Carabinieri: Intervista al Generale di Brigata Roberto Riccardi. L’Arma e le Comunità ebraiche insieme per recuperare le opere d’arte saccheggiate dai nazisti

Roma (dal nostro inviato). I Carabinieri del Comando per la Tutela Patrimonio Culturale (TPC) sono una delle eccellenze dell’Arma ma anche delle Forze di Polizia nazionali ed internazionali.

Alcuni beni archeologici recuperati dai Carabinieri del TPC

Nato nel 1969, in 51 anni di storia ha conseguito risultati straordinari, in Patria e all’estero.

Basti pensare, ad esempio, alla messa in sicurezza del nostro enorme, straordinario patrimonio culturale in caso di calamità naturali o nelle missioni in Afghanistan e Iraq (dal 2003) solo per citarne alcune.

Sostenendo Paesi che non hanno strutture dedicate.

In Iraq, subito dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, dal Museo Nazionale di Bagdad furono portati via 15 mila pezzi.

I Carabinieri del TPC sono impiegati anche all’estero per la salguardia dei beni artistici

Grazie al lavoro dei Carabinieri del TPC, nel tempo, circa la metà sono tornati nel Paese.

Grazie alle loro indagini, infatti, i beni affiorarono sul mercato e il TPC  li aveva catalogati e iscritti nella sua Banca Dati.

Nel 2015 fu creata, grazie al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo (MIBACT) e all’UNESCO nacque la United for Heritage.

Si tratta di un’unità che invia Task Force di funzionari ministeriali e Carabinieri del TPC in Paesi devastati dai conflitti o colpiti da calamità naturali.

I Carabinieri del TPC di Venezia all’interno della Basilica di San Marco controllano lo stato di un mosaico

Per entrarne a far parte, una volta entrati nell’Arma occorre avere come background personale titoli di studio specifici o lunghe esperienze nel campo della tutela culturale ed artistica.

Ogni tanto vengono emanate interpellanze per la selezione del personale. Vengono esaminati i titoli e poi si passa ad una prova scritta ed orale su materie giuridiche (Codice del Beni Culturali del 2004 in primis), le principali Convenzioni sulla materia, nozioni di Storia dell’arte.

Il tutto “condito” da capacità investigative.

Report Difesa ha intervistato il suo Comandante, Generale di Brigata Roberto Riccardi.

Il comandante del TPC, Generale di Brigata Roberto Riccardi

Grande esperto d’arte, è anche un affermato scrittore di gialli e profondo conoscitore del tragico periodo della Shoa.

Ha vinto anche numerosi premi letterari. Nel 2019 ha pubblicato per i tipi della Rizzoli un interessante volume dal titolo “Detective dell’arte”.

In esso tocca le numerose indagini per il recupero dei beni culturali rubati con una somma analisi storica, culturale, artistica.

Generale, nei giorni scorsi avete sottoscritto con la Comunità Ebraica di Roma un protocollo per il recupero dei beni culturali saccheggiati dai nazisti nel periodo dell’occupazione della Capitale tra il 1943 ed il 1944. Da dove parte questa intesa?

Parte dalla necessità di individuare dei pezzi che sono stati portati via appunto nel corso dell’occupazione nazista di Roma.

Un momento della cerimonia

Dopo questo potranno seguire altri protocolli con altre Comunità ebraiche italiane.

Quali sono stati i beni saccheggiati?

In particolare dalla Biblioteca del Collegio Rabbinico sono stati portati via 7.500 volumi di argomenti ebraici (temi religiosi, temi storici di interpretazione del Talmud). Erano volumi molto antichi.

I volumi della Comunità ebraica recuperati dai Carabinieri

Come sono stati rubati?

Sono stati rubati da ufficiali esperti di Filologia semitica, appartenenti all’Unità Rosenberg. Era un’unità costituita appositamente per la spoliazione dei beni culturali, come anche la Divisione Göring, le Kunstschutz (le truppe definite di protezione dell’arte Ndr).

Nel corso della I Guerra Mondiale furono appunto protettrici dell’arte, mentre nel corso della II furono piegati, in qualche caso, ai disegni di Adolf Hitler che voleva creare un suo museo a Linz, la città austriaca, dove era cresciuto.

Voleva che questo museo contenesse anche le tracce della “Civiltà ebraica cancellata”.

Insomma, da una parte voleva eliminare gli ebrei, conservandone però la loro storia attraverso i documenti che sarebbero stati presi nei Paesi occupati dai nazisti e che sarebbero rimasti come una traccia storica di questo popolo.

Nei disegni del III Reich, che doveva essere millenario, c’era la riscrittura della Storia universale attraverso un polo culturale fortissimo che sarebbe stato istituito a Linz ed avrebbe affiancato la Nuova Berlino che con Hitler stava disegnando l’architetto Speer che fu poi processato a Norimberga.

