USA: i democratici prendono entrambe le camere alle elezioni di metà mandato. Il possibile impatto sui maggiori dossier internazionali

Di Fabrizio Scarinci

WASHINGTON. Per Donald Trump e i repubblicani, i risultati delle elezioni di mid-term si sono rivelate una vera e propria batosta.

Come ormai noto, infatti, i democratici sono riusciti ad ottenere il controllo di entrambi i rami del Congresso, vincendo anche in diversi Stati tradizionalmente repubblicani come il Texas: roccaforte rossa per eccellenza in cui la sconfitta del GOP appare, senz’altro, come un fatto di portata storica.

Un’immagine del Palazzo del Campidoglio, sede del Congresso statunitense – Ted Eytan – 2020.09.19 Grieving for Ruth Bader Ginsburg, Washington, DC USA263 66239

A determinare tale debacle, subita ad opera di avversari francamente più che discutibili, hanno, senza dubbio, contribuito l’imprevedibile e contraddittorio agire del Presidente, tradottosi, tra le altre cose, nello “stallo iraniano” che ben conosciamo, i numerosi sospetti sui suoi conflitti di interesse e, non da ultimo, il dissennato stile comunicativo da egli adottato.

Cosa accadrà nel prossimo futuro è, per molti aspetti, ancora difficile da prevedere, anche se, su molte questioni si intravvede già un muro contro muro tra Congresso e Casa Bianca (ricordiamo, a tal proposito, come, di recente, lo stesso Trump abbia annunciato che, in caso di vittoria democratica si sarebbe trasformato in “mister veto”).

Il Presidente Trump

Naturalmente, un simile braccio di ferro investirebbe, senz’altro, anche la politica estera, dove, pur non potendo dettare la linea, i democratici potrebbero comunque bloccare il finanziamento di alcune operazioni volute dalla Casa Bianca.

In tal senso, la maggior parte dei riflettori è, ora, puntata sulla crisi con l’Iran, riguardo alla quale è assai probabile che Trump cerchi di ottenere finanziamenti per nuove operazioni prima del 3 gennaio prossimo, ossia la data in cui si insedieranno i nuovi senatori e deputati.

Per ciò che concerne, invece, il conflitto ucraino, le novità non dovrebbero essere, poi, così sconvolgenti, anche perché le divergenze tra Congresso e Casa Bianca rappresentano già ora una realtà piuttosto evidente.

A tal proposito, basti pensare a quanto accaduto con la legge sul sanzionamento del petrolio russo e di quei Paesi che acquistano il greggio da Mosca intitolata al senatore repubblicano di recente scomparsa, Lindsey Graham, che Trump ha prima firmato e poi ignorato (come, del resto, lo stesso “Ending Importation of Russian Oil” Act del 2022) stringendo con Putin cosiddetto “patto del diesel”.

Anche in ragione di ciò, non vi è, quindi, alcuna evidenza sul fatto che la rinnovata contrapposizione tra Congresso e Casa Bianca possa davvero capovolgere gli attuali tentativi di quest’ultima di congelare il conflitto e di ricercare una distensione nei rapporti bilaterali con Federazione Russa.

Inoltre, sempre con riferimento allo scenario ucraino, occorre anche ricordare come l’ipotesi di una trattativa diretta con Putin sia, più volte, stata sostenuta anche da una consistente fetta del Partito Democratico, di cui fanno parte anche molti dei candidati affermatisi in queste ultima tornata elettorale, a partire dalla stessa Alexandria Ocasio Cortez.

Venendo, infine, al dossier Indopacifico (ossia quello che, almeno sulla carta, tutti considerano il più importante), si segnala una crescente divergenza tra il modo in cui entrambi i partiti (e, in questo caso, forse più i repubblicani che i democratici), vedono la Cina, ossia come un competitor da contenere, e l’atteggiamento sempre più marcatamente distensivo di Donald Trump, che, a dispetto della sua linea iniziale, sembrerebbe invece guardare al dragone sempre più come ad un interlocutore con cui definire le rispettive sfere d’influenza.

A tal proposito, si segnala come, proprio in questi giorni. il tycoon starebbe lavorando ad un (verosimilmente simbolico) accordo di coesistenza, che egli e Xi Jinping dovrebbero firmare già a margine del prossimo G20 di Miami, in programma tra il 14 e il 15 dicembre.

Naturalmente, anche in ragione della cruciale importanza strategica della questione, c’è sicuramente da aspettarsi che, nel corso del prossimo biennio, il nuovo Congresso dia battaglia affinché la Casa Bianca rinnovi le proprie garanzie nei confronti di Taiwan e rilanci la collaborazione con gli altri alleati dell’area.

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