inseverimento delle disposizioni che regolamentavano l’ordine pubblico, così come vide aumentare i servizi di vigilanza e protezione di quelli che oggi definiremmo “obiettivi sensibili”.

Si tratterà di incombenze alle quali naturalmente non sarebbero state estranee anche le Guardie di Finanza, come cercheremo di ricordare attraverso questo saggio con il quale ricostruiremo alcuni fra gli innumerevoli episodi di un silenzioso servizio a tutela della Sicurezza Pubblica, esercitato anche a Napoli nel Sud Italia, così come accadde – per quanto in percentuali maggiori – lungo la frontiera terrestre che separa l’Italia da Francia e Svizzera, Paesi ove si ritrovavano gli anarchici di mezzo mondo, tutelati da assurde leggi sull’estradizione.

 IL MANCATO ATTENTATO AL TRENO REALE SULLA LINEA FOGGIA-NAPOLI (18 APRILE 1869)

É stato grazie ad un vecchio numero della rivista “Il Monitore Doganale” (la prima dedicata all’allora Corpo della Guardia Doganale) esattamente il numero 5 del maggio 1869 che siamo venuti a conoscenza di un fatto storico di cui non vi sarebbe – il condizionale è d’obbligo in questi casi – alcuna traccia né sui quotidiani ufficiali del tempo, né tanto meno nelle cronache italiane riportate in testi più o meno analitici.

Copertina dell’Illustrazione Italiana del 1902 con la raffigurazione dell’attentato al treno reale

Che due oscure Guardie Doganali (come furono chiamati i Finanzieri sino al 1881) con il proprio gesto eroico,  abbiano assicurato l’incolumità del Re d’Italia, peraltro in un contesto storico alquanto delicato per il Paese, come approfondiremo a breve, è certamente un fatto nuovo anche per chi si occupa da anni della storia del Corpo.

Non aggiungiamo altre considerazioni riguardo a ciò che sarebbe potuto accadere, sia a livello nazionale che internazionale, qualora l’attentato al treno reale si fosse realmente consumato.

Per meglio comprendere le cause dalle quali scaturì il tentativo criminale di attentare in quel di Foggia alla vita di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia, occorre ricordare in quale particolare, delicatissima situazione versava il Paese in quel frangente storico.

LA TASSA SUL MACINATO E LE REAZIONI ANARCHICHE

Sui vari accadimenti che si registrarono in quel primo semestre del 1869, periodo nel quale nel Meridione d’Italia si consumavano gli ultimi rigurgiti briganteschi, campeggiano certamente gli effetti negativi innescati dall’entrata in vigore (1° gennaio 1869) della famigerata e odiata “tassa sul macinato”.

Essa era stata varata l’anno precedente, allorquando Luigi Guglielmo Cambray Digny, ministro delle Finanze del neo eletto Governo Menabrea, nel corso della seduta del 20 gennaio 1868 della Camera dei Deputati, allo scopo di risanare il notevole deficit pubblico (causato anche dalla recente 3^ Guerra d’Indipendenza) propose alcu­ni provvedimenti di natura fiscale, fra i quali proprio un’imposta sulla macinazione dei cereali, che avrebbe operato (su percentuali di un quintale di prodotto della macinazione) nella misura di 2 lire per il grano,.0,80 centesimi di lira per il granturco, 1,20 lire per l’avena e 0,50 centesimi di lira per gli altri cerali.

Luigi Guglielmo Cambray Digny, ministro delle Finanze del neo eletto Governo Menabrea,

Approvata il 21 maggio e promulgata il 7 luglio successi­vo, l’imposta, trattandosi di una tassazione sui consumi, fu destinata a pesare enormemente sulla già precaria economia dell’Italia rurale e, soprattutto, sulle masse popolari, le quali ben presto subiranno le influenze della politica anarchico-sovversiva, dalla quale, in verità, mutuava già da qualche tempo una sorta di avversione contro il cosiddetto “Stato oppressore”.

Fra il 1° ed  il 3 gennaio del 1869, in Lombardia molti mugnai sospesero la propria attività per protesta.

A Parma e nei comuni limitrofi si svolsero, invece, grandi manifestazioni contadine, ben presto scaturite nell’assalto alla locale Sotto Prefettura da parte di un gruppo di manifestanti, i quali, dopo aver bruciato mobili e documenti, tentò persino di costringere il Sotto Prefetto a firmare una dichiarazione che aboliva la legge.

Ne scaturì un conflitto a fuoco con le Forze dell’Ordine, nel corso del quale persero la vita i primi due contadini.

A quel punto i disordini si estesero a tutta l’Emilia Romagna, così come in Toscana, con effetti davvero disastrosi.

In molte località di dette regioni si moltiplicarono, quindi, manifestazioni popolari, violenze, sommosse ed assalti armati ai danni dei Posti doganali e daziari, mulini e pastifici, per contenere i quali il Governo ordinò una durissima repressione, affidandone l’incarico al Generale Raffaele Cadorna, nominato Commissario Straordinario e dotato, quindi, di poteri eccezionali.

