Argentina: la svolta di Buenos Aires nel 1892, la Polizia inchiodò un’infanticida utilizzando per la prima volta nella storia dell’investigazione le impronte digitali

Di Gerardo Severino 

Buenos Aires. Sappiamo tutti quanto sia oggi importante la dattiloscopia per l’identificazione personale a fini giudiziari.

Il Dipartimento di Polizia di La Plata, inizi Novecento

Ricordiamo, quindi, che con tale termine si identifica lo studio della conformazione e dei caratteri con cui si presentano le linee rilevate della cute (definite “creste cutanee papillari”, ovvero “dermatoglifi”) soprattutto ai polpastrelli delle dita.

Tali creste (come in genere quelle del palmo della mano e della pianta del piede) sono ben evidenti e diverse da individuo a individuo, rimanendo costanti per tutta la vita, tanto che proprio grazie al loro esame, attraverso le classiche impronte digitali, è possibile avere la matematica certezza riguardo al fatto che un oggetto o un corpo qualsiasi sia stato in contatto con la persona al quale viene fatto il rilievo dattiloscopico.

 

La primitiva scheda dattiloscopica studiata dal Vucetich

Su tale tematica scientifica, che peraltro appartiene alla ben più vasta gamma degli studi di antropometria, sulla quale si erano sin lì dibattuti gli scienziati di mezzo mondo, aveva condotto esperimenti molto approfonditi lo scienziato francese Alphonse Bertillon, il quale riscontrò che alcune parti del corpo umano non variano nel corso degli anni.

Egli, infatti, partendo da alcune misurazioni aveva accertato come fosse possibile assegnare ad ogni individuo un’identità specifica, basandosi quindi su parametri oggettivi.

Al Bertillon erano seguiti, poi, gli studi mirati che lo scienziato inglese Sir Francis Galton condusse sulle impronte digitali, tenendo presente che queste venivano usate in Cina addirittura nel IX secolo, onde convalidare i registri dei debiti.

Ai fini giudiziari, tuttavia, l’apporto decisivo delle impronte digitali onde inchiodare al banco degli imputati gli autori di particolari reati dovette attendere la fine dell’Ottocento, esattamente il 1892, anno nel quale per la prima volta nella storia dell’investigazione giudiziaria le impronte consentirono ad un grande poliziotto argentino di smascherare e, quindi, fare arrestare e condannare una feroce assassina.

Quella che segue è la storia di quell’incredibile vicenda di cronaca, la quale, al di là della sua drammaticità, ha rappresentato una vera e propria svolta sia sul piano scientifico che forense.

Naturalmente il fatto in sé è abbastanza noto, ma meno nota è, invece, l’eccezionale attività investigativa che fu messa allora in piedi dalla Polizia della Provincia di Buenos Aires pur di smascherare l’omicida, fatto, questo, che ci induce a pensare di come la letteratura criminale abbia voluto deliberatamente “svilire” l’operato degli argentini, naturalmente a tutto vantaggio delle ben più celebri Polizie di altri Paesi, soprattutto Scotland Yard (Regno Unito) ed il Federal Bureau of Investigation – F.B.I (Stati Uniti d’America), ancora oggi considerate come le principali maestre e protagoniste riguardo alle moderne tecniche investigative.

 Il feroce assassinio dei piccoli Ponciano Carballo e Feliza Royas e le prime indagini.

 Il fatto di cronaca nera che in qualche maniera avrebbe mutato peer sempre le tecniche dell’indagine si verificò il 29 giugno 1892 in una modesta casetta rurale di Necochea, un villaggio costiero della provincia di Buenos Aires, la 27enne Francisca Rojas uccise i suoi due figlioletti, Ponciano Carballo e Feliza, rispettivamente di sei e quattro anni.

Dopo aver commesso l’efferato delitto a colpi di pietra l’avvenente ragazza, che ovviamente aveva pianificato il duplice omicidio nei minimi particolari, tanto da procurarsi un taglio alla gola, corse disperata dai vicini, accusando il probabile amante, Pedro Ramón Velázquez, un povero bracciante ai quali i bambini s’erano affezionati, credendolo uno zio, quale autore del misfatto.

A quel punto la Polizia locale, dopo aver accertato l’orribile morte dei due innocenti, ai quali era stato fracassato il cranio, credendo alla versione della donna, arrestarono l’uomo, nonostante questi si fosse proclamato innocente sin dalle prime battute.

