Bielorussia: il fronte che Mosca vorrebbe riaprire. La pressione russa su Minsk e il rischio di una guerra allargata

Di Giuseppe Gagliano*

MINSK. La Bielorussia torna al centro della guerra ucraina non perché abbia scelto davvero di entrarvi, ma perché la Russia potrebbe averne bisogno.

È questa la sostanza politica e militare delle pressioni che Mosca starebbe esercitando su Alexander Lukashenko dall’inizio di quest’anno: trasformare Minsk da retrovia complice a piattaforma più attiva dello sforzo bellico russo.

Il Presidente bielorusso Lukashenko

Non necessariamente con l’invio diretto di truppe bielorusse in Ucraina, ipotesi ad altissimo costo interno per il regime, ma attraverso un uso più intenso del territorio, delle infrastrutture, dei confini e della dipendenza economica bielorussa.

Il problema russo è evidente. Dopo anni di guerra, l’avanzata nell’Est ucraino procede lentamente, assorbe uomini, munizioni, mezzi corazzati e capacità logistiche.

Mosca cerca dunque di moltiplicare i punti di pressione su Kiev.

La Bielorussia, per posizione geografica, è lo strumento ideale: confina con il Nord dell’Ucraina, consente di minacciare nuovamente la direttrice verso Kiev, permette il lancio di velivoli senza pilota e obbliga lo Stato maggiore ucraino a trattenere riserve lontano dal Donbass e dagli assi meridionali.

Soldati ucraini in Donbass

Il valore militare della minaccia settentrionale

Dal punto di vista strategico, l’apertura di un vero fronte bielorusso sarebbe un’operazione rischiosa.

L’Esercito di Minsk non dispone della profondità, dell’esperienza e della motivazione necessarie per sostenere una guerra terrestre prolungata contro l’Ucraina.

Lukashenko lo sa bene. Un intervento diretto potrebbe provocare fratture interne, diserzioni, sabotaggi e un’ondata di ostilità sociale contro un regime già sopravvissuto alla crisi politica del 2020 grazie al sostegno decisivo di Mosca.

Per questo lo scenario più probabile non è l’ingresso massiccio delle truppe bielorusse, ma una progressiva integrazione operativa del territorio nazionale nella macchina militare russa. Basi, aeroporti, depositi, stazioni radar, vie ferroviarie, officine, centri di comando e infrastrutture per il lancio di velivoli senza pilota diventerebbero parte di una guerra condotta formalmente dalla Russia ma sostenuta materialmente da Minsk.

Il vantaggio per Mosca sarebbe duplice.

Da una parte costringerebbe Kiev a disperdere forze lungo il confine settentrionale, riducendo la capacità di resistenza nelle aree dove l’esercito russo cerca di avanzare.

Dall’altra permetterebbe alla Russia di aumentare la pressione psicologica sull’Ucraina, evocando il ricordo del febbraio 2022, quando proprio dalla Bielorussia partì una delle direttrici dell’offensiva contro Kiev.

La guerra ibrida alle porte dell’Alleanza Atlantica

Il secondo livello della partita riguarda l’Europa.

La Bielorussia non è soltanto una retrovia russa verso l’Ucraina; è anche un cuneo geopolitico piantato tra Polonia, Lituania, Lettonia e Ucraina.

Qualunque rafforzamento militare russo-bielorusso in quell’area produce un effetto immediato sui confini orientali dell’Alleanza Atlantica.

Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte

Le possibili operazioni ibride vicino ai confini dell’Alleanza avrebbero una funzione precisa: testare la capacità di reazione occidentale senza superare apertamente la soglia della guerra diretta. Violazioni dello spazio aereo, incursioni di velivoli senza pilota, manovre improvvise, pressione migratoria organizzata, provocazioni di frontiera e attività di disinformazione sono strumenti meno costosi di un’offensiva convenzionale, ma politicamente efficaci. Servono a creare ambiguità, dividere gli alleati, misurare i tempi di risposta e alimentare nei Paesi europei la sensazione che il sostegno all’Ucraina comporti un rischio crescente di coinvolgimento diretto.

In questa logica, la Bielorussia diventa il laboratorio di una guerra sotto soglia.

Mosca non ha bisogno di dichiarare un nuovo fronte per ottenere effetti strategici. Le basta far credere che quel fronte possa aprirsi in ogni momento.

