Di Giuseppe Gagliano*
MINSK. Dal KGB sovietico al vertice della sicurezza bielorussa.
Ivan Stanislavovich Tertel, classe 1966, è oggi il volto più riconoscibile della macchina repressiva bielorussa.

Polacco di origine e cattolico di formazione, cresciuto a Privalka, si è formato nell’Esercito sovietico e nella prestigiosa scuola di comando aviotrasportato di Ryazan.
Entrato nel KGB bielorusso nel 1994, ha scalato le gerarchie fino a diventarne vice direttore per oltre un decennio.
La nomina a capo del KGB nel settembre 2020 da parte di Alexander Lukashenko, all’indomani delle contestate elezioni presidenziali, ha consacrato la sua figura come perno del sistema di sicurezza del Paese.
Non è un caso che dal 2020 sia stato al centro della repressione delle proteste interne, della sorveglianza di oppositori e giornalisti, e delle campagne di arresti arbitrari che gli sono costati sanzioni da parte di USA, UE, Regno Unito, Canada, Australia, Giappone e Ucraina.
Il ruolo nei negoziati sull’Ucraina
Sebbene la Bielorussia sia formalmente alleata della Russia e ospiti missili, truppe e armi nucleari tattiche di Mosca, Lukashenko ha spesso tentato di presentarsi come mediatore, ospitando colloqui di pace già nel 2022. In questo contesto, Tertel è emerso più come “supervisore della sicurezza” che come negoziatore politico.

Le sue dichiarazioni pubbliche tendono infatti a riprodurre la narrativa russa: l’Occidente non manterrebbe le promesse, Kiev avrebbe commesso “errori fatali” sin dall’indipendenza, e il conflitto sarebbe colpa esclusiva dell’Ucraina.
Nonostante ciò, la sua presenza in incontri con delegazioni statunitensi (febbraio e giugno 2025) e in colloqui paralleli con attori come Serbia e Libia dimostra che il KGB resta uno strumento non solo repressivo, ma anche di diplomazia securitaria.
Arresti, spionaggio e minacce esterne
In questa estate, Tertel ha annunciato l’arresto di 14 persone accusate di spionaggio e tradimento, confermando la centralità del controspionaggio come ossessione del regime.
I sospetti di “agenti occidentali” o di reti ucraine hanno fornito a Minsk il pretesto per presentarsi come avamposto contro una presunta aggressione NATO.
La narrativa è sempre la stessa: la Bielorussia come “saliente strategico” che l’Occidente vorrebbe destabilizzare.
Parallelamente, Tertel ha accusato Kiev di far transitare armi clandestine verso la Bielorussia e la Lituania di preparare attacchi con droni.
In realtà, la sua retorica appare funzionale a giustificare nuove ondate di repressione interna e a cementare l’alleanza con Mosca.
Diplomazia parallela e legami internazionali
Nel 2025 Tertel è apparso accanto a Lukashenko nei rari incontri con rappresentanti statunitensi, segnale di una possibile apertura tattica verso Washington in cambio di allentamento delle sanzioni.
La sua presenza in Libia, accanto a esponenti militari russi e al Generale Khalifa Haftar, evidenzia il tentativo bielorusso di inserirsi nelle reti di cooperazione di sicurezza promosse da Mosca nel Mediterraneo.

Anche i contatti con la Serbia e con esponenti politici europei sanzionati mostrano la volontà di mantenere un canale con Paesi disallineati alla politica di Bruxelles.
Una figura controversa
Tertel incarna l’ambivalenza della Bielorussia contemporanea: da un lato, uomo di apparato incaricato di neutralizzare oppositori e schiacciare il dissenso interno; dall’altro, volto “presentabile” che Lukashenko utilizza nei contatti con interlocutori stranieri per dare solidità alle promesse di mediazione.
In Occidente è percepito come “boia in giacca e cravatta”, mentre in patria è celebrato dai media ufficiali come garante della sicurezza nazionale.

Conclusione: spionaggio, diplomazia e sopravvivenza
Il futuro di Ivan Tertel sembra legato a doppio filo a quello di Lukashenko.
Finché il Presidente bielorusso avrà bisogno di un uomo di fiducia per controllare Servizi segreti, opposizione e rapporti con Mosca, il capo del KGB resterà centrale. Ma il suo margine di manovra in ambito internazionale appare limitato: più che mediatore, è guardiano.
La sua forza risiede nella capacità di mantenere la Bielorussia chiusa, impermeabile a spinte democratiche, e allo stesso tempo utile al Cremlino.
In questa doppia funzione – repressione interna e diplomazia securitaria – Tertel rimane una figura simbolo di come la Bielorussia si muove oggi nello spazio post-sovietico: non protagonista dei negoziati, ma ingranaggio essenziale di un sistema che sopravvive grazie al controllo capillare della società e all’allineamento a Mosca.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