Al termine delle operazioni – ci ricordano le cronache del tempo – si conteranno circa 250 morti, fra dimostranti e soldati, ma soprattutto ne rimarrà sconvolta la vita politica nazionale, peraltro già travagliata, oltre che dalle polemiche sull’opportunità o meno di abolire la tassa, anche dallo scandalo che stava interessando alcuni parlamentari, accusati di presunti casi di corruzione legati alla concessione sulla Privativa dei Tabacchi alla società “Regìa Cointeressata dei Tabacchi” [2].

Altro fatto che in qualche maniera contribuì ad esacerbare gli animi di parte degli italiani, se non altro da un punto di vista ideologico, fu certamente la decisione [3] di Papa Pio IX di convocare presso la Basilica di San Pietro in Roma (la Città Eterna, ancora non era la Capitale d’Italia), per l’8 dicembre 1869, il Concilio Ecumenico Vaticano I, contro la quale s’innescheranno le ire degli anticlericali, anarchici in primo luogo, ma anche di chi tacciava la politica italiana di aver dimenticata la “Questione Romana” e di essersi accordata con i filo-clericali.

Papa Pio IX

Non solo, ma, mentre in Emilia Romagna e Toscana i soldati e le Forze di Polizia si contrapponevano ai contadini ed ai manifestanti, ci fu chi a Napoli decise persino di indire per la stessa data, e nella stessa città partenopea, il cosiddetto “anti concilio”, e chi, invece, diede vita alla prima sezione italiana dell’Internazionale, di chiara ispirazione anarchica.

Nel primo caso ci riferiamo al deputato di sinistra, Conte Giuseppe Napoleone Ricciardi [4](che nel 1861 era stato eletto deputato proprio a Foggia), il quale, attraverso l’iniziativa intendeva radicalizzare la politica anticlericale italiana, peraltro molto diffusa, specie dopo il triste epilogo di Mentana del 1867, sia a causa delle insanabili ferite prodotte dalle armi francesi, sia a causa delle  vendette papaline (pompate ad arte dagli oppositori) consumatesi fra novembre e dicembre del 1868 ai danni di alcuni patrioti romani [5].

L’idea del Ricciardi fu da lui stesso esposta attraverso un articolo apparso sul quotidiano napoletano “Popolo d’Italia”, uscito il 24 gennaio 1869, con il quale invitata a Napoli i liberi pensatori di tutto il mondo, con l’intento – lo citiamo per sommi capi – di opporre alla cieca fede, sulla quale si fondava il cattolicesimo, il gran principio del libero esame e della libera propaganda.

All’articolo fece, quindi, seguito la pubblicazione, il 27 gennaio, di un vero e proprio manifesto, nel quale ben presto vi si riconobbero non pochi uomini politici e di cultura.

Il secondo caso riguarda, invece, un gruppo di seguaci del prima citato anarchico russo, Mikail Bakunin, fra i quali riteniamo opportuno annoverare anche il rivoluzionario Carmelo Palladino (Cagnano Varano, Foggia, 23 ottobre 184219 gennaio 1886), che proprio nella ex capitale delle Due Sicilie diede vita, il 31 dello stesso gennaio 1869, alla prima Sezione italiana della cosiddetta  “Associazione Internazionale dei Lavoratori (A.I.L.)”, conosciuta anche come “Prima Internazionale”, un organismo che aveva lo scopo di assicurare un legame internazionale tra i diversi gruppi politici di sinistra (socialisti, anarchici, repubblicani mazziniani, marxisti) e tra le varie organizzazioni di lavoratori, in particolare operai, tanto che per questo motivo verrà ricordata anche come “Associazione Internazionale degli Operai”.

É probabile, a questo punto, che fra i denigratori delle scelte fiscali governative e, soprattutto, della recente repressione poliziesca, i nostalgici del Re borbonico Francesco II, gli anarchici e gli anticlericali, dovette maturare – se non altro concettualmente – l’idea di una vendetta contro l’anziano e malandato Sovrano d’Italia, anche se, così come approfondiremo a breve, la relativa dinamica dell’esecuzione dell’attentato non lascerebbe intendere che il gesto possa in qualche maniera essere ascritto a qualche anarchico foggiano o napoletano.

Anche se il “Padre della Patria” non godeva certo di buona stima da parte degli anarchici, dei repubblicani e dei loro simpatizzanti, annoverando per tali anche un giovanissimo Errico Malatesta [6] che, nel marzo 1868, appena 14 enne, spedì da Napoli a Sua Maestà il Re d’Italia una lettera piena di insulti e di affermazioni sovversive, evitando la prigione: “Grazie alle amicizie del padre e in considerazione della sua giovane età”[7], il mancato ricorso ad ordigni esplosivi, generalmente utilizzati dagli anarchici [8], è una chiara indicazione in chiave assolutoria, oltre che un rafforzamento di indizio a carico della criminalità reazionaria, pur ricordando, tuttavia, talune connessioni – se non altro dal punto di vista ideologico – fra i due fenomeni (anarchia e brigantaggio).

