India e Cina, la tregua necessaria fra due giganti diffidenti

Di Giuseppe Gagliano*

PECHINO. Il riavvicinamento fra India e Cina non va letto come una riconciliazione definitiva. È piuttosto una tregua strategica, una normalizzazione prudente fra due potenze che sanno di non potersi permettere un conflitto permanente mentre il sistema mondiale si riorganizza attorno a grandi blocchi, catene industriali, guerre commerciali, controllo delle tecnologie e competizione per il Sud globale.

L’incontro a Nuova Delhi tra Ajit Doval, consigliere per la sicurezza nazionale indiano, e Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, avvenuto a margine della riunione dei consiglieri per la sicurezza nazionale dei BRICS, ha un valore che supera la diplomazia ordinaria. Dopo anni di tensioni cominciate con lo scontro di confine del 2020, India e Cina provano a rimettere ordine in un rapporto troppo importante per essere lasciato alla sola logica militare.

Un carro armato  T-72 dell’Esercito Indiano

La formula usata dai comunicati è quella consueta: colloqui costruttivi, visione di lungo periodo, gestione delle divergenze, normalizzazione graduale. Ma dietro le parole diplomatiche si muove una realtà più dura. Nuova Delhi e Pechino restano rivali. Si osservano lungo la frontiera himalayana, competono nell’Oceano Indiano, si contendono influenza in Asia meridionale, hanno interessi divergenti sul Pakistan, sulla connettività regionale, sulle catene industriali e sul rapporto con gli Stati Uniti. Eppure, proprio per questo, hanno bisogno di parlarsi.

Il confine come ferita aperta

La questione del confine resta il cuore della diffidenza. La linea di controllo effettivo fra India e Cina non è solo una frontiera geografica. È una cicatrice strategica. Dal 2020, dopo gli scontri sanguinosi nella regione himalayana, la relazione bilaterale è entrata in una fase di congelamento. Truppe, infrastrutture, strade, avamposti, pattugliamenti e sospetti reciproci hanno trasformato l’alta montagna in un teatro permanente di pressione.

Il fatto che il portavoce del Ministero degli Esteri cinese abbia parlato di stabilità generale lungo il confine e di canali di comunicazione ancora aperti è significativo. Significa che nessuna delle due parti vuole perdere il controllo della situazione. Il ventiquattresimo ciclo di colloqui tra i rappresentanti speciali sulla questione dei confini viene indicato come base per preparare il venticinquesimo. La diplomazia, dunque, non risolve la disputa, ma impedisce che la disputa diventi guerra.

Per l’India, il confine è anche una questione di prestigio interno. Nessun governo a Nuova Delhi può apparire debole davanti alla Cina. Per Pechino, la frontiera himalayana è parte di una più ampia architettura di sicurezza che include Tibet, Xinjiang, Asia centrale e pressione sugli spazi periferici. Normalizzare significa quindi evitare incidenti, non cancellare la rivalità.

BRICS e multipolarismo

Il contesto dell’incontro non è secondario. Doval e Wang si sono parlati durante una riunione dei consiglieri per la sicurezza nazionale dei BRICS, gruppo che negli ultimi anni ha assunto una funzione sempre più politica. Non è più soltanto una sigla economica nata per descrivere economie emergenti. È diventato uno spazio di negoziazione del mondo non occidentale, o meglio del mondo che vuole ridurre il monopolio occidentale sulle regole globali.

La Cina vuole che i BRICS promuovano il processo di multipolarizzazione. L’India, che presiede il gruppo, deve però muoversi con cautela. Nuova Delhi non intende diventare un satellite di Pechino dentro un blocco antioccidentale. La sua politica estera è molto più sofisticata: compra armi russe, dialoga con Washington, partecipa ai BRICS, aderisce al Quad, difende la propria autonomia strategica e cerca di presentarsi come voce autonoma del Sud globale.

È qui che il rapporto con la Cina diventa decisivo. Se India e Cina restano bloccate in una tensione permanente, il Sud globale appare diviso e manipolabile. Se invece riescono a gestire la rivalità senza farla degenerare, possono aumentare il peso negoziale dell’intero spazio eurasiatico e postcoloniale. La frase attribuita a Wang, secondo cui Cina e India sono partner più che concorrenti, è più aspirazione che realtà. Ma in diplomazia anche le aspirazioni servono, quando evitano che la realtà precipiti.

