PORT OF SPAIN (TRINIDAD E TOBAGO). La decisione di Trinidad e Tobago di autorizzare l’uso degli aeroporti internazionali di Piarco e Arthur NR Robinson da parte di velivoli militari statunitensi viene presentata dal Governo di Port of Spain come una misura puramente logistica.
Rifornimenti, manutenzione, rotazioni di personale.

Nulla di operativo, nulla di offensivo. Ma in geopolitica le definizioni contano meno delle traiettorie.
E la traiettoria è chiara: il Paese caraibico si colloca sempre più apertamente all’interno dell’architettura di sicurezza statunitense nel bacino caraibico.
Non è una decisione isolata, né improvvisata.
È il tassello locale di una strategia regionale che Washington ha formalizzato nella Strategia per la sicurezza nazionale 2025, dove l’emisfero occidentale torna a essere dichiarato spazio prioritario e la Dottrina Monroe viene esplicitamente richiamata come riferimento politico e strategico.
Gli Stati Uniti e il controllo dello spazio caraibico
Per Washington, i Caraibi non sono una periferia tranquilla, ma una zona cuscinetto. Un’area da presidiare per impedire infiltrazioni di potenze extra-regionali, per controllare le rotte del narcotraffico e per gestire i flussi migratori.
In questo quadro, Trinidad e Tobago assumono un valore particolare: posizione geografica avanzata verso il Sud America, prossimità alle rotte venezuelane e colombiane, infrastrutture aeroportuali e portuali già adeguate a un utilizzo militare.
Il dispiegamento progressivo di assetti statunitensi nella regione – dai cacciatorpediniere alle unità anfibie, fino alla presenza di un sottomarino nucleare e del gruppo d’attacco della portaerei USS Gerald R. Ford – indica che non si tratta di cooperazione episodica, ma di una postura militare strutturata. L’uso degli aeroporti di Port of Spain si inserisce in questa logica di profondità strategica.

Sicurezza, narcotraffico e consenso interno
Il Governo di Kamla Persad-Bissessar giustifica la cooperazione con Washington richiamando risultati concreti: esercitazioni congiunte, rafforzamento delle capacità di sorveglianza, sequestri di droga per centinaia di milioni di dollari.

L’installazione del radar AN/TPS-80 G/ATOR presso l’aeroporto Arthur NR Robinson viene presentata come uno strumento decisivo nella lotta al narcotraffico, capace di individuare imbarcazioni senza equipaggio, droni e velivoli leggeri.
È un argomento efficace sul piano interno, soprattutto in un Paese che affronta crescenti problemi di criminalità organizzata.
Ma è anche un argomento che sposta il baricentro della sicurezza nazionale: dal controllo sovrano del territorio a una dipendenza tecnologica e operativa da un alleato esterno.
L’opposizione e il tema della sovranità
Le critiche dell’opposizione non sono marginali.
Temono che la presenza militare statunitense, anche se formalmente limitata, trasformi Trinidad e Tobago in una piattaforma avanzata di proiezione americana.
Il Governo respinge queste accuse, parlando di misure proporzionate e temporanee.
Tuttavia, la distinzione tra supporto tecnico e integrazione strategica è sempre più sottile.
L’accordo sullo status delle Forze Armate firmato nel 2024, che regola la presenza militare statunitense, conferma che la cooperazione non è emergenziale, ma strutturale.
E le dichiarazioni della premier sulla disponibilità a consentire operazioni statunitensi in caso di un’incursione venezuelana in Guyana mostrano quanto Port of Spain sia ormai inserita nei calcoli di deterrenza regionali.
Venezuela: la risposta energetica come ritorsione politica
La reazione di Caracas è stata immediata e prevedibile. La sospensione delle forniture di gas naturale a Trinidad e Tobago non è solo una misura economica, ma un segnale politico.

Nicolas Maduro interpreta la cooperazione militare con gli Stati Uniti come un atto ostile, un allineamento diretto contro il Venezuela nel contesto della disputa sull’Essequibo e del più ampio confronto con Washington.
La scelta di colpire il settore energetico è significativa. Il gas rappresentava uno dei pochi ambiti di cooperazione pragmatica tra i due Paesi. Interromperlo significa accettare un costo economico pur di riaffermare una linea di confronto.
È una risposta asimmetrica, che utilizza l’energia come strumento di pressione geopolitica.
Una regione che torna campo di competizione
Il caso di Trinidad e Tobago segnala un trend più ampio. I Caraibi stanno tornando a essere uno spazio di competizione strategica, dopo anni in cui erano considerati un teatro secondario.
Gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza per prevenire penetrazioni esterne e contenere crisi regionali. I Paesi caraibici, dal canto loro, cercano protezione, risorse e legittimazione internazionale, ma al prezzo di una crescente esposizione alle rivalità tra grandi potenze.
Stabilità o subordinazione?
La scelta di Port of Spain è razionale dal punto di vista della sicurezza immediata. Ma apre interrogativi di lungo periodo. Fino a che punto la cooperazione con Washington rafforza la sovranità di Trinidad e Tobago e fino a che punto la riduce?
E soprattutto: quale spazio resta per una politica estera autonoma in una regione che gli Stati Uniti tornano a considerare, senza ambiguità, parte integrante della propria sfera di influenza?
Nei Caraibi del 2025, la sicurezza non è più neutrale. È una scelta di campo.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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