Di Giuseppe Gagliano
WASHINGTON D.C. Nei meandri della politica internazionale, dove gli interessi si intrecciano con le ambizioni personali, si sta scrivendo un capitolo inquietante che coinvolge influenti esponenti del Partito Repubblicano statunitense e la Republika Srpska, l’entità serbo-bosniaca che da anni flirta con il secessionismo.
Questi accordi, firmati con la cerchia ristretta del Presidente Milorad Dodik, sembrano rispondere a una logica di convenienza geopolitica, ma sollevano interrogativi su quali siano i veri obiettivi di Washington e sul prezzo che i Balcani potrebbero pagare per questo gioco ad alto rischio.

Un’alleanza nell’ombra
Le voci di contatti tra figure di spicco repubblicane e i vertici della Republika Srpska circolano da mesi, ma è solo di recente che sono emerse indicazioni concrete di accordi formali.

Fonti diplomatiche, che preferiscono mantenere l’anonimato, parlano di incontri riservati tra emissari repubblicani e membri dell’entourage di Dodik, avvenuti tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025.
Questi accordi riguarderebbero cooperazioni economiche, con particolare attenzione a investimenti in infrastrutture e risorse energetiche, ma anche un tacito sostegno politico alla linea autonomista di Banja Luka.
Secondo un rapporto del Balkan Insight del marzo scorso, la Republika Srpska avrebbe offerto garanzie per agevolare l’ingresso di aziende legate a donatori repubblicani in cambio di un appoggio, se non esplicito, almeno indiretto, alle sue ambizioni separatiste.
Non si tratta di una novità assoluta.
Già nel 2023, durante un periodo di crescenti tensioni con l’Alto Rappresentante Christian Schmidt, Dodik aveva cercato alleati oltreoceano, sfruttando la polarizzazione politica americana.

La sua retorica anti-establishment e il rifiuto delle imposizioni internazionali trovano eco in certi ambienti repubblicani, specialmente tra coloro che vedono nella frammentazione della Bosnia un’opportunità per contrastare l’influenza europea e ridimensionare il ruolo della NATO nei Balcani.
Ma ciò che rende questi accordi recenti particolarmente significativi è il contesto: l’elezione di Donald Trump nel novembre dell’anno passato e il ritorno di un’America più isolazionista hanno creato un terreno fertile per iniziative che, in altre circostanze, sarebbero state impensabili.
Dodik, l’uomo al centro della tempesta
Milorad Dodik, Presidente della Republika Srpska dal 2022 (e in precedenza dal 2010 al 2018), è una figura tanto carismatica quanto controversa.
La sua carriera politica è stata segnata da una crescente deriva separatista, culminata in azioni che hanno messo in discussione l’integrità della Bosnia-Erzegovina.
Nel 2021, Dodik aveva annunciato il ritiro della Republika Srpska dalle istituzioni statali, come l’Esercito e il sistema giudiziario, salvo poi fare marcia indietro per via della guerra in Ucraina.
Più recentemente, nel febbraio 2025, è stato condannato a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dai pubblici uffici per aver sfidato le decisioni dell’Alto Rappresentante, un verdetto che ha scatenato una crisi costituzionale senza precedenti.
Dodik, però, non è solo un nazionalista serbo.
È anche un abile stratega che ha saputo costruirsi una rete di appoggi internazionali, dalla Russia di Vladimir Putin alla Cina, che ha investito pesantemente nelle infrastrutture della Republika Srpska.
L’interesse di alcuni repubblicani per Dodik sembra nascere da una convergenza di interessi: da un lato, il desiderio di aprire nuovi mercati per le imprese americane in un’area strategicamente sensibile; dall’altro, la volontà di sfruttare la Republika Srpska come un cuneo per destabilizzare l’ordine europeo, percepito come troppo legato alle élite globaliste.
I Repubblicani e la partita balcanica
Chi sono questi “esponenti repubblicani ben introdotti”?
Sebbene i nomi non siano stati resi pubblici, si parla di figure legate all’ala più trumpiana del Partito, con stretti contatti con think tank conservatori e lobbisti che operano tra Washington e i Balcani.
Un ruolo chiave potrebbe essere giocato da individui vicini all’ex Amministrazione Trump, che già in passato avevano mostrato simpatia per movimenti nazionalisti in Europa orientale.
Nel marzo scorso, una lettera firmata da 9 membri del Congresso statunitense, tra cui i senatori Chuck Grassley, Jeanne Shaheen e Jim Risch, esprimeva preoccupazione per le azioni di Dodik, ma il tono era insolitamente cauto, quasi a voler evitare un confronto diretto. Questo suggerisce che, all’interno del Partito Repubblicano, ci sia una spaccatura: da un lato, chi teme che il sostegno a Dodik possa compromettere la stabilità regionale; dall’altro, chi vede in lui un alleato utile per ridisegnare gli equilibri geopolitici.
Gli accordi con la Republika Srpska si inseriscono in un contesto più ampio.
L’Amministrazione Trump, insediatasi nel gennaio scorso, ha promesso un approccio “America First” che riduca gli impegni internazionali degli Stati Uniti. In quest’ottica, sostenere un’entità come la Republika Srpska potrebbe servire a indebolire l’Unione Europea, che ha investito molto nell’integrazione della Bosnia-Erzegovina come passo verso l’adesione all’UE.
Non è un caso che l’UE abbia reagito con allarme, definendo le mosse di Dodik “un attacco all’ordine costituzionale” e minacciando conseguenze per qualsiasi azione che comprometta l’integrità della Bosnia.
I rischi di un gioco pericoloso
Gli accordi tra repubblicani e Republika Srpska, per quanto vantaggiosi in termini economici o politici nel breve periodo, portano con sé rischi enormi.
La Bosnia-Erzegovina è un mosaico etnico fragile, tenuto insieme dal fragile equilibrio del Dayton Agreement del 1995.
Qualsiasi sostegno, anche indiretto, al Presidente Aleksandar Vučić potrebbe riaccendere tensioni etniche, con il potenziale di destabilizzare l’intera regione dei Balcani occidentali.