Da dove è partita la vostra indagine?

I Carabinieri del  TPC avevano già inserito, nella loro Banca Dati, i volumi scomparsi.

C’è anche qualche altro bene culturale di cui è stata denunciata, in quel periodo, la sottrazione da parte della Comunità Ebraica di Livorno.

Parliamo di un dipinto olio su tela di Angelo Tommasi “Le Gabrigiane”. Era un pittore amico di Giacomo Puccini. Cè anche un disegno attribuito a Leonardo da Vinci. Si tratta di una Testa.

Il nostro obiettivo è il recupero dei beni, grazie alla professionalità dei Carabinieri e alla competenza di esperti della Comunità Ebraica. Con una particolare attenzione allo scambio informativo.

In che modo?

Le Comunità possono raccogliere informazioni al loro interno da persone di cultura, da discendenti di chi aveva responsabilità di beni o chi si è visto sottrarre dei beni.

Abbiamo voluto unire gli sforzi per arrivare più facilmente all’obiettivo.

Vogliamo farlo anche con altre Comunità perché si possa ricevere un elenco dei beni sottratti che possiamo inserire nella nostra Banca Dati, in modo da poterli poi ricercare.

E intanto, nei giorni scorsi, avete riconsegnato 19 volumi alla Comunità di Roma? Di cosa si tratta?

Sono 19 volumi che sono stati scoperti nell’archivio di Rodolfo Siviero.

Siviero era un agente segreto italiano, attivo negli anni ’30 in Germania, ed anche esperto d’arte. E prima di tutti giunse alla consapevolezza che il III Reich avrebbe rastrellato opere e beni culturali nel corso della guerra. E quindi si attivò per seguire le mosse delle Kunstschutz.

Materialmente faceva seguire i camion che portavano le opere d’arte italiane verso l’Austria. Qui venivano stipati nelle cave, nelle miniere di sale, poco oltre la frontiera.

Grazie a lui furono recuperate circa 3 mila opere. Di importante ricordiamo la “Danae” di Tiziano (oggi al Museo di Capodimonte a Napoli) il “Discobolo Lancillotti” che oggi si trova al Museo Nazionale Romano di Roma.

Anche dopo la guerra, Siviero continuò a lavorare a lungo su questo tema. A Roma aveva un ufficio in Via degli Astalli.

Dopo il conflitto. i beni sono approdati alla Direzione Generale Archivi del MIBACT.

Questi volumi sono stati individuati e restituiti alla Comunità Ebraica con l’impegno da parte di loro di darli ad eventuali privati, in quanto discendenti di privati ai quali sono stati sottratti.

Un altro punto importante dei rapporti tra il TPC e la Comunità Ebraica capitolina è l’istituzione di un gruppo di lavoro nel Comitato per i Recuperi e le Restituzioni di Opere d’arte nel MIBACT. Di cosa si tratta?

Il MIBACT è promotore di quella che chiamiamo “diplomazia culturale”.

Essa di affianca alle indagini per riportare in Italia beni trafugati nel corso della II Guerra Mondiale, laddove l’indagine da sola non basti. Talvolta, le opere fanno diversi passaggi di mano, per cui l’ultimo possessore può essere in buona fede.

Opere recuperate

Ci sono due diritti che confliggono: quello dell’Italia e quello di chi ha comprato in buona fede. Si deve, perciò, trovare una soluzione negoziale attraverso questo istituto, individuando anche un indennizzo per il possessore.Il Comitato fa da traino. In esso siedono rappresentanti dei Carabinieri del TPC, dell’Avvocatura Generale dello Stato, del MIBACT.

In seno ad esso è stato composto un gruppo di lavoro, flessibile, per la restituzione dei beni sottratti agli ebrei. Potranno essere accolti anche esperti della Comunità per gli aspetti tecnici.

Per quanto riguarda i rapporti tra le Polizie di altri Stati? In particolare con la Germania?

I Carabinieri sono stati i primi, a creare, nel mondo una struttura dedicata. Era il 1969. L’anno successivo l’UNESCO varò un’importante Convenzione internazionale, invitando tutti i Paesi a dotarsi di strutture simili alla nostra.

Carabinieri TPC e personale EUROPOL impegnati in un’attività d’indagine

Ad oggi, la Germania così come altri Paesi non ha strutture dedicate. A livello di Polizia nazionale abbiamo una collaborazione frequente con quella che si occupa delle Dogane e con la BKA, ovvero con la Polizia Federale che si occupa di criminalità organizzata.

Di frequente abbiamo contatti con i referenti di zone di destinazione di beni che arrivano dall’Italia, come ad esempio Monaco di Baviera.

