Di Antonino Neosi*
Roma. Le cavità carsiche tipiche del paesaggio giuliano e chiamate “foibe” sono ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo come il simbolo delle atrocità commesse dagli slavi contro le popolazioni del confine orientale, nonché come strumento principale di una repressione che trovò attuazione in due intervalli di tempo ben specifici: nei 40 giorni successivi all’armistizio quando, a seguito dello sbandamento dell’Esercito italiano e della riorganizzazione del Comando tedesco, la Venezia Giulia divenne facile preda dei partigiani slavi.
E, dal 1° maggio al 10 giugno 1945, quando il fenomeno dell’infoibamento raggiunse l’apice, soprattutto nelle zone di Trieste e Gorizia.

Con l’ingresso delle truppe titine a Trieste, infatti, mentre i partigiani garibaldini venivano dirottati verso Lubiana, per gli abitanti del capoluogo giuliano iniziò un periodo di vero e proprio terrore.

Il risultato fu una carneficina che non risparmiò neppure alcuni membri del Comitato di Liberazione Nazionale, sinceri antifascisti, o esponenti della Resistenza liberaldemocratica e del movimento autonomistico di Fiume.
L’istituzione, prevista dalla legge 92/2004, del “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e di quanti morirono a seguito delle vicende che interessarono il confine orientale, seppur “tardivamente” ha rappresentato un punto di svolta importante rispetto al tradizionale atteggiamento di indifferenza e di marginalità riservato a quanto accaduto nella Venezia Giulia dal settembre 1943 fino ad oltre la fine del secondo conflitto mondiale, quando migliaia di cittadini friulani, giuliani e dalmati vennero fatti “sparire”, e con essi almeno 250 Carabinieri.
Lla quantificazione delle vittime resta ancora oggi difficile, sia a causa delle enormi problematiche connesse con il recupero delle salme, sia a seguito della distruzione di gran parte degli archivi municipali e anagrafici attraverso i quali poter stabilire un ipotetico numero di cittadini risultati all’epoca “irreperibili”.

Molto complessa è anche l’analisi delle ragioni che indussero ad attuare un’eliminazione così atroce e sistematica degli abitanti di quelle terre di confine.
Le origini della questione sono lontane nel tempo e caratterizzate da complessi aspetti territoriali, ideologici, politici ed etnici.
A partire dalla primavera del 1945 ed in generale subito dopo il ritiro delle truppe tedesche, città come Trieste, Gorizia, Zara, Fiume e Pola vennero occupate dalle unità jugoslave: i primi edifici ad essere presi d’assalto furono quelli pubblici tra cui le caserme dell’Arma così come a sparire furono per primi tutti coloro i quali, per gli incarichi rivestiti, rappresentavano l’Italia e le sue istituzioni e tra questi i Carabinieri, che in quelle drammatiche circostanze prestavano servizio nelle terre della Venezia Giulia, essenzialmente presso la Legione di Trieste o i Battaglioni mobilitati nella Venezia Giulia, nell’Istria o in Dalmazia, rimasti al loro posto coscienti che sarebbero stati travolti dall’inarrestabile progredire delle forze avversarie le quali, come si temeva, avrebbero eliminato ogni baluardo a difesa della popolazione italiana, per poterla affliggere con ogni vessazione possibile, fino alla scelta drammatica con cui in 350 mila abbandonarono beni, case, terreni, ed anche i propri morti, nell’esodo biblico degli anni successivi.
Di tanti di quei carabinieri tragicamente scomparsi si conosce ancora poco, di una parte di loro invece ne conosciamo il triste destino, come quello del Maresciallo Sebastiano Costanzo, Comandante della Stazione Carabinieri di Comeno (oggi Slovenia) che, catturato dai partigiani titini il 9 settembre 1943, fu immediatamente legato e portato in giro per il paese affinché fosse ingiuriato dal pubblico e poi torturato e finito con tre colpi di pistola alla nuca; il suo cadavere fu gettato in una foiba presso Comeno.
Simil sorte toccò al Maresciallo Torquato Petracchi che comandava la Stazione di Parenzo (oggi Porec, Istria): catturato il 3 ottobre dai partigiani titini venne trasportato assieme ad altri 25 italiani a Villa Surani e lì, con i polsi legati con del filo di ferro spinato, fu fatto precipitare in una foiba profonda 135 metri.

Fra i nominativi delle vittime accertate, peraltro, risultano non solo i Carabinieri “infoibati” nel senso stretto del termine, ma anche coloro i quali furono oggetto di una feroce repressione da parte delle bande slave.
Pur essendo il simbolo delle atrocità commesse dai partigiani di Tito, infatti, l’“infoibamento” non fu tuttavia lo strumento quantitativamente più rilevante della repressione.
Al pari di numerosissimi civili, molti Carabinieri vennero fucilati dopo essere stati sottoposti a processi sommari, come il Sottotenente Angelo Finucci e il Maresciallo Francesco Mereu, comandanti rispettivamente le caserme dei Carabinieri di Gallignana e di Pedea assaltate l’11 giugno 1944 da 700 partigiani titini: al termine di un processo “farsa” furono fucilati unitamente ad altri 15 carabinieri e sepolti nei pressi di Santa Caterina d’Istria.
Tanti altri dopo la cattura subirono atroci violenze prima di morire.
Come i 12 carabinieri del posto fisso di Bretto Inferiore, incaricati della vigilanza della locale centrale idroelettrica: costretti dagli slavi a marciare per ore fino alla Malga Bala dove, la mattina del 25 marzo 1944, furono ferocemente uccisi.

Nel 2009, ad onorare il ricordo di quelle vittime con gli alamari che, sostenuti da eroico amor patrio, condivisero sacrifici immani, fino al martirio, rappresentando l’ultimo baluardo contro la barbarie e la ferocia inumana, è stata concessa alla Bandiera dell’Arma dei Carabinieri la Medaglia d’Oro al Merito Civile.
*Generale di Brigata – Direttore dei Beni Storici e Documentali dell’Arma dei Carabinieri
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