CARABINIERI: BRIGANTAGGIO, LA STORIA DI ANGELO VITALINI UNA VITTIMA OSCURA DEL DOVERE

Di Gerardo Severino*

CASTELLABATE (SALERNO) – nostro servizio particolare. Il brigantaggio post unitario – non siamo certo noi i primi a dirlo – fu un fenomeno che, purtroppo, non risparmiò nessuna provincia del Meridione d’Italia, “prendendo di mira”, infatti, anche alcune pacifiche località della costiera Cilentana, come lo era ed è tuttora Castellabate, oggi celebre per il noto film campione d’incassi “Benvenuti al Sud” e da sempre perla del turismo estivo.

Una cartiolina ricordo del ruolo avuto dall’Arma nella lotta al brigantaggio

Furono gli stessi briganti che, nel 1866, avrebbero colpito anche la Stazione dei Carabinieri Reali di Castellabate, a cinque anni dal suo insediamento in paese.

E lo avrebbero fatto assassinando vigliaccamente uno dei suoi uomini migliori: il giovane Carabiniere Angelo Vitalini, il quale si era particolarmente distinto proprio nella lotta a tale fenomeno [1].

Vitalini rimase vittima di una vendetta ordita contro la Benemerita, ovviamente per quanto l’Arma aveva fatto e stava facendo nell’ambito di quel Mandamento, allora dipendente dal Circondario di Vallo della Lucania.

Una vigliacca vendetta brigantesca

Il 21 febbraio del 1866, così come è stato confermato dalle ricerche eseguite da Emilio Guida, responsabile dell’Archivio storico del Comune di Castellabate [2], verso le ore 2 di notte, in contrada o strada “Fabbriche di Castellabate”, il calzolaio Francesco Pentone e il possidente Filippo Verrone, entrambi originari di quello stesso borgo, rinvennero il corpo agonizzante del Carabiniere Angelo Vitalini, originario di Adro, in provincia di Brescia, da alcuni anni in servizio presso la locale Stazione dell’Arma.

Carabiniere a cavallo (1864)

Come è facile intuire, limitandosi alla lettura della trascrizione del registro anagrafico di tale Comune, ovviamente sulla base di quanto “dichiararono in atti” i due cittadini, l’assassinio del povero Carabiniere avvenne “per mano di ignoti”, quasi certamente briganti del posto, o comunque del Mandamento, i quali lo uccisero a colpi di stile.

La “scheda caduti” n. 473, gentilmente fornita in copia dal Centro Beni Storici e Documentali del Comando Generale dell’Arma, nel confermare tali dati aggiunge, fra le annotazioni: “Ucciso proditoriamente nell’abitato”, mentre più esaustivo, invece, risulta essere il documento stilato dall’allora Comando della Legione territoriale CC. RR. di Salerno, dal quale cogliamo che l’omicidio dovette essere certamente premeditato.

Ciò in quanto il povero Vitalini, che in quel frangente, non avendo ancora compiuto 27 anni e, quindi, celibe, approfittando di una sua “debolezza umana”, fu attratto con un tranello all’interno dell’abitazione privata di una meretrice di Castellabate, evidentemente complice dei briganti, proprio per esservi barbaramente assassinato.

Castellabate vista Oriente

Diversamente, l’omicidio sarebbe stato molto più difficile da realizzare, tenendo presente che il giovane, essendo ancora scapolo, viveva in caserma, mentre per le attività di servizio esterne sarebbe stato impossibile coglierlo da solo, almeno in piena notte.

La circolare periodica n. 1199 relativa al 1° trimestre del 1866, redatta in data 1° aprile 1866 dall’Ufficio di Stato Maggiore del Comando della 10^ Legione dei Carabinieri Reali di Salerno, nell’apposita voce riguardante i morti subiti complessivamente dal reparto territoriale, così si esprime riguardo al Carabiniere caduto a Castellabate: “Vitalini 1° Angelo – Carabiniere a piedi, il 21 febbraio, ucciso proditoriamente in casa di una meretrice nella sua residenza di Castellabate” [3].

L’ignota “meretrice” di Castellabate non fu l’unica donna a simpatizzare con i briganti e a collaborare con gli stessi contro il legittimo Governo e le Forze di Polizia.

A tal riguardo, lo storico Chieffalo, nel capitoletto dal titolo “Le donne nel brigantaggio cilentano”, aggiunge quanto segue: “Nel Cilento le donne che agivano con i briganti erano tutte o mogli o amanti degli stessi, la qual cosa conferma una stretta dipendenza dalla fattispecie originaria che restava legata essenzialmente al mondo maschile [.].

Rozze, spregiudicate, animate da spirito bellicoso, propense più alla vita sregolata che a una normale quotidianità, avevano trovato nel contatto con i briganti un mondo tutto sommato più confacente alla loro natura portata all’irrequietezza e all’istintiva inosservanza di tutto quanto potesse condizionare il loro agire.

I rapporti di quelle donne con i briganti davano vita a forme diverse e variegate che consentivano poterle enucleare in vari e diversi gruppi di appartenenza, pur nel contesto di un’attività brigantesca che comunque ponevano in essere.

Una prima categoria era quella che individuava donne le quali, pur non seguendo i briganti alla macchia; tuttavia, con essi avevano un rapporto assiduo e costante di collaborazione che si configurava come figura atipica che aveva qualcosa in più del semplice manutengolismo. In merito due ipotesi andavano distinte.