Interrogato dai poliziotti di Necochea, il Velázquez ammise solo di amare Francisca e di averla in effetti minacciata onde convincerla a sposarlo, ma che certamente non avrebbe mai torto un capello ai due bambini, ai quali peraltro anche lui s’era affezionato.

Certi di avere tra le mani il colpevole, gli agenti del posto s’accanirono particolarmente contro il povero spasimante di Francisca, tanto da picchiarlo selvaggiamente al punto tale da fargli perdere i sensi, come ricorda Frank Smyth.

Il poveretto, rinvenuto dopo qualche minuto si trovò addirittura legato al letto sul quale era stato commesso l’atroce delitto, con accanto i due cadaverini di Ponciano e Feliza, rimanendo in  tale stato per tutta la notte.

L’indomani, nonostante la terribile prova, Pedro Ramón Velázquez continuò a negare ogni sua responsabilità. Qualche tempo dopo, per fortuna, la stessa Stazione di Polizia di Necochea venne a sapere che Francisca aveva un altro amante, José Castellanos, anche lui disposto a sposarla, ma ad una condizione: si sarebbe dovuta sbarazzare dei bambini.

A quel punto gli ingenui agenti della Polizia locale pensarono di ricorrere ad un espediente ancora più grottesco ed empirico onde risolvere quello che era diventato il “caso giudiziario dell’anno”.

Un poliziotto passò tutta la notte fuori la casa di Francisca Royas, battendo sui vetri e sul portone d’ingresso, come se fosse uno spirito vendicatore pronto a punire l’assassina. In realtà, l’efferata genitrice dormì tranquillamente tutta la notte, uscendo l’indomani come se nulla fosse.

Le indagini della Polizia della Provincia di Buenos Aires e l’incredibile svolta giudiziaria.

Trovandosi ad un punto fermo, la Polizia di Necochea, priva di piste da seguire, fu suo malgrado costretta a rivolgersi al Quartier Generale di La Plata, chiedendo l’invio in zona di un perito.

La Plata – Buenos Aires, fine Ottocento il Gabinetto Dattiloscopico istituito dal Vucetich

Agli inizi del luglio dello stesso ’92 fu, quindi, inviato a Necochea l’ispettore Edoardo Alvarez, che certamente non avrebbe usato né le violenza né tanto meno i macabri espedienti dei colleghi locali, onde risolvere il caso. Convinto assertore delle tecniche investigative portate avanti da Juan Vucetich, l’Alvarez dimostrò in breve tutta la sua abilità.

Non ci volle, infatti, molto tempo per scoprire che il Velázquez aveva un alibi per l’ora dell’omicidio, essendo stato fuori con diversi amici che testimoniarono a riguardo.

Non solo, ma anche l’altro amante di Francisca Royas possedeva un alibi, accertò l’Alvarez, peraltro appurando anche da qualche testimone che avrebbe confermato il fatto che il Castellanos più volte aveva sostenuto che avrebbe sposato la ragazza se non “fosse per quei due marmocchi”.

A quel punto all’ispettore non rimase altro da fare, onde concentrare le indagini solo su Francisca, che tornare sulla scena del crimine.

Anche se questa era ormai vecchia di diversi giorni, l’abile poliziotto scoprì un segno di color marrone su una porta della camera da letto, segno che, dopo un attento esame, grazie ad una lente d’ingrandimento, si scoprì essere un’impronta digitale insanguinata.

Ricordando gli studi del collega Juan Vucetich, l’ispettore Alvarez rimosse il pezzo di legno dalla porta, tornando così alla Centrale di Polizia di La Plata.

Vucetich in una foto degli inizi del Novecento

Procuratasi le impronte di Francisca, utilizzando un tampone per timbri ed un foglio di carta, paragonò le due impronte digitali, che ovviamente avrebbero inchiodato la feroce assassina alle proprie colpe.

Si trattava, infatti, dell’impronta del pollice destro della donna.

Dinanzi all’evidenza dei fatti, Francisca Rojas cedette e confessò di aver ucciso i propri figli con una pietra, in quanto erano d’intralcio al proprio matrimonio.

Ammise inoltre di essersi lavata le mani e i vestiti per far sparire ogni traccia e di aver gettato in un pozzo la pietra utilizzata per l’omicidio.