L”anarchico italiano Errico Malatesta

Nel caso in cui si dovesse condurre oggi un’indagine giudiziaria sull’accaduto, operazione che evidentemente non fu eseguita ab illo tempore, considerata la mancanza di riscontri documentali all’interno del fondo “Atti di Polizia” custodito presso l’Archivio di Stato di Foggia [9], si è, infatti, portati a ipotizzare come il gesto delittuoso possa essere ricondotto – beninteso nella fase dell’esecuzione pratica – a qualche rimasuglio (o esponente di spicco) del brigantaggio in Capitanata, magari più sensibile di altri riguardo al poco noto “appello di Bakunin”, di cui fa giustamente menzione lo storico Mario Spagnoletti, quando tratta della funzione rivoluzionaria del fenomeno brigantesco.

In un suo interessantissimo libro, lo Spagnoletti ci ricorda per l’appunto che “l’idealizzazione bakuniniana della funzione rivoluzionaria del brigantaggio, che il russo aveva così icasticamente espressa nel notissimo appello del 1869 intitolato “Posizione de problema rivoluzionario” […] il bandito è sempre l’eroe, il difensore, il vendicatore del popolo, il nemico irriconciliabile di tutto il regime statale, sociale e civile. Il lottatore per la vita e la morte contro la civiltà statale-aristocratica, funzionariale-clericale”[10].

I PARTICOLARI DELL’ATTENTATO AL TRENO REALE

Ma torniamo allo sconosciuto fatto di cronaca, precisando che il fallito attentato al treno reale si concretizzò nei pressi della Stazione Ferroviaria di Foggia, la stessa che il Sovrano d’Italia aveva inaugurato il 9 novembre del 1863.

Re Vittorio vi era giunto a bordo dello stesso treno reale con il quale aveva sin lì affrontato l’appena terminata e percorribile tratta Ortona-Foggia della cosiddetta  “Rete Adriatica”, tronco gestito dalla “Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali”, un’ impresa voluta e creata dal noto politico e statista Pietro Bastogi appena l’anno prima.

Il treno reale, partito il mattino del 18 aprile [11] da Firenze, che allora era ancora sede della Capitale d’Italia, il giorno precedente, era diretto a Napoli, città che in quel contesto storico coincideva soprattutto con residenza abituale dei Principi Ereditari, Umberto e Margherita di Savoia.

Gli stessi Principi di Piemonte, evidentemente con la presenza del primo Re d’Italia, avrebbero, il 22 di aprile di quel fatidico anno, festeggiato, tra i fasti della Reggia di Capodimonte, il loro primo anniversario di nozze, le quali erano state celebrate a Torino esattamente un anno prima.

L’anniversario, peraltro, sarebbe stato allietato anche da una bella ed attesa notizia: la gravidanza della Principessa Margherita, al termine della quale sarebbe nato il tanto atteso nipotino del Re d’Italia (evento che si concretizzerà il successivo 11 novembre, con la nascita di Vittorio Emanuele).

Il viaggio in treno alla volta di Napoli si concretizzò, inoltre, a pochi giorni da un evento mediatico la cui notizia aveva fatto il classico giro del mondo”.

Ci riferiamo al tanto atteso giubileo sacerdotale di Papa Pio IX, tenutosi esattamente il 10 aprile (in coincidenza del 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del pontefice) ed al quale aveva fatto seguito la solenne messa papale celebrata a San Pietro il giorno seguente, al cospetto di capi di Stato e personalità di mezza Europa, Regno d’Italia escluso.

Aggiungiamo, altresì, che lo stesso viaggio non era da considerarsi una vera e propria “passeggiata, vedendo il treno reale percorrere un lungo tragitto che abbracciava più tratte e, che esattamente da Firenze, lo avevano portato dapprima a Pistoia, di poi a Bologna e da qui ad Ancona (con tempi che rasentavano le otto ore solo per quest’ultimo percorso) per poi proseguire, come ricordava il dispaccio dell’Agenzia di Stampa “Stefani”, alla volta di Foggia.

Non solo, ma occorre anche ricordare che nell’aprile del 1869 la ferrovia Foggia – Napoli non era stata ancora ultimata del tutto.

Mancava, infatti, ancora all’appello il tratto che di lì a qualche anno avrebbe unito la stazione di Bovino (Foggia) a quella di Ponte (Benevento), dalla quale, solo da pochi mesi, la strada ferrata proseguiva alla volta di Caserta e, da qui, verso Napoli, di competenza della cosiddetta “Rete Tirrenica”.

Lo  “stradale” (via, strada) che univa allora le due località non ancora collegate dai binari era però servito da quello che oggi potremmo definire con l’appellativo di servizio sostitutivo”, rappresentato nel 1869 dalle diligenze dell’Impresa Mastrojanni, la quale si era aggiudicata i relativi trasporti per conto dello Stato, e sulle quali anche le Guardie Doganali godevano di uno sconto solo per i viaggi di servizio [12].

