Di Giuseppe Gagliano*
Il nuovo annuncio degli Houthi non è soltanto una minaccia contro Israele. È un messaggio rivolto all’intero sistema commerciale internazionale. Dichiarare il divieto totale di navigazione israeliana nel Mar Rosso significa trasformare ancora una volta lo stretto di Bab al-Mandeb in un punto di pressione strategica, dove una milizia radicata nello Yemen può incidere sulle rotte energetiche, sui costi assicurativi, sulle catene logistiche e sulla libertà di movimento delle flotte occidentali.

Il portavoce militare Yahya al-Saree ha scelto parole nette: ogni movimento israeliano sarà considerato un obiettivo militare. La formula è volutamente ampia. Non riguarda soltanto le navi battenti bandiera israeliana, ormai facilmente sostituibili con registri di comodo, ma può estendersi a navi di proprietà, gestione, destinazione o collegamento commerciale con Israele. È qui che la minaccia diventa più complessa: non nel gesto militare in sé, ma nell’incertezza che produce. Nel trasporto marittimo l’incertezza è già un costo. E quando il rischio si concentra in un passaggio obbligato, quel costo diventa geopolitica.
La geografia come arma
Bab al-Mandeb è largo appena ventinove chilometri tra Yemen, Gibuti ed Eritrea. È un passaggio stretto, prevedibile, vulnerabile. Le navi rallentano, seguono corridoi obbligati, si espongono a missili antinave, droni, mine e imbarcazioni esplosive. Gli Houthi lo sanno. Lo hanno già dimostrato nella crisi del Mar Rosso del 2023-2024, quando le principali compagnie di navigazione furono costrette a deviare verso il Capo di Buona Speranza, allungando tempi, aumentando consumi, premi assicurativi e tariffe di trasporto.
La forza degli Houthi non consiste nel poter vincere una guerra navale convenzionale contro Israele o contro gli Stati Uniti. Consiste nel poter rendere troppo caro, troppo rischioso e troppo instabile il passaggio marittimo. È la logica della guerra asimmetrica applicata all’economia mondiale. Un missile intercettato può anche non produrre danni materiali, ma obbliga comunque navi, assicuratori, armatori, governi e comandi militari a ricalcolare il rischio.
Il dato decisivo è che Bab al-Mandeb non è isolato. Insieme allo stretto di Hormuz forma un corridoio energetico e commerciale che collega Golfo Persico, Oceano Indiano, Mar Rosso, Canale di Suez e Mediterraneo. Se Hormuz e Bab al-Mandeb entrano simultaneamente in tensione, il problema non è più yemenita, israeliano o iraniano. Diventa sistemico. Colpisce Europa, Asia, mercati petroliferi, gas naturale liquefatto, container, approvvigionamenti industriali e sicurezza alimentare.

L’Asse della Resistenza e la guerra dei fronti
Gli Houthi presentano il loro ritorno all’azione come parte della strategia dei “fronti unificati” dell’Asse della Resistenza. È una formula politica, ma anche una dottrina operativa. Gaza, Libano, Yemen, Iraq e Iran non sono più teatri separati. Sono leve diverse di una stessa pressione strategica. Israele viene costretto a difendersi su più direzioni: dal nord libanese, dal fronte palestinese, dalla profondità iraniana, dal Mar Rosso e dalle milizie irachene.
In questa logica, il valore militare di un singolo attacco conta meno del suo effetto cumulativo. Un missile dallo Yemen può essere intercettato. Un drone può cadere prima dell’obiettivo. Ma la ripetizione degli attacchi produce saturazione, logoramento, stress politico interno, pressione sui sistemi di difesa aerea e necessità di impiegare risorse costose contro strumenti relativamente economici.
Israele dispone di superiorità tecnologica, intelligence avanzata e sistemi antimissile sofisticati. Ma la difesa permanente su archi geografici così ampi comporta un costo crescente. Ogni intercettazione consuma munizioni, attenzione operativa e capacità di comando. Ogni fronte obbliga a distribuire risorse. Ogni crisi marittima impone il coinvolgimento degli alleati occidentali. È una guerra di logoramento non solo militare, ma politico, economico e psicologico.