Naturalmente ammise di non aver notato quell’impronta di sangue sulla porta della camera da letto. Francisca Rojas fu condannata all’ergastolo.

Fu quella, quindi, la prima volta che le tecniche studiate da Juan Vucetich avevano consentito di risolvere un fatto di cronaca nera, peraltro in maniera inoppugnabile dinanzi ad ogni Corte di Giustizia.

Il caso pose, infatti, le basi per dimostrare la superiorità delle impronte digitali ai fini dell’identificazione personale rispetto alla ormai vetusta antropometria.

La soluzione del “Caso dei fratelli Rojas” consentì dunque alla Polizia argentina di abolire l’antropometria e di organizzare, a partire dal 1896, i propri casellari giudiziari basandosi esclusivamente sulla classificazione delle impronte digitali.

 L’ispettore Juan Vucetich e i suoi studi sul “Bertillonage” (1891 – 1908).

Nel premettere che la storia di questo grande investigatore argentino è stata ampiamente compendiata nell’ottimo testo di Frank Smyth dal titolo “Sulle tracce dell’assassino. Storia dell’investigazione scientifica” (Edizioni Dedalo, 1984), ricordiamo che l’ispettore Juan Vucetich era un uomo di origini serbocroate, nato a Lesina, nell’isola di  Hvar (Dalmazia) il 20 luglio del 1858, con il nome di Ivan Vučetić Kovacevich.

Egli quale era emigrato in Argentina nel 1882, dopo aver assolto il servizio militare nel proprio Paese.

Il giovane si stabilì in La Plata ove, dopo alcuni lavori occasionali, avrebbe svolto l’incarico di impiegato addetto all’ufficio di identificazione e statistica di quel Corpo di Polizia Municipale, operando evidentemente nel campo dei controlli di polizia nell’ambito degli arrivi degli emigranti dall’Europa.

Entrato 33enne, nel 1891, a far parte del Dipartimento della Polizia della Provincia di Buenos Aires, il Vucetich, che per quanto disponesse di una cultura scolastica modesta aveva un’attitudine per la matematica e per le scienze, si fece notare dai propri superiori per una sua particolare caratteristica: gli piacevano, infatti, gli studi di antropometria, tanto da leggere non poche riviste scientifiche ove tale tematica veniva allora dibattuta.

Ed era stato proprio dalla visione della nota rivista “La Revue Scientifique” che l’uomo era rimasto affascinato da un articolo che lo scienziato Francis Galton aveva già precedentemente pubblicato sulla rivista “Nature”.

In tale contributo, l’inglese aveva affrontato per l’appunto il tema delle impronte digitali, che affermava essere una caratteristica esclusiva di ogni individuo della specie umana.

Questa predilezione del poliziotto argentino convinse il capo del Dipartimento, Capitano Guillermo Nunes ad affidargli il compito di allestire sempre a La Plata un “ufficio di antropologia”, in realtà una primitiva sezione di quella che oggi potremmo agilmente definire di “Polizia Scientifica”, alla quale l’uomo si dedicò anima e corpo, tanto da sviluppare in appena poche settimane un sistema sfruttabile di classificazione delle impronte digitali.

Grazie ai suoi studi empirici, ma anche agli esperimenti compiuti sui cadaveri visionati presso il locale obitorio comunale, Juan Vucetich riuscì a scoprire i quattro tipi fondamentali del cosiddetto “delta di Galton”, vale a dire: assenza di triangoli, triangoli a sinistra, triangoli a destra, parecchi triangoli, che poi avrebbe applicato per le dita, seguendo la numerazione da 1 a 4, mentre adottò le lettere da A a D per i pollici.

Il poliziotto della “Scientifica” argentina fissò, quindi, il suo ingegnoso sistema di schedatura, ordinato per lettere e numeri, che gli avrebbero consentito di verificare se un individuo arrestato o semplicemente sospettato era già noto e, quindi, annotato negli schedari di polizia.

