Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. Lungo il confine che separa la Cambogia dalla Thailandia, la giungla non è solo verde, fitta e immobile.
In queste ore è anche incandescente, segnata da scontri a fuoco, accuse incrociate e paure che tornano a serpeggiare tra la popolazione civile.

Gli scontri continuano con fuoco di artiglieria e l’uso reciproco di carri armati nelle aree di confine.
Almeno 15 persone sono morte (tra cui anche bambini) e più di 100 mila (dati di poche ore fa) sono fuggite dalle loro case lungo il confine in Thailandia.
In Cambogia almeno una persona è morta, cinque sono rimaste ferite e 1.500 sono state costrette ad abbandonare le loro case.
Il cuore simbolico del nuovo conflitto è il tempio indù di Prasat Ta Muen Thom, sito millenario al centro di una disputa mai sopita.

Ma ciò che si sta consumando oggi va ben oltre la geografia, oltre l’archeologia, oltre la storia: è una crisi che squarcia le fragili trame regionali dell’Asia sud-orientale e minaccia di trascinarle in un conflitto senza ritorno. Secondo le autorità thailandesi, le truppe cambogiane avrebbero attaccato per prime, utilizzando droni di sorveglianza, armi pesanti e lanciarazzi.
Phnom Penh nega ogni responsabilità, sostenendo che si è trattato di una reazione difensiva a un’incursione armata thailandese. Lo scambio di accuse è violento, specchio di una tensione che ribolle da settimane e che, ora, ha definitivamente oltrepassato il punto di non ritorno.
I confini sono stati chiusi, gli ambasciatori espulsi, le relazioni diplomatiche ridotte al minimo.
E il cielo, sorvolato da F-16 thailandesi, si fa sempre più cupo. Dietro lo scontro militare, però, si cela una guerra più sottile: quella delle mappe.

La contesa territoriale si fonda su una cartina del 1907, redatta sotto il dominio coloniale francese, che ha storicamente separato la Cambogia dalla Thailandia lungo una linea fragile e contestata. La Cambogia continua a rivendicare quella mappa come fondamento legittimo della propria sovranità.
La Thailandia, invece, la considera un’imposizione coloniale, inaccurata e superata.

Le tensioni più gravi si sono storicamente concentrate attorno al tempio di Preah Vihear, un altro sito sacro che nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia assegnò alla Cambogia, provocando una profonda frattura diplomatica mai davvero ricomposta.

Nel 2013, la sentenza fu ribadita.
Bangkok, tuttavia, ne contesta tuttora la validità. Il momento politico interno rende la crisi ancor più esplosiva. In Thailandia, la prima ministra Paetongtarn Shinawatra è stata sospesa dopo la diffusione di una telefonata compromettente con l’ex leader cambogiano Hun Sen.

In quella conversazione, Paetongtarn si rivolgeva a lui con toni personali, chiamandolo “zio”, lasciando intendere una disponibilità a gestire privatamente la disputa e criticando i vertici militari del proprio Paese.
La pubblicazione della registrazione ha scatenato una tempesta politica e morale, culminata con la sua sospensione da parte della Corte Costituzionale.
Il vuoto istituzionale che ne è derivato ha indebolito ulteriormente la leadership thailandese, proprio mentre il Paese affronta una crisi esterna potenzialmente devastante. Anche la Cambogia, dal canto suo, sta attraversando una fase delicata. Dopo decenni di dominio incontrastato, Hun Sen ha ceduto il potere al figlio, ma resta una figura centrale.
Il passaggio di testimone, però, non ha ancora prodotto un sistema solido e autonomo.
L’apparato cambogiano resta vulnerabile, strattonato tra lealtà vecchie e nuove, e costretto ora a gestire una crisi di portata regionale in piena transizione politica.
Nel mezzo di questo scenario già complesso, si inserisce la scadenza commerciale imposta da Washington. Il primo agosto, entreranno in vigore nuove tariffe sulle esportazioni dei Paesi dell’ASEAN verso gli Stati Uniti, con dazi che potrebbero arrivare fino al 36%.
L’obiettivo dichiarato dell’Amministrazione Trump è arginare l’influenza cinese nell’area, bloccando il flusso di merci “dirottate” attraverso Paesi terzi del Sud-Est asiatico, dove molte aziende cinesi hanno trasferito la produzione per aggirare i dazi.

Dietro la retorica del protezionismo, si cela una strategia più profonda: isolare Pechino e frammentare l’ASEAN, disinnescando ogni possibilità di coalizione economica tra i suoi membri.
Lo scontro tra Cambogia e Thailandia si inserisce perfettamente in questo schema. Invece di unire le forze per affrontare una sfida esterna che minaccia le loro economie, i due Paesi si combattono sul piano militare e commerciale.
Phnom Penh ha vietato l’importazione di frutta e verdura thailandese, mentre Bangkok ha minacciato di interrompere la fornitura di energia elettrica e servizi digitali alle città cambogiane di confine.
È una guerra che si combatte su più piani: con le armi, con i dazi, con la tecnologia.
Eppure, ciò che inquieta maggiormente è l’assenza totale di una voce regionale forte.
L’ASEAN, che avrebbe il compito di mediare, prevenire, garantire stabilità, resta paralizzata. Incapace di agire, silenziosa di fronte a un’escalation che minaccia di compromettere l’equilibrio dell’intera area.
Le parole che mancano oggi potrebbero diventare armi domani. In questo contesto, le rovine del tempio di Prasat Ta Muen Thom diventano un tragico simbolo. Luogo sacro, ricco di storia, si è trasformato in una zona di guerra. E mentre i suoi muri millenari resistono al tempo, gli uomini che lo circondano sembrano incapaci di resistere alla tentazione della violenza.
Le cartine disegnate dai colonizzatori con tratti netti e linee rette non possono contenere la complessità di popoli intrecciati da storia, cultura, sangue. Eppure, si continua a morire per quei tratti di matita.
Un giorno, forse, gli archeologi del futuro scaveranno tra le macerie di questi templi e si chiederanno perché, in un’epoca così avanzata, gli uomini abbiano combattuto per ciò che potevano, con intelligenza e volontà, scegliere di condividere.
Ma se quella domanda dovrà essere posta, sarà perché oggi nessuno ha trovato il coraggio di rispondere.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
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