Di Giuseppe Gagliano
RIYHAD. Il Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto ambizioso che vede Giappone, Italia e Regno Unito uniti nello sviluppo di un caccia di sesta generazione, si trova a un bivio strategico.
L’obiettivo è chiaro: realizzare entro il 2035 un velivolo stealth multiruolo, destinato a sostituire l’Eurofighter Typhoon e il Mitsubishi F-2, capace di dominare i cieli con tecnologie all’avanguardia, dall’intelligenza artificiale alla gestione di droni in rete. Ma oltre alle sfide tecnologiche, il programma si confronta con un dilemma politico e diplomatico: l’ipotesi di includere l’Arabia Saudita come partner.
Un’ipotesi che, come un sasso nello stagno, sta generando onde di discussioni, aspettative e tensioni, culminate a fine aprile 2025 con l’improvviso annullamento della visita del ministro della difesa saudita a Osaka.
Un caccia per il futuro, un’alleanza per il presente
Il GCAP, nato ufficialmente nel dicembre 2022 con l’unione dei progetti Tempest (anglo-italiano) e F-X (giapponese), è più di un programma militare.
È un simbolo di cooperazione tra tre potenze che cercano di affermare la propria rilevanza in un mondo segnato da competizione tecnologica e instabilità geopolitica.

Con un quartier generale a Reading, nel Regno Unito, e una joint venture industriale paritetica tra BAE Systems, Leonardo e Mitsubishi Heavy Industries, il progetto punta a creare un “sistema di sistemi” che integri sensori avanzati, radar di nuova generazione e capacità di combattimento multidominio.
Il costo stimato? Decine di miliardi di dollari, con l’Italia che ha già impegnato 8,8 miliardi di euro fino al 2037.
L’interesse dell’Arabia Saudita per il GCAP non è una novità . Già nell’agosto 2023, Riad aveva manifestato la volontà di aderire al programma, trovando il favore di Regno Unito e Italia, ma incontrando le riserve del Giappone.
Per i sauditi, partecipare al GCAP significherebbe non solo accedere a tecnologie di punta, ma anche rafforzare la propria industria della difesa, in linea con la Vision 2030 del principe ereditario Mohammed bin Salman.
Un contributo finanziario di Riad, inoltre, alleggerirebbe il peso economico del programma per i tre partner principali, aprendo al contempo un mercato redditizio per l’esportazione del futuro caccia.
La danza diplomatica e l’incidente di Osaka
L’ipotesi saudita ha guadagnato slancio nel 2025, con discussioni culminate al G20 in Brasile, dove i leader di Italia, Regno Unito e Giappone hanno affrontato il tema della partecipazione di Riad.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha dichiarato che l’ingresso saudita è “probabile” entro la fine dell’anno, mentre il premier britannico Keir Starmer e il giapponese Shigeru Ishiba hanno discusso di quote di costo e trasferimento tecnologico.
Tuttavia, il percorso verso un accordo si è rivelato accidentato. A fine aprile 2025, il ministro della difesa saudita Khalid bin Salman ha cancellato all’ultimo minuto una visita programmata a Osaka, dove avrebbe dovuto incontrare il suo omologo giapponese Gen Nakatani.
L’annullamento, descritto come “brusco” da fonti diplomatiche, ha gettato un’ombra sugli sforzi di Tokyo per costruire un rapporto di fiducia con Riad.
Le ragioni della cancellazione non sono state rese pubbliche, ma gli analisti ipotizzano una combinazione di fattori. Da un lato, l’Arabia Saudita potrebbe aver percepito una certa riluttanza da parte del Giappone, che preferirebbe limitare il ruolo di Riad a un contributo finanziario, escludendola dalla progettazione tecnica.
Tokyo, infatti, teme che un coinvolgimento troppo profondo di un partner senza esperienza industriale nel settore aeronautico possa rallentare il programma, già vincolato da una scadenza ambiziosa.
Dall’altro, Riad potrebbe aver voluto inviare un segnale: la monarchia saudita non accetta di essere trattata come un semplice “finanziatore”, ma pretende un ruolo di primo piano, con accesso alle tecnologie e alla produzione.
Le ambizioni di Riad e le preoccupazioni dei partner
L’interesse saudita per il GCAP si inserisce in un contesto più ampio. Con un budget militare tra i più alti al mondo, l’Arabia Saudita sta cercando di ridurre la dipendenza dalle importazioni di armi, soprattutto dagli Stati Uniti, e di sviluppare capacità autonome. La possibilità di partecipare alla produzione del caccia, magari con una linea di assemblaggio locale, rappresenterebbe un passo avanti verso questo obiettivo.
Inoltre, il GCAP offrirebbe a Riad un vantaggio strategico nel Golfo, rafforzando la sua supremazia tecnologica e militare rispetto a rivali come Iran e Qatar.

 Tuttavia, l’ingresso saudita solleva interrogativi.
Il Regno Unito, legato a Riad da storici rapporti commerciali e militari, è il più aperto all’idea, vedendo nel contributo finanziario saudita un modo per ammortizzare i costi.
L’Italia, con Leonardo che guida settori chiave come l’integrazione dei sistemi di volo e delle armi, è altrettanto favorevole, come confermato dalle dichiarazioni di Tajani e del ministro della Difesa Guido Crosetto.
Il Giappone, però, rimane cauto. Tokyo, che considera il GCAP una vetrina per la sua industria della difesa, teme che l’inclusione di un quarto partner possa complicare la condivisione tecnologica e alterare l’equilibrio paritetico tra i tre membri fondatori.
Inoltre, la partecipazione saudita non è priva di controversie.
Le critiche al record di Riad in materia di diritti umani, dal coinvolgimento nella guerra in Yemen all’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, potrebbero alimentare polemiche, soprattutto in Europa.
Alcuni analisti temono che un’alleanza militare con l’Arabia Saudita possa compromettere la credibilità del GCAP agli occhi di altri potenziali partner, come l’India, che Tokyo sta corteggiando per rafforzare i legami nel Quad (il gruppo di democrazie indo-pacifiche con Stati Uniti, Australia e India).
 Un futuro in bilico
 L’annullamento della visita di Osaka non chiude la porta all’Arabia Saudita, ma evidenzia la complessità di integrare un nuovo attore in un programma già strutturato.
Le prossime riunioni, come quella prevista in Italia a maggio 2025 tra i ministri della difesa dei tre Paesi partner, saranno cruciali per definire i termini di un eventuale ingresso saudita.
Nel frattempo, il GCAP continua ad attrarre l’attenzione di altre nazioni: il Canada ha espresso interesse, mentre l’Australia ha partecipato a briefing informativi. Persino l’India, con il suo programma AMCA in ritardo, potrebbe unirsi, spinta dagli imperativi strategici contro Cina e Pakistan.
 Il GCAP non è solo un progetto tecnologico, ma un banco di prova per le alleanze del futuro. L’Arabia Saudita, con le sue risorse e ambizioni, rappresenta un’opportunità e un rischio.
Riusciranno Giappone, Italia e Regno Unito a bilanciare gli interessi nazionali con le aspettative di Riad?
La risposta non arriverà presto, ma una cosa è certa: il destino del caccia di sesta generazione sarà intrecciato con quello delle grandi potenze che cercano di plasmare il XXI secolo.
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