Una riunione del Partito Comunista Cinese

Scenari economici: competizione e necessità

Sul piano economico, India e Cina sono concorrenti naturali. La Cina resta la grande fabbrica del mondo, anche se cerca di salire sempre più nella catena del valore tecnologico. L’India vuole attrarre investimenti, rilocalizzazioni industriali, produzione elettronica, semiconduttori, farmaceutica, servizi digitali e manifattura avanzata. Molte imprese occidentali vedono nell’India un possibile contrappeso alla dipendenza dalla Cina. Nuova Delhi lo sa e utilizza questa posizione.

Ma la separazione completa fra le due economie è irrealistica. L’India dipende ancora da componenti, importazioni, macchinari, principi attivi farmaceutici e prodotti industriali cinesi. La Cina, dal canto suo, ha interesse a non spingere l’India troppo stabilmente nel campo americano. Una relazione meno conflittuale permette scambi più prevedibili, riduce i rischi sulle catene di approvvigionamento e consente a entrambi di concentrarsi su obiettivi più ampi.

La ripresa dei meccanismi di dialogo in materia di commercio, finanza, forze dell’ordine e comunicazione, sollecitata da Wang, va letta in questa chiave. Non è amicizia. È gestione del rischio. Le due potenze sanno che un deterioramento incontrollato danneggerebbe entrambe, soprattutto in una fase in cui l’economia mondiale è attraversata da protezionismo, sanzioni, rivalità tecnologica e frammentazione dei mercati.

La dimensione militare

La valutazione strategica militare resta prudente. India e Cina non stanno disarmando il confronto. Lo stanno amministrando. Le infrastrutture costruite negli ultimi anni lungo la frontiera non scompariranno. Le capacità militari resteranno dispiegate. L’India continuerà a rafforzare la propria postura sull’Himalaya e nell’Oceano Indiano. La Cina continuerà a espandere la propria influenza navale, commerciale e infrastrutturale nello spazio indo-pacifico.

Il punto è evitare che la rivalità diventi simultaneamente terrestre e marittima. L’India teme l’accerchiamento cinese attraverso Pakistan, Sri Lanka, Myanmar, Bangladesh e Oceano Indiano. La Cina teme che l’India diventi un pilastro della strategia americana di contenimento. Ogni gesto diplomatico serve dunque a impedire che le rispettive paure diventino profezie autoavveranti.

La normalizzazione è quindi una forma di deterrenza politica. Non elimina il rischio, ma crea canali per contenerlo. In un’epoca in cui molti conflitti nascono da errori di calcolo, avere linee di comunicazione attive è già una risorsa strategica.

La posta geopolitica

Il riavvicinamento India-Cina dice molto sulla trasformazione dell’ordine mondiale. Le grandi potenze non si dividono più in blocchi rigidi come durante la guerra fredda. Si competono, commerciano, negoziano e si contengono nello stesso tempo. L’India può avvicinarsi agli Stati Uniti senza rompere con la Russia. La Cina può sfidare Washington senza voler aprire un fronte permanente con Nuova Delhi. I BRICS possono diventare uno spazio comune senza cancellare le rivalità interne.

Per l’Occidente, questo è un dato essenziale. L’India non sarà semplicemente il braccio asiatico della strategia americana contro Pechino. Ha interessi propri, memoria storica, ambizioni imperiali regionali e una cultura di autonomia strategica. La Cina, dal canto suo, non può permettersi di trasformare ogni vicino in nemico. Ha bisogno di stabilità ai confini mentre affronta pressioni economiche, demografiche e tecnologiche.

La formula della normalizzazione graduale è dunque il massimo oggi possibile. Non pace storica, non alleanza, non fiducia. Ma una tregua intelligente fra due civiltà-Stato che hanno capito una cosa: nel secolo della competizione multipolare, il conflitto permanente consuma risorse, apre spazi agli avversari e riduce la libertà di manovra.

India e Cina non diventano amiche. Tornano semplicemente a fare ciò che le grandi potenze devono fare quando non possono vincere una guerra senza perdere troppo: parlarsi, contenersi, misurarsi e trasformare la rivalità in un equilibrio instabile, ma governabile.

 

* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

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