Man mano che la raccolta delle impronte cresceva (alla fine del 1892 aveva già “schedato” ben 1.462 persone, molte delle quali candidati a far parte dello stesso Corpo di Polizia), Juan Vucetich riuscì ad affinare la propria tecnica, adottando una sotto classificazione, ricavata dal conteggio delle righe “papillari”, vale a dire le creste che compongono ogni impronta. Questo, ovviamente, era il proposito iniziale dell’ispettore onde utilizzare le impronte per una sicura identificazione dell’individuo schedato in casi particolari, quali, ad esempio, le somiglianze fisiche, ovvero il riconoscimento cadaverico.

Ma da qui ad utilizzare le impronte per risolvere dei rompicapi giudiziari il passo sembrava più lungo della gamba.

Come abbiamo visto, invece, dopo appena un anno dal suo ingresso nella Polizia della Provincia di Buenos Aires, Juan Vucetich divenne famoso in tutta l’Argentina, e non solo, per aver brillantemente risolto con la sua tecnica, ovviamente grazie all’acume dell’ispettore Alvarez, il caso di Francisca Rojas.

A tale indagine ne seguirono moltissime altre, tanto da spingere il Capo di quel Dipartimento ad abbandonare il sistema di “Bertillonage” per adottare definitivamente il sistema della dattiloscopia quale unico metodo per l’identificazione criminale.

A quel punto la Polizia argentina fu il primo organismo poliziesco al mondo ad innovare il concetto e i metodi della “Polizia Scientifica”, tanto che lo stesso ispettore Vucetich avrebbe illustrato i suoi metodi in occasione del secondo Congresso Scientifico del Sud America, nel 1901, simposio a partire dal quale ogni Paese del Sud America, nell’arco di circa cinque anni, si sarebbe convertito alla scienza delle impronte digitali.

La celebrità che derivò al poliziotto argentino lo portò a viaggiare in varie parti del mondo, Cina compresa, sia per divulgare in altri Congressi le sue scoperte che per raccogliere nuovi dati e studi, confrontandosi con altri operatori di polizia.

I risultati sin lì ottenuti lo spinsero anche a pubblicare uno speciale testo dal titolo “Dactitoloscopia comparada. El nuevo sistema argentino” (La Plata, 1904), che per decenni sarebbe stato l’unico libro a trattare la particolare materia.

Juan Vucetich morì sessantaseienne a Dolores 25 gennaio 1925, mentre la sua salma riposa oggi a Buenos Aires. La sua incredibile scoperta, così come il suo impegno professionale e scientifico non furono dimenticati dai Paesi che in qualche modo ebbero a che fare con lui.

Lo storico palazzo ove lavorò per anni Juan Vucetich

In Argentina portano il suo nome sia l’Accademia di Polizia della provincia di Buenos Aires, vicino a La Plata, che un omonimo Museo ove sono esposti molti dei suoi oggetti personali e professionali.

A lui è intitolato il Centro di Polizia per gli Esami Forensi a Zagabria, in Croazia, mentre Pola gli ha dedicato un monumento commemorativo in ricordo del servizio militare che il Vucetich compì in quella città nei ranghi della Marina imperiale Austro-Ungarica.

Un busto gli è stato dedicato anche nella sua città natale. Secondo alcuni storici, fra i quali lo stesso Smyth, la mancanza di comunicazioni avrebbe impedito in Europa l’estensione dei metodi scoperti da Juan Vucetich in Argentina, metodi che avrebbe ripreso pari passo Sir Edward Henry, ispettore generale della Polizia del Bengala, il quale sembrerebbe fosse stato folgorato anche lui dagli scritti di Sir Francis Galton.

Francamente abbiamo qualche dubbio a riguardo, riflettendo sul fatto che se “La Revue Scientifique” e “Nature” avevano raggiunto la lontana Argentina lo stesso sarebbe potuto accadere, anche grazie alle Ambasciate europee di stanza a Buenos Aires, riguardo alla comunicazione di un così importante risultato scientifico verso il vecchio Continente.

In  ogni caso, al di là di tale riflessione crediamo che l’impresa compiuta dall’ispettore Vucetich è tanto più notevole se si pensa che la scoperta in sé, al di là della validità probatoria propria delle impronte digitali, consentì alla Polizia di La Plata di predisporre un apparato schedatorio e di rilevamento in soli pochi mesi, agevolando così la soluzione di altri centinaia e centinaia di casi di cronaca nera.

E questo vanto nessuno lo potrà mai “scippare” alla gloriosa Polizia della Repubblica Argentina alla quale formuliamo gli auguri di sempre maggiori progressi.

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