Inoltre, c’è il pericolo di un effetto domino.
La Serbia, che sotto il Presidente Aleksandar Vučić mantiene un rapporto ambiguo con Dodik, potrebbe essere tentata di sostenere più apertamente le ambizioni della Republika Srpska, complicando ulteriormente i rapporti con l’UE e la NATO.
La Russia, che vede nei Balcani un’arena per contrastare l’Occidente, non perderebbe l’occasione di sfruttare la situazione, come già fatto in passato con il sostegno a Dodik.
Per gli Stati Uniti, il rischio è di alienarsi alleati chiave in Europa e di compromettere la credibilità della NATO, che dal 2004 gestisce la missione EUFOR Althea in Bosnia. Inoltre, un’eventuale escalation del conflitto in Bosnia potrebbe costringere Washington a un intervento che l’amministrazione Trump, con la sua retorica isolazionista, vorrebbe evitare a tutti i costi.
Un futuro incerto
Gli accordi tra esponenti repubblicani e la Republika Srpska rappresentano un capitolo oscuro di una partita geopolitica più ampia.
Per Dodik, il sostegno americano è un’ancora di salvezza in un momento in cui la sua leadership è sotto pressione interna ed esterna.
Per i repubblicani coinvolti, è un’occasione per consolidare interessi economici e politici in una regione strategica.
Ma per la Bosnia-Erzegovina, e per i Balcani nel loro insieme, il prezzo potrebbe essere altissimo: un ritorno alla frammentazione, al conflitto etnico e all’instabilità.
In un’intervista del 2024, Dodik dichiarò: “La Bosnia è un esperimento fallito. La Republika Srpska ha il diritto di decidere il proprio futuro.” Forse, per alcuni repubblicani, queste parole suonano come un’opportunità. Ma la storia dei Balcani insegna che giocare con il fuoco del nazionalismo raramente porta a lieti fini. E mentre le grandi potenze muovono le loro pedine, sono i cittadini bosniaci – serbi, croati e bosgnacchi – a rischiare di pagarne il costo.
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