Pur non avendo alcuna idea riguardo alla circostanza che anche il Re Vittorio Emanuele ed il suo seguito abbiano preso, o meno, posto sulle diligenze della Mastrojanni, immaginiamo solo che la prosecuzione verso Napoli, specie dopo aver appreso del fallito attentato non dovette essere molto rassicurante, soprattutto per chi ebbe l’onere di assicurare la scorta armata.

Giunto a Foggia nelle prime ore della notte fra il 18 ed il 19 aprile, il treno reale vi sostò per qualche tempo, dovendo assicurare, con molta probabilità, l’approvvigionamento in loco sia di acqua che di carbone per la locomotiva.

É chiaro, quindi, che una possibile azione delittuosa non poteva che essere organizzata al di fuori della Stazione, la quale, pur essendo piccola e modesta, sarà stata sicuramente illuminata e, soprattutto, presidiata da Carabinieri Reali e truppe militari, prim’ancora che di un ovvio codazzo di autorità civili.

Tutti avrebbero notato eventuali presenze estranee”, soprattutto se fosse stata scelta la via dell’esplosivo, sicuramente la più efficace ma che necessitava di un sistema di accensione a vista.

La Stazione delle Ferrovie Adriatiche di Foggia sul finire dell’Ottocento

É altrettanto ipotizzabile che l’attentato sia stato comunque tentato a qualche chilometro di distanza, in direzione dell’odierno scalo ferroviario di Cervaro (sulla tratta per Bovino) ed in maniera tale che il treno reale avesse, quindi, ripreso sufficientemente la propria velocità, la quale, pur non essendo allora eccessiva, dovette essere considerata, e non solo dagli esecutori materiali, come la “conditio sine qua non” per un felice esito dell’attentato stesso.

Fatto sta che, scartato evidentemente il ricorso alle bombe ed agli esplosivi (dei quali – aggiungiamo noi – molto probabilmente gli attentatori non erano perfetti conoscitori), ragion per cui evidentemente l’attentato non fu organizzato a Napoli (in quei giorni fin troppo presidiata da militari e Forze dell’Ordine, a caccia di sovversivi mazziniani ed anarchici), non rimaneva altro fa fare che procurare al treno un micidiale deragliamento, al quale – aggiungiamo sempre a livello di mera ipotesi investigativa – avrebbe potuto far seguito un vero e proprio assalto a fuoco in perfetto stile brigantesco.

Chi volle allora – e fortemente – la morte di Re Vittorio Emanuele II pensò bene di sistemare sulle rotaie della “Linea Adriatica” due grossi macigni, così come espressamente citano gli atti matricolari di uno dei due eroici Finanzieri di cui tratteremo a breve.

Si trattava di massi di una certa consistenza il cui trasporto in  loco sarà stato verosimilmente curato da più persone, anche con l’ausilio di animali da traino.

Il tutto fu concepito ed ideato in maniera tale che l’urto della locomotiva avrebbe sicuramente determinato la fuoriuscita del piccolo convoglio ferroviario dalla propria sede naturale, fattore, questo, che ci lascia timidamente ipotizzare che all’organizzazione dell’evento delittuoso possa aver partecipato anche qualche “addetto ai lavori”, non necessariamente facente parte delle stesse Ferrovie.

La documentazione consultata a riguardo, molto scarna ed approssimativa, non ci ha consentito di approfondire ulteriormente la dinamica che portò alla scoperta del tentativo criminale.

Sappiamo solo che due Guardie Doganali, il Brigadiere Francesco Arena, Comandante della Brigata di Foggia, e la Guardia Francesco Catanese, suo sottoposto, mentre si trovavano in servizio di perlustrazione nei pressi della Stazione ferroviaria foggiana, si accorsero, appena in tempo, di quanto “mano ignota” aveva fatto, togliendo essi stessi-– ed immaginiamo noi con non pochi sforzi fisici – i grossi macigni che avrebbero sicuramente causato il deragliamento del treno reale.

A questo punto ci sembra ovvio considerare la curiosità di gran parte del lettori, i quali si saranno chiesti per quale motivo le Guardie Doganali erano presenti quella notte all’interno della richiamata stazione ferroviaria.

Ebbene, al di là del fatto che il passaggio del Sovrano italiano da Foggia non era sicuramente un fatto abituale, e per questo, riteniamo, fossero state mobilitate le varie Forze di Polizia, le Guardie Doganali prestavano saltuariamente servizio all’interno delle stazioni, e talvolta anche lungo alcune tratte ferroviarie in zone di confine, principalmente al fine di reprimere il contrabbando doganale, fenomeno che, principalmente nel Meridione d’Italia aveva sin lì visto cooperare gli stessi contrabbandieri con le varie bande brigantesche.