Gli Houthi come potenza di interdizione
Dal punto di vista militare, gli Houthi non sono più soltanto una milizia locale. Sono diventati una forza di interdizione regionale. Controllano tratti della costa yemenita sul Mar Rosso, dispongono di droni, missili balistici, missili da crociera, sistemi antinave e capacità di colpire o minacciare obiettivi marittimi. La loro tecnologia non nasce nel vuoto: è il prodotto di anni di guerra, adattamento, sostegno esterno e apprendimento operativo.
Il loro obiettivo non è dominare il mare, ma negarlo. Non devono sconfiggere una flotta: devono impedirle di agire liberamente. Non devono affondare decine di navi: basta costringere il mercato a considerare il Mar Rosso una zona ad alto rischio. Questa è la vera natura della minaccia. La guerra moderna non si misura più soltanto in territori conquistati, ma in corridoi resi insicuri, infrastrutture paralizzate, rotte deviate, premi assicurativi moltiplicati.
Per Israele il problema è duplice. Da un lato c’è la minaccia diretta, cioè missili e droni lanciati verso il suo territorio. Dall’altro c’è la minaccia indiretta, forse più insidiosa: l’attacco alla sua proiezione economica e commerciale. Un Paese tecnologicamente avanzato, integrato nei mercati globali e dipendente dalla stabilità dei traffici non può ignorare la vulnerabilità delle rotte marittime.
Il prezzo economico dell’escalation
La riapertura del fronte houthi rischia di pesare soprattutto sull’Europa. Le rotte Asia-Europa attraverso Suez sono fondamentali per il commercio di merci, componenti industriali, energia e beni di consumo. Ogni deviazione verso l’Africa australe allunga i tempi, aumenta i costi del carburante, assorbe più navi e altera la programmazione delle consegne. In un’economia già segnata da inflazione energetica, frammentazione commerciale e competizione industriale, anche pochi punti percentuali di aumento nei costi logistici possono trasferirsi sui prezzi finali.
Per le compagnie marittime, il Mar Rosso torna a essere una scommessa. Transitare significa accettare il rischio. Deviare significa pagare di più. Per gli Stati europei, il dilemma è ancora più politico: difendere la libertà di navigazione senza farsi trascinare in una guerra regionale più ampia. Per gli Stati Uniti, la questione è identica ma più pesante, perché ogni crisi nel Mar Rosso chiama in causa la credibilità della protezione americana sulle vie marittime globali.
L’Iran, pur senza esporsi sempre in modo diretto, beneficia di questa architettura. La pressione degli Houthi moltiplica i fronti contro Israele, alza il costo della deterrenza occidentale e mostra che Teheran dispone di profondità strategica attraverso alleati, milizie e movimenti armati. È una forma di potenza indiretta: non sempre controllabile fino in fondo, ma estremamente utile quando si vuole evitare lo scontro frontale e al tempo stesso mantenere alta la tensione.
Una crisi che può allargarsi
L’elemento più pericoloso è la saldatura tra i diversi teatri. Gli attacchi iraniani contro Israele, i raid israeliani in Libano e Iran, la pressione su Gaza, la mobilitazione houthi e il coordinamento dichiarato dell’Asse della Resistenza indicano un conflitto che non procede più per compartimenti stagni. Ogni azione in un teatro produce una risposta in un altro. Ogni raid può diventare giustificazione per una ritorsione lontana centinaia o migliaia di chilometri.
Il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir ha dichiarato che le forze israeliane sono pronte tanto all’attacco quanto alla difesa. È una frase prevedibile, ma rivela la natura della fase attuale: Israele deve mostrare capacità offensiva senza perdere il controllo dell’escalation, mentre i suoi avversari cercano di dilatare lo spazio del conflitto per ridurre il vantaggio tecnologico israeliano.
Il Mar Rosso diventa così molto più di un mare. È il punto in cui la guerra di Gaza incontra l’Iran, il Libano, lo Yemen, il commercio mondiale, l’energia e la sicurezza europea. Gli Houthi non hanno bisogno di chiudere davvero Bab al-Mandeb per ottenere un risultato strategico. Basta far credere ai mercati che potrebbero farlo. In questo spazio sottile tra minaccia e realtà si gioca una parte decisiva della nuova guerra regionale: una guerra in cui il missile, il container, il prezzo del petrolio e la rotta di una nave appartengono ormai allo stesso campo di battaglia.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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