Arabia Saudita: visita del Principe Khalid bin Salman Al Saud a Teheran. Segnale geopolitico di prima grandezza

Di Giuseppe Gagliano 

TEHERAN. La visita del Principe saudita Khalid bin Salman Al Saud a Teheran, ieri,  non è solo una mossa diplomatica di alto profilo: è un segnale geopolitico di prima grandezza.

Il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman

Per la prima volta in quasi 30 anni, un esponente di spicco della famiglia reale saudita mette piede nella capitale iraniana, riaprendo ufficialmente un canale che era stato brutalmente chiuso nel gennaio 2016, nel pieno di una crisi settaria e diplomatica tra i due grandi rivali del Golfo.

Il contesto è delicatissimo. L’Iran sta negoziando con gli Stati Uniti un nuovo accordo sul nucleare, mentre Washington e Israele minacciano apertamente di colpire le infrastrutture atomiche della Repubblica Islamica.

A peggiorare il quadro, il Medio Oriente è attraversato da tensioni crescenti: guerra nello Yemen, crisi libanese, instabilità in Iraq e una campagna militare sotterranea tra milizie sciite e forze occidentali.

In questo scenario, l’asse Teheran-Riad si propone come una variabile strategica in grado di riscrivere gli equilibri regionali.

Il Principe Khalid ha incontrato il capo di Stato maggiore iraniano, Generale Mohammad Bagheri, discutendo di cooperazione difensiva, sicurezza regionale e lotta al terrorismo.

Il linguaggio ufficiale è quello della moderazione, ma il sottotesto è ben più ambizioso: Arabia Saudita e Iran stanno cercando un’intesa di non belligeranza strutturale, utile a evitare che eventuali attacchi americani o israeliani provochino una reazione a catena incontrollabile.

Il punto critico, come osservato dall’ex analista dell’Intelligence militare israeliana Danny Citrinowicz, è il timore saudita di ritrovarsi nuovamente nel mirino degli Houthi, come nel devastante attacco del 2019 che paralizzò la produzione petrolifera nazionale. Da qui la necessità per Riad di “chiarire” con Teheran la propria neutralità rispetto a qualsiasi operazione contro gli impianti nucleari iraniani.

Miliziani Houthi

Il riavvicinamento si è manifestato negli ultimi mesi attraverso esercitazioni navali congiunte, scambi di delegazioni militari e un rinnovato attivismo diplomatico.

Ma l’elemento nuovo è che la difesa saudita – storicamente legata agli Stati Uniti – inizia a cercare un equilibrio diretto con l’Iran, bypassando in parte le mediazioni occidentali.

Un fatto che non può non preoccupare Washington.

Se infatti da un lato l’obiettivo saudita è la de-escalation, dall’altro l’Iran cerca di sfruttare l’occasione per dividere il fronte arabo allineato con l’Occidente.

La diplomazia dei pasdaran mira a trasformare l’ostilità sunnita in collaborazione tattica, consolidando la propria profondità strategica dal Golfo al Mediterraneo.

In definitiva, questa visita non è soltanto un gesto simbolico.

È l’indizio di un riallineamento silenzioso ma profondo, in cui le monarchie del Golfo esplorano nuove vie per la stabilità, anche a costo di ridefinire i propri legami storici.

Il Principe Khalid non è andato a Teheran per cortesia, ma per proteggere il proprio Paese da un’escalation che potrebbe ridisegnare il Medio Oriente con il fuoco.

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