Il servizio era stato disciplinato sin dal 1862, grazie al varo di un decreto dell’11 settembre con il quale la vigilanza doganale delle Ferrovie (così come dei laghi di confine) fu regolamentata  attraverso le “Istruzioni disciplinari per l’applicazione del Regolamento Doganale”, le quali prevedevano – solo in un primo tempo – forme particolari di vigilanza da parte dei Finanzieri solo all’arrivo o alla partenza dei convogli o dei piroscafi dalle stazioni, peraltro ottenendo spesso la collaborazione degli stessi Agenti Ferroviari  [13].

É chiaro che la presenza in stazione del Brigadiere Arena non era abitale, essendo Comandante di una Brigata di appena 9 uomini, così rappresentati: un Brigadiere, un Sotto Brigadiere, sei Guardie Doganali del servizio attivo ed una Guardia del  servizio sedentario” per il servizio in Dogana.

La Brigata Volante[14] di Foggia, pur non essendo l’unico Comando del Corpo presente in città, era l’unico Reparto operativo, peraltro fortemente impegnato sia nella repressione del contrabbando, sia nella vigilanza diuturna alla locale fabbrica di fiammiferi, sia nella tutela dell’ordine pubblico.

Il piccolo contingente di Guardie dipendeva dalla Luogotenenza di Foggia, in quel contesto comandata dal Sotto Tenente Olivo Amaducci, la quale, disponendo solo di pochi uomini addetti all’ufficio, non poteva certo concorre ai vari servizi d’istituto.

La Luogotenenza, a sua volta, era inquadrata nel Circolo di Manfredonia, retto dall’Ispettore Arcangelo Sessa, a sua volta ancora dipendente dalla Direzione Compartimentale delle Gabelle di Foggia (che di lì a poco verrà soppiantata dalla neo costituita Intendenza di Finanza) retta invece dal Dr. Gaetano Varsi [15].

In mancanza di atti giudiziari – come s’è già precisato – così come di notizie giornalistiche di prima mano, non possiamo aggiungere altro riguardo a quanto sia o meno successo subito dopo la scoperta dell’atto criminale.

Razionalmente siamo portati ad immaginare che la notizia innescò una sorta di allarme generale, ed evidentemente una bonifica” dell’intero percorso ferroviario che il treno reale avrebbe dovuto compiere sino a Bovino.

É altrettanto probabile l’arrivo in zona di ulteriori contingenti militari, oltre ad un rafforzamento del dispositivo tutelare a favore di Vittorio Emanuele e del suo seguito.

É improbabile, considerati i tempi e le circostanze, che le due Guardie Doganali possano aver sfiorato in qualche maniera le mani, ma anche lo sguardo del sovrano italiano.

Attesa la partenza del treno reale, i due Finanzieri ripresero, infatti, il proprio turno di vigilanza, anche se con uno spirito diverso dal solito.

Il Re d’Italia giunse felicemente a Napoli lo stesso 19 aprile, rimanendovi per alcuni giorni, come testimoniano abbondantemente le cronache giornalistiche dell’epoca.

Nemmeno lui fece cenno dell’accaduto nelle varie lettere che scrisse da quei luoghi durante il suo soggiorno [16].

A quanto pare, così come ricordato in premessa, fu solo il “Monitore Doganale” del maggio 1869 a raccontare inconsapevolmente l’accaduto, evidenziando che il Brigadiere Arena e la Guardia Catanese fossero stati “encomiati e rimunerati il primo con £. 80, il secondo con £. 50, per lo zelo da essi spiegato nel rimuovere ogni pericolo dalla via ferrata che doveva percorrere il Treno reale la sera del 18 aprile 1869 diretto a Napoli, essendo stato da mali intenzionati posti grossi massi in pietra sul binario” [17].

La vicenda dei due militi del Corpo approdò evidentemente anche a Firenze, allora sede del Ministero delle Finanze e della Direzione Generale delle Gabelle, alla quale – molto probabilmente – si rivolse il Direttore delle Gabelle di Foggia, Dr. Varsi, volendo proporre i due eroi per una ricompensa d’ordine morale.

Come emerge dallo stato di servizio del Brigadiere Arena, l’unico atto reperito presso l’Archivio del Museo Storico del Corpo [18], il Ministero delle Finanze concesse sia il citato encomio che il premio in danaro con dispaccio del 28 aprile 1869, non ritenendo, quindi, validi i presupposti per una decorazione nazionale, soprattutto se leggiamo le motivazioni di alcune medaglie al valore militare o civile concesse ad altri Finanzieri nello stesso periodo temporale.

In ogni caso, il sottufficiale delle Guardie Doganali dimostrò, col proprio operato, di essere un buon italiano, ma soprattutto un ottimo servitore dello Stato, tanto da impegnarsi eroicamente anche dopo i fatti del 18-19 aprile 1869.