Una prima comprendeva donne che di norma rimanevano nella propria dimora abituale, pur fiancheggiando i briganti nelle loro azioni.

Periodicamente si recavano nei loro nascondigli per rifornirli di viveri, armi, munizioni e quant’altro occorreva per le quotidiane necessità.

Quelle visite non si risolvevano nella semplice consegna delle merci, giacché usavano pernottare assieme ai briganti, ai quali concedevano i loro favori e dai quali ottenevano spesso parte dei bottini. Quelle donne spesso agivano quali spie per facilitare i rapimenti e prendevano parte attiva alle varie e complesse trame che si andavano intessendo per i frequenti ricatti. Una seconda ipotesi prevedeva donne che nel paese costituivano un punto di riferimento preciso per i briganti.

La loro casa era ritrovo di uomini alla macchia i quali, frequentemente, in special modo nelle ore notturne, vi si recavano per convegni d’amore, per incontri con altri briganti al fine di progettare rapine, estorsioni, misfatti vari, per depositare le varie refurtive” [4].

Un Carabiniere tra la gente in una stampa ottocentesca

In ogni caso, sulla medesima “meretrice”, la cui descrizione s’inquadrerebbe perfettamente con quanto ricordato dal Chieffalo, non siamo in grado di aggiungere altro.

Negativa, al riguardo, è stata, inoltre, anche la ricerca eseguita presso l’Archivio di Stato di Salerno, ove è giacente, tuttavia, altra documentazione storica riguardante l’opera dei Carabinieri Reali della 10^ Legione di Salerno.

All’indagine, personalmente condotta dal Comandante della Compagnia CC.RR. di Vallo della Lucania, Capitano Achille Bottini, e che non portò, sfortunatamente, nemmeno agli esecutori materiali dell’omicidio, fecero seguito, ad opera degli stessi Carabinieri Reali, delle Guardie Doganali e della Truppa di Linea, per ordine del Sotto Prefetto di Vallo, Bernardo Soldi, accurati rastrellamenti nell’ampia zona territoriale del Monte Stella, ma anche nelle campagne di Castellabate, Ortodonico, Serramezzana e Pollica.

Ma dei briganti nessuna traccia.

L’assassinio del Carabiniere Angelo Vitalini scosse, come era giusto che fosse, l’intera comunità di Castellabate, la quale conosceva fino in fondo quanto avesse fatto l’Arma e lo stesso Vitalini contro il crimine che incombeva su quell’angolo di Cilento, partecipando personalmente a brillanti operazioni contro briganti e delinquenti comuni.

La vigliacca “esecuzione” del bravo Carabiniere bresciano, per quanto ordita in maniera tale da voler “buttare fango” sulla gloriosa Arma, non sortì l’effetto desiderato, anche se di lì a poco si rese necessario il trasferimento altrove dell’impavido Maresciallo d’alloggio a piedi, Giuseppe Zeni, Comandante della Sezione CC.RR. di Castellabate, dalla quale dipendevano le Stazioni di Castellabate, Agropoli, Ortodonico e Perdifumo.

La decisione superiore di trasferire il Maresciallo Zeni, che alcuni ritennero avesse fatto indirettamente il gioco di quegli assassini, fu presa solo per tutelare il bravissimo Sottufficiale, che proprio in quella parte del Cilento aveva conseguito risultati di enorme rilevanza operativa. In realtà, anche il successore del Maresciallo Zeni, il parigrado Francesco Meraviglia, non fu da meno.

In ogni caso, la cittadinanza tutta di Castellabate, con in testa il sindaco, Costabile Parente, si strinse attorno al Comandante di Sezione, al quale spettò la triste incombenza di avvisare la famiglia d’origine del caduto, ma anche di provvedere alle esequie della povera “vittima del dovere”, che ovviamente avrebbe riposato per sempre in “terra straniera”, non essendo allora possibile trasferire le salme a molti chilometri di distanza, sia per motivi economici che sanitari.

Si concludeva così la breve esistenza di Angelo Vitalini, nato a Moro di Chiari, oggi Comune di Adro (Brescia) il 14 ottobre 1839, figlio di Battista Vitalini e da Maria Datti, arruolatosi nell’Arma gloriosa all’indomani dell’unificazione italiana, processo contro il quale si erano schierati, sin dai primi momenti, i cosiddetti “legittimisti filo-borbonici”, alcuni dei quali trasformatesi, in seguito, in volgari delinquenti.

NOTE

[1]  Vgs. Gerardo Severino: Ignis Ardens. I Carabinieri a Castellabate. Cenni storici e cronache operative (1861 – 2019), Santa Maria di Castellabate, Edizione Digitalpress, 2020.

[2]  Denunzia in data 2 febbraio 1866, in Archivio Storico Comune di Castellabate, fondo Registri di Stato Civile (1866).

[3]  In Archivio Centro Beni Storici e Documentali Arma dei Carabinieri, Roma, raccolta Circolari Periodiche 10^ Legione Salerno (1866).

[4] Cfr. Domenico Chieffalo: Cilento. Contadini, Galantuomini e Briganti. Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno, 2^ edizione, 2002, pp. 202 e 203.

*Colonnello (Aus) Guardia di Finanza – Storico Militare

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