Israele e il crimine della fame a Gaza: l’analisi dell’Ambasciatore egiziano Amr Helmy

Di S. E. Ambasciatore Amr Helmy*

IL CAIRO. Le pratiche israeliane nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non sono più giustificabili nemmeno con le più distorte interpretazioni del diritto internazionale. Le conseguenze legali e umanitarie sono ormai inequivocabili, in un contesto di crescente consenso globale sull’illegittimità dell’occupazione. Il 19 luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo decisivo che afferma l’illegalità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, chiedendone la cessazione immediata, lo stop alla costruzione degli insediamenti e lo smantellamento di quelli esistenti. Il parere stabilisce inoltre che tutti gli Stati hanno l’obbligo giuridico di non fornire alcun tipo di supporto militare, finanziario o d’intelligence all’occupazione: qualsiasi forma di sostegno equivale a partecipazione diretta a una grave violazione del diritto internazionale.

In primo piano l’ ambasciatore Amr Helmy


Tra gli abusi più atroci, documentati da agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani, vi è la sistematica “militarizzazione della fame” contro la popolazione della Striscia di Gaza. Secondo questi rapporti, le forze israeliane stanno deliberatamente affamando i civili impedendo l’ingresso di cibo, carburante e medicinali, prendendo di mira i convogli umanitari, sabotando le infrastrutture essenziali come forni e impianti idrici. Strumenti di burocrazia complessa vengono impiegati come forma indiretta di punizione collettiva. Organizzazioni come il Programma Alimentare Mondiale e l’UNRWA hanno descritto la situazione a Gaza come una “catastrofe totale”, segnalando che la carestia è ormai un fatto accertato, soprattutto nel nord della Striscia. Lì, sono morte più di 100 persone a causa della fame – per lo più bambini – e si registrano casi diffusi di atrofia muscolare, anemia grave e diarrea cronica, causati dalla malnutrizione e dal collasso quasi completo del sistema sanitario.

In tale contesto, un alto funzionario delle Nazioni Unite ha riferito al Consiglio di Sicurezza che quanto accade a Gaza rappresenta “un incubo di proporzioni storiche” che deve cessare immediatamente. Ha chiarito che i negoziati in corso per un cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi devono portare alla fine permanente della guerra, alla ricostruzione e alla ripresa di un processo politico basato sulla soluzione a due Stati. Intanto, le operazioni militari israeliane proseguono, specialmente a Deir al-Balah, mentre le installazioni delle Nazioni Unite vengono colpite. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, almeno 1.891 palestinesi sono stati uccisi dal 30 giugno, inclusi 294 mentre cercavano di ottenere aiuti umanitari. Nonostante sia stato autorizzato l’ingresso di modeste quantità di carburante dopo 130 giorni di assedio totale, queste sono insufficienti per far funzionare i servizi essenziali, aggravando ulteriormente il rischio di carestia.

Un episodio che ha suscitato indignazione internazionale è stato il bombardamento israeliano della Chiesa della Sacra Famiglia nella città di Gaza, che ha causato la morte di tre civili e il ferimento di altri, costringendo più di 600 persone – tra cui bambini e persone con disabilità – a fuggire dal luogo dove si erano rifugiate. In risposta, il governo israeliano ha espresso “profondo rammarico” definendo l’attacco come “fuoco non intenzionale” e ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sull’accaduto.

Carichi di aiuti inviati dall’ Egitto attraverso Rafah



Le violazioni non si limitano a Gaza: anche in Cisgiordania si intensifica l’escalation militare israeliana e aumenta la violenza dei coloni contro i civili palestinesi. Diversi giovani palestinesi sono stati uccisi, tra cui un diciassettenne e un cittadino con passaporto americano, mentre in Israele si moltiplicano le richieste di annessione ufficiale di parti della Cisgiordania. Al contempo, l’Autorità Nazionale Palestinese è alle prese con una crisi finanziaria senza precedenti, che minaccia la capacità di pagare stipendi e fornire servizi di base. Ha recentemente avvertito del rischio di paralisi di settori vitali, con conseguenze gravi per la stabilità sociale e istituzionale.

In parallelo, l’UNRWA è sottoposta a pressioni politiche e finanziarie enormi: oltre 330 dei suoi operatori sono stati uccisi a Gaza e si prevede che l’agenzia esaurirà il proprio budget entro agosto 2025, mettendo a rischio il funzionamento dei suoi servizi in tutte le aree. Il quadro regionale non è meno allarmante: continuano i raid israeliani in Siria, giustificati con la “protezione delle comunità druse”, mentre le tensioni lungo la Linea Blu tra Libano e Israele rendono ancora più fragile la stabilità dell’intera area.

In questo momento cruciale, si intravede un cambio di rotta nell’opinione pubblica mondiale. Sondaggi recenti indicano un netto calo del sostegno popolare a Israele: la maggioranza dei cittadini di 20 Paesi esprime un giudizio negativo sulle sue politiche, incluso il 53% degli statunitensi e il 61% dei britannici. Anche all’interno di Israele si levano voci critiche: l’ex primo ministro Ehud Olmert ha definito la guerra a Gaza “una distruzione ingiustificata contro i civili”, mentre l’ex ministro della Difesa Moshe Ya’alon ha dichiarato che Israele “ha perso la bussola morale”, accusando il governo di perseguire una politica di “pulizia etnica”.

In un fatto senza precedenti, si sono svolte a Tel Aviv manifestazioni contro l’uso della fame come arma, con slogan come “La fame non è uno strumento di sicurezza” e “Negare il cibo ai bambini genera odio, non deterrenza”. Questo riflette una crescente spaccatura interna e la preoccupazione per le conseguenze di tali politiche sull’immagine internazionale di Israele.

Di fronte a questa realtà, il silenzio non è più un’opzione. L’uso della fame come arma, come confermato dalla Corte Penale Internazionale, costituisce un crimine di guerra. La comunità internazionale è oggi chiamata ad agire concretamente: aprire corridoi umanitari incondizionati, porre fine all’assedio e all’occupazione, fermare l’espansione degli insediamenti e perseguire i responsabili delle violazioni. Non basta un cessate il fuoco temporaneo: serve un’azione autentica per la giustizia e il rispetto del diritto internazionale, che prepari il terreno a una soluzione politica duratura, fondata sulla dignità e sulla sovranità del popolo palestinese. Una soluzione realistica a due Stati, in cui Gaza sia parte integrante di uno Stato palestinese indipendente, con Gerusalemme Est come capitale.

*L’autore è stato Ambasciatore d’Egitto in Italia dal 2013 al 2017. Attualmente è membro del Senato egiziano e autore di numerosi articoli a carattere politico, economico e culturale, su testate arabe e
internazionali, offrendo analisi lucide e documentate.

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