La mattina del 10 luglio del 1870, assieme al Tenente Giuseppe Bossa ed a 6 delle sue Guardie, lo troviamo fra gli irriducibili soccorritori che riuscirono a spegnere, con non poche difficoltà, il grosso incendio scoppiato nella fabbrica di fiammiferi di Foggia, mentre il 19 gennaio dell’anno dopo, invece, riuscì da solo a sedare un rissa tra borghesi armati, sorta in una piazza di Porta di Vieste, sempre in Foggia, per futili motivi.

Anche in questi casi, l’Arena ricevette solo un modesto encomio ministeriale, come ci conferma il suo stato di servizio [19].

IL BRIGADIERE FRANCESCO ARENA

Francesco Arena, uno degli eroi di Foggia, nato a Messina il 19 luglio 1833, figlio di Francesco e di Teresa Donato, era un giovane di bell’aspetto ed energico, soprattutto se consideriamo che era alto 1,75 metri, una statura non certo comune per quei tempi.

Entrato a far parte dell’Esercito Garibaldino, alla data del 30 ottobre 1860 lo troviamo a svolgere la qualifica di “Sorvegliante” presso l’Ospedale Militare di Messina, ove rimase sino al 27 luglio 1861, data in cui viene trasferito presso il Deposito Ufficiali di Torino.

Promosso ufficiale d’arma fece poi ritorno presso lo stesso Ospedale Militare messinese, ove prestò servizio sino al 18 settembre 1862, data in cui fu posto in congedo, pur avendo nel frattempo ricevuto la medaglia commemorativa per la campagna militare 1860.

Arruolatosi nel Corpo delle Guardie Doganali a far data dal 16 ottobre 1862, direttamente con il grado di Brigadiere, Francesco Arena prestò servizio presso il Circolo di Messina sino al 1° giugno 1863, data in cui fu trasferito a Susa.

Il 16 aprile 1867 l’Arena viene destinato alla Brigata “Volante” di Foggia, allora dipendente dalla Divisione di Chieti, ed ove rimase sino al 1° aprile 1871, data in cui viene trasferito a Manfredonia.

Nel novembre dello stesso anno assume il comando della Brigata di Gallipoli, mentre il 17 febbraio 1872, l’Arena è costretto a raggiungere il Nord Italia, destinato alla Divisione di Venezia.

Nell’ottobre dello stesso anno viene, invece, trasferito in provincia di Bologna, mentre alla data del 1° gennaio 1874 lo troviamo a Macerata.

Il 1° agosto 1875 raggiunge, infine, la provincia di Lecce, ove rimarrà sino all’ottobre del 1878, allorquando fu posto in congedo per raggiunti limiti d’età.

Nello stesso anno, mentre l’eroe si accingeva a lasciare il suo amato Corpo, Vittorio Emanuele II decedeva a Roma, lasciando lo scettro d’Italia al figlio Umberto I, il quale, come tutti ricorderanno sarà anche lui oggetto di attentati.

Quello del 1869 non fu certamente l’unico tentativo violento portato contro il treno reale, come ci conferma quanto accadde, nel maggio del 1902, nella Stazione dell’Arsenale, sempre a Napoli, ove un maturo socialista, tale Vincenzo Guerrero, pregiudicato, lanciò  dei sassi contro le vetture occupate dai Sovrani d’Italia, ferendo un Corazziere, così come molti altri sarebbero stati i viaggi che lo speciale mezzo di trasporto avrebbe fatto nella più grande città del Meridione d’Italia.

 L’ARRESTO DI UN ANARCHICO A NAPOLI (6 MAGGIO 1891)

Che la bellissima Napoli fosse particolarmente interessata al movimento anarchico lo abbiamo già compreso, ricordando sia il tentativo di attentato al treno reale, nell’aprile del 1869, che il tentato omicidio ai danni di Umberto di Savoia, nel 1878.

Il Regicidio di Umberto I dell’anarchico Bresci a Monza (1900)

Ma che il suo porto fosse la base d’arrivo e di partenza da o per le Americhe di non pochi anarchici italiani o europei è una circostanza non affatto conosciuta dalla storiografia nazionale.

L’occasione ci viene data da un fatto di cronaca, verificatosi nel maggio del 1891 proprio all’interno del grande porto di Napoli, che abbiamo potuto ricostruire grazie alle corrispondenze pubblicate sul periodico del Corpo, “Il Finanziere” .

Ebbene, prima di passare al racconto della vicenda occorre ricordare che l’anno 1891 aveva avuto inizio con un Congresso, che gli anarchici europei avevano organizzato, dal 4 al 6 gennaio, a Capolago, nei pressi di Lugano (Svizzera).

Nel corso del medesimo era stata accolta la proposta di Enrico Malatesta e Francesco Saverio Merlino tendente a conferire al movimento un’organizzazione più marcatamente partitica.

Pur mantenendo fermi i principi dell’astensionismo elettorale e l’obiettivo finale dell’abolizione delle varie forme di Stato, il costituendo “Partito Socialista Anarchico Rivoluzionario” propose un maggiore coinvolgimento degli aderenti nelle lotte del proletariato e la partecipazione alla giornata del 1° maggio.