Qui è infatti presente un fiorente mercato d’arte e Case d’Aste di un certo rilievo.

Ottima anche la collaborazione, a livello politico, tra il MIBACT e il Ministero tedesco. Lo scorso febbraio, a Berlino, fu restituito alla Germania, grazie a questa stretta collaborazione, un rilievo di Andrea e Luca Della Robbia.

Era stata catalogata, tra i Monuments Men  tra le opere sottratte al nostro Paese. Abbiamo scoperto che, in realtà, era stata presa ad una famiglia ebraica tedesca di collezionisti e mercanti d’arte, a seguito delle leggi di Norimberga (1935).

Ci potrebbero essere stati casi, nel momento delle razzie, in cui i nazisti magari rubavano singoli pezzi per poterseli portare poi a casa loro?

Si è successo. Ma è successo anche che dai convogli della Kunstschutz o della Divisione Göring,  nel momento in cui i pezzi venivano portati via, qualcuno abbia sottratto opere.

Un caso recente lo abbiamo avuto con il “Vaso di Fiori” di Jan Van Huysum, un importante pittore fiammingo del ‘700.

“Vaso di Fiori” di Jan Van Huysum Jan (1682-1749). Trafugato a Montana val di Pesa-Montespertoli (FI) in un deposito privato nel 1944. Recuperato a Francoforte (Germania) in data 19 luglio 2019

Era in un convoglio del Kunstschutz. Al Brennero, siccome sporgeva da una cassa, un Caporale tedesco prese questo “Vaso di Fiori” con l’intento di regalarlo alla moglie. Lo spedì privatamente alla consorte, con una lettera che poi abbiamo rintracciato.

Il quadro era rimasto ai discendenti del Caporale. La sua famiglia lo ha restituito.

E, nel 2019, lo abbiamo riportato a Palazzo Pitti (https://www.reportdifesa.it/opere-darte-trafugate-restituito-a-firenze-il-vaso-di-fiori-del-fiammingo-jan-van-huysum-era-stato-rubato-dai-nazisti-nel-1944/).

E’ difficile però sapere dove sono andati a finire le altre opere d’arte rubate nella II Guerra Mondiale. Molte sono andate in Russia, dopo l’arrivo dell’Armata Rossa. E’ anche accaduto che ci sia stato qualche errore nella catalogazione fatta dai Monuments Men, all’epoca.

Ci sono ancora 8 capolavori del Rinascimento che mancano all’appello, perché un sedicente agente jugoslavo è riuscito a prenderli, asserendo di essere un agente del Governo jugoslavo e che quei beni erano stati presi lì.

In realtà poi li ha venduti. Oggi si trovano al Museo Nazionale serbo di Belgrado e l’Italia ne chiede la restituzione.

Tra le vostre attività di indagine sono previsti anche gli utilizzi delle nuove tecnologie per risalire ad un’opera rubata?

Certamente. Per questo è stata molto importante l’istituzione di una Banca Dati che oggi ha un archivio di un 1.300 mila file di opere da ricercare. Contiene 8 milioni di opere che sono passate attraverso le nostre indagini. In 51 anni di attività il TPC ha recuperato 3 milioni di beni.

In cosa consiste la Banca Dati?

E’ lo strumento per individuare le opere che affiorano sul mercato attraverso Internet. Monitoriamo siti di Case d’aste, delle Gallerie, di collezionisti, di antiquari. Questo spesso ci consente di individuare, spesso, opere rubate.

Generale, parlando di criminalità e di traffico di opere d’arte. Il terrorismo di matrice islamica ha interesse a trafugare e rivendere opere d’arte rubate all’estero, nei Paesi dove ancora è presente?

Secondo fonti statunitensi, con le quali collaboriamo, non è escluso un interesse dello Stato Islamico. Ma il nostro Paese non sta nel flusso. In modo episodico abbiamo trattato beni provenienti da Paesi in guerra in cui il terrorismo internazionale possa essere stato coinvolto.

Stavo pensando a quanto avvenne in Afghanistan e in Iraq. Chissà quante opere dell’arte locale magari sono finite in qualche collezione privata?

Non abbiamo evidenze in Italia di questo che lei dice. Però non si può escludere, a livello globale, questo tipo di commercio.

Invece la criminalità organizzata italiana vede, nel traffico di opere d’arte, il suo business? O pensa ad altro?

Le mafie lucrano in altro modo. Però ci sono state occasioni, nelle quali esponenti di Cosa Nostra, della ‘ndrangheta o della camorra sono stati coinvolti nel trafugamento, ad esempio, nel settore archeologico. Spesso può essere una forma di investimento di boss di organizzazioni mafiose.

Sono stati sequestrati, come ad esempio a Carminati a Roma, opere d’arte, probabile provento di altri crimini o di riciclaggio.

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