Attentato di San Pietroburgo, la “santa alleanza” tra islamici caucasici e ISIS

Di Marco Pugliese

San Pietroburgo. L’attentato di San Pietroburgo è una pennellata su di un quadro assai più macro e complesso e del tutto avulso all’opposizione interna russa. Ma facciamo ordine. Correva il biennio 1999-2000 ed in Russia la guerra cecena era al centro della scena.

L’attentato alla metro di San Pietroburgo.

L’allora neopresidente Vladimir Putin, ben conscio del rischio la Russia federale finisse come la Jugoslavia – famosa la frase “ non vogliamo una Jugoslavia moltiplicata per cento – decise di chiudere velocemente e quasi definitivamente la partita in Cecenia, organizzando una campagna militare risolutiva. Altra uscita rimbalzata alle cronache “ inseguiremo i terroristi ceceni fino a dentro il bagno”.

L’altro problema di Putin fu far” ingoiare il rospo” a Nato ed Usa, che in Kosovo, proprio nel 1999 avevano piantato la propria bandiera, cosi come nel Baltico (anche se nel 1991 Bush senior promise l’esatto contrario). Eltsin, prima di Putin, invece, fece l’esatto contrario, permise agli occidentali d’infiltrarsi nelle questioni interne russe.

Il disegno Usa e Nato era chiaro : appoggiare gli estremisti locali (come in Afghanistan, Iraq, Siria, Ucraina, Kosovo) facendo passare il tutto come appoggio alla libertà dei popoli oppressi ( in realtà si consegnarono o quasi, questi paesi in mani assai peggiori). Una Russia a pezzi avrebbe fatto comodo a tutti, le riserve di gas della Siberia facevano gola e gli oligarchi di turno certo non si sarebbero opposti alla vendita delle licenze d’estrazione. Risultato? Russia disarmata dalla comunità internazionale, praticamente a pezzi. L’ambiguità occidentale fu messa davanti al fatto compito e si dissolse. Putin azzardò – come in Crimea 14 anni dopo – e di fatto permise alla Russia in soli otto anni di tornare a recitare un ruolo internazionale rilevante.

In Occidente si protestò al solito modo, ma si sa, i rimbrotti a personaggi come Putin fanno il solletico. In Cecenia, Putin evitò alla Russia di scomparire, motivo per cui, nonostante evidenti mancanze, la sua figura internamente non perse consenso. Il popolo russo è da sempre assai fiero e ben ancorato alle proprie radici, motivo per cui alla democrazia importata ha barattato un taglio alla propria libertà politica (quella economica oggi in Russia esiste).

L’attentato di San Pietroburgo ha una matrice scontata, legata alla “santa alleanza” tra islamisti caucasici ed Isis, più volte sbandierata. A questo s’aggiunge il ruolo di Mosca in Siria, nel Mediterraneo Orientale, in Crimea ed Ossezia e perfino nel Baltico.

L’ Orso russo si sente assediato da NATO ed Usa da circa 17 anni, motivo per cui strategicamente ha deciso di dire la propria in Siria ed ha più volte mobilitato l’esercito in chiave anti scudo missilistico Nato in Romania e Moldavia.

La Russia, con il piano di riarmo iniziato nel 2003, ha raggiunto una capacità d’offesa convenzionale assai elevata, potendo disporre di un rinnovato apparato industriale e tecnologico. In questo momento Usa e Russia in alcuni scenari sono sullo stesso piano a livello militare, anzi i russi appaiono in vantaggio in Europa (dove la NATO è spuntata e l’Europa di fatto non esiste militarmente), nel Mediterraneo (Royal Navy, Marina Militare Italiana ed US Navy con la coperta corta), in Medio Oriente (Usa a ranghi ridotti). Nel Pacifico lo scontro strategico Usa-Cina (con Giappone ed Australia alla finestra) “distrae” la US Navy dalle mosse di Putin che penetra in Asia Centrale (dove la la NATO è uscita) e tenta l’espansione con piccole basi logistiche nell’Oceano Indiano (attualmente concessioni commerciali).

A tutto questo s’aggiunge la creazione della banca centrale dei Brics che prima o poi si svilupperà in vero e proprio accordo internazionale con estensione in America latina (il Brasile).

Militarmente l’asse Russia-Cina in questo momento appare in vantaggio, in un mondo a più blocchi. L’attentato di San Pietroburgo fa parte di una strategia precisa atta a destabilizzare Mosca, attiva dopo 17 anni su più scenari e militarmente in grado di sostenere i propri progetti.

La prossima mossa di Putin? Sarà in Libia. In questo momento i russi possono tentare l’azzardo e forse sarebbe il caso l’ Italia uscisse da quell’ambiguità che l’ha contraddistinta in altre occasioni (dal Kosovo all’Afghanistan ove siamo presenti con criterio sul campo ma politicamente gestiamo affari d’altri) e proponesse una soluzione in cooperazione (anche militare) con Mosca.

Nello scenario macro l’Europa ha un ruolo marginale, paga non l’aver costituito un Esercito europeo. Usa, Russia, Cina e mondo arabo preferiscono interfacciarsi con le singole nazioni, molto spesso competitor, che con la Ue, sempre più ininfluente ove conta.

Il 2017, con le elezioni francesi – un Paese che ama agire in solitudine – sarà uno spartiacque per l’Europa che rischia d’esser considerata “un topo che ruggisce”, per parafrasare il presidente Donald Trump.

 

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