La corrente individualista ed estremista, la stessa che sosteneva il terrorismo individuale come unica forma di lotta, era rimasta, invece, all’opposizione, continuando così ad appoggiare e, soprattutto, a “plagiare” sempre più nuovi adepti da “sacrificare” eventualmente alla propria causa.

Ed è verosimile ritenere che sia appartenuto proprio a tale categoria il minatore Vincenzo Fapriccini, un 33 enne originario di Recanati, protagonista del fatto accaduto verso le ore 12 del 6 maggio del 1891 presso la Sezione Doganale dell’Immacolatella, allorquando l’uomo, appena sbarcato da un “Vapore” proveniente dagli Stati Uniti d’America si presentò alle Fiamme Gialle addette ai controlli doganali, con un sacco contenente biancheria ed un vecchio materasso di lana.

Napoli il porto all’Immacolatella (fine ‘800)

A questo punto lasciamo la parola alla corrispondenza pubblicata dalla citata rivista del Corpo. “Però, essendosi accorti gli Agenti delle premure che faceva il Fapriccini per far abbreviare la visita al materasso, s’insospettirono ed ordinarono quindi che fosse scucito. Fatto ciò, si diè luogo a una minuziosa verifica della lana, nella quale di rinvennero nascoste nientemeno che 33 cartucce di dinamite, una rivoltella di corta misura e 24 capsule. Il Brigadiere Giovanni Carini che coadiuvato dal Sotto brigadiere Eligio Magnanenzi e dalla Guardia Emmanuele Mannino operò questo bel servizio, interrogò il Fapriccini sulla provenienza della dinamite, ma questo si chiuse nel più assoluto mutismo, negando tutto. Onde, è facile comprenderlo, fu dichiarato in contravvenzione e tratto in arresto, deferendolo al potere giudiziario, giusta gli articoli del codice penale. I nostri complimenti al bravo Brigadiere e ai suoi valenti coadiuvatori per l’importante operazione, che sappiamo fu condotta con molta cautela, anche ad evitare disgrazie, essendo in quel giorno la sala delle visite affollata da circa 500 emigranti di rimpatrio [20].

Da una successiva corrispondenza apprendiamo, infine, che il presunto anarchico, almeno riguardo a quella circostanza, fu giudicato dalla 1^ Pretura Urbana di Napoli, ovviamente facendo scena muta durante il relativo processo.

É verosimile ritenere che, nonostante la lieve condanna a 37 giorni di carcere, a 60 lire di multa e ad un’altra di 9 lire per contrabbando di materie esplodenti [21], il Fapriccini non solo non fece più ritorno in America, ma, molto probabilmente, sarà stato “tenuto d’occhio” dalla Polizia Italiana, ormai super allertata, dopo i recenti scontri con gli anarchici in occasione del recente 1° maggio.

Al di là di tale lieve condanna ricordiamo che per tale importante operazione, le tre Fiamme Gialle napoletane ricevettero un encomio da parte della Regia Prefettura di Napoli, con la seguente motivazione: “Zelanti servizi resi nello interesse della sicurezza pubblica”[22], segno più che evidente di quanto le Autorità avessero apprezzato l’operazione di polizia grazie alla quale era stato, quasi sicuramente, scongiurato un possibile attentato.

NOTE

[1] Il Comitato era stato costituito a ridosso del XI Congresso delle Società Operaie che si era svolto a Napoli dal 25 al 27 ottobre del 1864 (anno in cui lo stesso Bakunin si era trasferito in Italia), vedendo la partecipazione di 57 Società. Fu in quella circostanza che venne approvato il cosiddetto “Patto di fratellanza”, ispirato alle direttive mazziniane.

[2] La “Regìa Cointeressata” era una società di banchieri e uomini d’affari italiani e stranieri (Credito mobiliare, Gruppo Stern di Parigi, Londra e Francoforte e della Banque de Paris), la quale, in virtù di una convenzione stipulata il 23 giugno 1868 con il ministro delle Finanze, aveva assunto l’esercizio dei monopoli sui tabacchi per quindici anni, in cambio dell’anticipazione di 180 milioni di lire e di un canone fisso pari al 40% degli utili.

[3] Il Concilio fu indetto con Bolla di convocazione del 28 giugno 1868.

[4] Giuseppe Napoleone Ricciardi (Napoli, 18 luglio 1808 – Napoli, 1 giugno 1882) è stato un letterato, patriota, politico ed editore italiano, uno dei maggiori esponenti del radicalismo politico in età risorgimentale.

[5] In verità furono condannati a morte, oltre ai noti Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, autori dell’attentato alla Caserma Serristori, solo Giulio Aiani e Pietro Luzzi, mentre altri cinque rivoluzionari verranno condannati al carcere a vita ed altri sedici a varie pene detentive.