La dipendenza economica come catena politica

Il potere russo su Minsk non passa soltanto dai generali.

Passa dal denaro, dall’energia, dai sussidi e dal credito.

La Bielorussia è legata alla Russia da una dipendenza economica strutturale: mercati di sbocco, forniture energetiche, sostegno finanziario, integrazione industriale, cooperazione militare. Lukashenko ha costruito per anni la propria sopravvivenza su un equilibrio fragile: abbastanza vicino a Mosca da riceverne protezione, abbastanza autonomo da non diventare un semplice governatore di provincia.

Oggi quell’equilibrio si restringe.

Se il Cremlino fa intendere che gli aiuti potrebbero diminuire o interrompersi, il messaggio politico è chiaro:

Minsk può scegliere soltanto entro i limiti concessi da Mosca. La sovranità bielorussa appare così sempre più formale, compressa da una realtà geoeconomica in cui la Russia usa il sostegno finanziario come leva di obbedienza strategica.

Anche il carburante assume un valore politico.

Le accuse ucraine sull’aumento delle forniture bielorusse alla Russia indicano che Minsk può contribuire alla guerra senza sparare un colpo: alimentando la logistica, sostenendo la mobilità militare, compensando carenze, offrendo capacità industriali e vie di transito.

È la dimensione meno spettacolare ma più concreta della guerra lunga.

Lukashenko tra obbedienza e sopravvivenza

La difficoltà di Lukashenko è evidente. Se resiste troppo alle richieste russe, rischia di perdere l’appoggio indispensabile del Cremlino. Se obbedisce fino in fondo, rischia di trascinare il Paese in una guerra impopolare e pericolosa.

La sua strategia è sempre stata quella del rinvio: concedere infrastrutture, cooperazione, retorica e territorio, evitando però il salto irreversibile dell’intervento diretto.

Ma il tempo lavora contro di lui. Più la guerra si prolunga, più la Russia pretende che gli alleati subordinati contribuiscano al costo del conflitto.

E più Minsk si integra nei piani militari russi, più diventa difficile distinguere tra complicità e partecipazione.

L’opposizione bielorussa guidata da Sviatlana Tsikhanouskaya legge in questa evoluzione i segnali di una possibile preparazione alla guerra: espansione militare, nuova legislazione, esercitazioni su larga scala, maggiore fusione con le strutture russe.

Sviatlana Tsikhanouskaya

Anche se questa interpretazione può rispondere a una strategia politica dell’opposizione, coglie un punto reale: la Bielorussia si sta muovendo in uno spazio dove la neutralità non esiste più.

Lo scenario geopolitico

Per l’Ucraina, il rischio non è soltanto militare ma strategico. Kiev deve difendere il Nord senza farsi paralizzare dal Nord.

Deve impedire che la minaccia bielorussa assorba troppe risorse mentre l’Esercito russo continua a premere a Est.

Da qui gli avvertimenti di Zelensky sulle infrastrutture usate per sostenere gli attacchi russi. Il messaggio è rivolto a Minsk ma anche a Mosca: se la Bielorussia diventa piattaforma offensiva, potrà diventare bersaglio.

Per l’Europa, invece, la questione è più ampia.

La Bielorussia rappresenta il punto in cui guerra ucraina, sicurezza dell’Alleanza Atlantica, pressione migratoria, guerra informativa e dipendenza energetica si sovrappongono.

È uno spazio di frizione permanente, dove Mosca può logorare l’Occidente senza assumersi tutti i costi di un’escalation dichiarata.

La verità è che il nuovo fronte potrebbe non assomigliare ai fronti tradizionali.

Potrebbe essere fatto di velivoli senza pilota, sabotaggi, allarmi di confine, minacce logistiche, basi condivise, ricatti economici e provocazioni calibrate. Non una guerra nuova, ma l’estensione della stessa guerra in una forma più ambigua.

La Bielorussia, in questo quadro, non è più soltanto l’alleato minore della Russia.

È il banco di prova della capacità russa di trasformare la dipendenza economica in obbedienza militare, e la geografia in arma politica.

Ed è anche il punto in cui Lukashenko scopre il limite della propria sopravvivenza: aver chiesto protezione a Mosca significa, prima o poi, dover pagare il prezzo della protezione.

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna in alto