Arabia Saudita ed Emirati: la fine dell’asse del Golfo e il nuovo equilibrio regionale

Di Giuseppe Gagliano*
Per oltre un decennio, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il pilastro della proiezione di potenza sunnita nel Medio Oriente. Il loro coordinamento ha sostenuto operazioni militari, iniziative diplomatiche e investimenti infrastrutturali che hanno ridefinito gli equilibri regionali, dalla guerra in Yemen agli Accordi di Abramo. Oggi, tuttavia, quell’asse mostra crepe profonde. La competizione tra Riad e Abu Dhabi si è trasformata da rivalità latente in conflitto strategico aperto, con conseguenze dirette sulla sicurezza regionale e sulla capacità di Israele e degli Stati Uniti di contenere l’Iran.
Questa frattura non nasce da divergenze ideologiche, ma da ambizioni convergenti e incompatibili: entrambe le potenze aspirano a guidare il nuovo ordine mediorientale. Gli Emirati hanno costruito la loro influenza attraverso una strategia aggressiva basata su porti, basi militari e investimenti logistici, soprattutto nel Corno d’Africa e nello Yemen. L’Arabia Saudita, invece, ha abbandonato la sua tradizionale prudenza diplomatica per adottare una postura più operativa, intervenendo direttamente nei dossier regionali e cercando di riconquistare la centralità perduta.
Veicoli dell’Esercito dell’Arabia Saudita (foto saudipedia.com)
Yemen, Sudan e Corno d’Africa: i nuovi fronti della rivalità
Il primo terreno di scontro è lo Yemen, dove la cooperazione militare saudita-emiratina si è trasformata in competizione. Il bombardamento saudita del porto di Mukalla, motivato dalla presunta consegna di armi emiratine ai separatisti del Consiglio di Transizione Meridionale, rappresenta un punto di rottura simbolico. Il successivo ritiro delle truppe emiratine conferma che il conflitto yemenita è diventato un teatro di rivalità intra-golfo.
Lo stesso schema emerge in Sudan, dove Riad e Washington hanno avanzato una proposta di cessate il fuoco escludendo Abu Dhabi, nonostante il massiccio impegno finanziario emiratino. Qui la posta in gioco non è solo la stabilità del Paese, ma il controllo delle rotte commerciali del Mar Rosso, fondamentali per il commercio globale e per il transito energetico verso l’Europa.
In Somalia e Somaliland, la rivalità assume una dimensione geoeconomica ancora più evidente. Gli Emirati hanno costruito una rete portuale strategica per controllare i flussi marittimi tra Oceano Indiano e Mediterraneo, mentre l’Arabia Saudita mira a contrastare questa espansione per preservare la propria centralità energetica e logistica.
Missili yemeniti contro l’Arabia saudita
Il riavvicinamento saudita a Turchia e Qatar: pragmatismo e sopravvivenza strategica
Di fronte alla competizione con Abu Dhabi, Riad ha accelerato il riavvicinamento a Turchia e Qatar, due attori che gli Emirati considerano rivali sistemici. Questa scelta riflette un calcolo pragmatico: diversificare le alleanze per rafforzare la propria autonomia strategica.
Il riavvicinamento con Ankara ha una dimensione economica e militare. La Turchia dispone di un complesso militare-industriale in crescita e di una rete di influenza che si estende dalla Siria al Corno d’Africa. Per l’Arabia Saudita, questa partnership offre un’alternativa alla dipendenza dagli Emirati e un’opportunità per espandere la propria influenza nei teatri di crisi.
Parallelamente, il coordinamento con il Qatar consente a Riad di rafforzare la propria posizione nella gestione della ricostruzione di Gaza e nella diplomazia regionale. Questo triangolo strategico rappresenta una nuova architettura di potere che riduce il peso relativo degli Emirati.
Esercito israeliano (Israel Defense Forces)
Israele tra opportunità e vulnerabilità
Per Israele, la frattura tra Arabia Saudita ed Emirati rappresenta una minaccia strategica significativa. La normalizzazione con gli Emirati, sancita dagli Accordi di Abramo, aveva creato le condizioni per un’alleanza regionale anti-iraniana sostenuta dagli Stati Uniti. La rivalità attuale indebolisce questa architettura.
Senza un coordinamento tra le principali potenze del Golfo, Israele perde la possibilità di costruire un fronte regionale coeso contro Teheran. L’Iran, al contrario, beneficia della divisione tra i suoi rivali, potendo sfruttare le tensioni per espandere la propria influenza e rafforzare i propri alleati, come gli Houthi nello Yemen.
Inoltre, il riavvicinamento saudita a Turchia e Qatar introduce nuovi fattori di incertezza. Entrambi i Paesi mantengono relazioni complesse con Israele e sostengono attori politici e militari che Tel Aviv considera ostili.
La dimensione geoeconomica della frattura
Dietro la rivalità politica si nasconde una competizione economica per il controllo delle infrastrutture, delle rotte commerciali e dei flussi energetici. Gli Emirati hanno costruito un modello basato sulla logistica globale, mentre l’Arabia Saudita punta a trasformarsi in una potenza economica diversificata attraverso il programma Vision 2030.
Il controllo dei porti del Mar Rosso, delle rotte africane e delle infrastrutture energetiche rappresenta una leva strategica decisiva. Chi domina questi nodi controlla non solo il commercio regionale, ma anche l’accesso ai mercati europei e asiatici.
Verso un Medio Oriente multipolare
La rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati segna la fine dell’illusione di un blocco arabo unificato sotto l’ombrello americano. Il Medio Oriente sta evolvendo verso un sistema multipolare in cui le alleanze sono fluide e guidate da interessi economici e strategici piuttosto che da solidarietà ideologiche.
Per gli Stati Uniti, questa trasformazione riduce la capacità di orchestrare coalizioni regionali. Per Israele, aumenta l’incertezza strategica. Per l’Iran, rappresenta un’opportunità storica.
Il vero vincitore di questa frattura potrebbe non essere nessuno degli attori direttamente coinvolti, ma la logica stessa della competizione multipolare, che trasforma ogni alleanza in un equilibrio temporaneo e ogni rivalità in uno strumento di potere.

 

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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