[6] Errico Malatesta (Santa Maria Capua Vetere, 14 dicembre 1853Roma, 22 luglio 1932) è stato un anarchicoitaliano, amico personale del Bakunin p considerato tra i principali teorici del scrittore.

[7] Cfr. Alfonso Marotta, Errico Malatesta: un anarchico di Terra di Lavoro, in www.istudiatell.org.

[8] Fra gli episodi più noti vi è certamente il tentativo di uccidere l’Imperatore di Francia Napoleone III da parte dell’anarchico italiano ed ex mazziniano repubblicano Felice Orsini, azione che ebbe luogo a Parigi, con l’aiuto di altri congiurati, tra i quali Giovanni Andrea Pieri, Carlo Di Rudio e Antonio Gomez. Come si ricorda su Wikipedia: “La sera del 14 gennaio 1858 riuscirono a scagliare tre bombe contro la carrozza dell’Imperatore all’ingresso dell’opéra di rue Le Peletier. L’attentato provocò 12 morti e 156 feriti, ma Napoleone fu protetto dalla carrozza blindata e rimase illeso, così come l’imperatrice Eugenia, la quale venne sbalzata sul marciapiede e coperta dal sangue delle vittime. Orsini e i suoi complici, favoriti dal panico scatenatosi, riuscirono a fuggire, ma vennero arrestati dalla polizia poche ore dopo, nei rispettivi alberghi. Pur non avendo raggiunto l’obiettivo prefissato, l’attentato di Orsini suscitò impressione nell’opinione pubblica, offrendo all’Imperatore l’occasione per attuare un’azione repressiva contro l’opposizione politica violenta al suo regime. Orsini venne arrestato e ghigliottinato.

[9] Così come da comunicazione contenuta nella nota n. 3630/IX in data 22 settembre 2005, trasmessa al Museo Storico della Guardia di Finanza da parte dell’Archivio di Stato di Foggia. In Archivio Museo Storico Guardia di Finanza, fondo Miscellanea, Sezione Ordine Pubblico, f. “Foggia, 18 aprile 1869. Fallito attentato al treno reale”.

[10] Cfr. Mario Spagnoletti, Democrazia e socialismo nel Mezzogiorno: il caso pugliese (1870 – 1900), Bari, Levante editrice, 1987, p. 52.

[11] Un telegramma dell’Agenzia Stefani, pubblicato dalla Gazzetta di Mantova, nel suo numero del 19 aprile, datato Firenze, 17, evidenzia: “l Re parte domani per Napoli prendendo la via di Bologna, Ancona e Foggia”.

[12] Cfr. Circolare n, 3450 – Div. 3^ del 31 marzo 1868. In Monitore Doganale, 1868, p. 38.

[13] Cfr. Gerardo Severino, Ferrovieri nella lotta al contrabbando, in rivista Fiamme Gialle, n. 6-7, novembre 1999.

[14] Erano quelle il cui personale eseguiva il servizio col mezzo delle perlustrazioni nella cosiddetta “seconda linea”. Tale servizio avrebbe avuto il duplice scopo di arrestare il contrabbando sfuggito alla vigilanza delle Brigate “stanziali” di prima linea (nel caso di Foggia, quelle costiere), e di appoggiare o sindacare il servizio eseguito da queste ultime.

[15] Dati tratti da Annuario del Ministero delle Finanze del Regno d’Italia pel 1869, Firenze, Stamperia Reale, 1869.

[16] Cfr. Le lettere di Vittorio Emanuele II, raccolte da Francesco Cognasso, Torino, Deputazione subalpina di storia patria , 1966, p. 1412 e seguenti.

[17] Cfr. Monitore Doganale – Raccolta periodica delle Disposizioni, nomine, promozioni e fatti onorifici riguardanti il Corpo delle Guardie Doganali, vol. IV, Firenze, Tipografia Cotta e Comp., 1869, p. 35.

[18] E’ verosimile ritenere che la Guardia Catanese fosse stata congedata prima del 1874, anno in cui fu istituita la c.d. “Matricola Generale” per il Corpo delle Guardie Doganali, oggi conservata presso il citato Museo della Guardia di Finanza. Non disponendo, quindi, di sufficienti dati anagrafici non è stato possibile individuare anche il foglio matricolare del citato milite, evidentemente custodito presso l’Archivio di Stato della propria provincia di nascita.

[19] In Archivio Museo Storico Guardia di Finanza, fondo Matricola, “Fascicolo Caratteristico Disciplinare” n. 647 – Brig. Arena Francesco, anno 1878.

[20] Cfr. corrispondenza dal titolo Operazioni distinte, il Il Monitore delle Guardie di Finanza, n. 19 del 12 maggio 1891, p. 2.

[21] Cfr. corrispondenza dal titolo Operazioni distinte, il Il Monitore delle Guardie di Finanza, n. 24 del 17 giugno 1891, p. 3.

[22] Cfr. Bollettino Ufficiale della R. Guardia di Finanza, giugno 1891, p. 314.

*Colonnello (Aus) della Guardia di Finanza –  Storico Militare

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