Di Giuseppe Gagliano*
PECHINO. Nel complesso scacchiere della geopolitica globale, il Partito Comunista Cinese (PCC) sembra aver segnato un punto a suo favore nella sua strategia di contrasto all’Inter-Parliamentary Alliance on China (IPAC), una coalizione transnazionale di parlamentari democratici nata per fronteggiare l’influenza di Pechino.

Secondo fonti vicine al PCC, la Cina avrebbe ridotto l’efficacia e la portata di questa alleanza, che dal 2020 riunisce oltre 240 legislatori di 27 Paesi e del Parlamento Europeo per promuovere un approccio coordinato su questioni legate al commercio globale, alla sicurezza e ai diritti umani in relazione alla Repubblica Popolare Cinese.

Ma quanto è reale questo presunto successo, e quali sono le implicazioni per il futuro delle democrazie che cercano di contenere l’espansionismo cinese?
L’IPAC, fondata il 4 giugno 2020, in coincidenza con l’anniversario della repressione di Piazza Tiananmen, si è rapidamente affermata come una piattaforma unica nel suo genere.

Riunendo politici di diversa estrazione ideologica, dai conservatori ai progressisti, l’alleanza si è posta l’obiettivo di contrastare le politiche autoritarie di Pechino, dalla repressione a Hong Kong alle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, fino alle pratiche commerciali scorrette.
Le sue campagne hanno avuto successi concreti, come la sospensione dei trattati di estradizione con Hong Kong da parte di Australia e Canada nel 2020, in risposta alla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Tuttavia, il PCC, secondo quanto emerso, ritiene di aver indebolito l’IPAC attraverso una combinazione di pressioni diplomatiche, cyberattacchi e campagne di disinformazione mirate.
Uno degli strumenti principali della strategia cinese è stato il targeting diretto dei membri dell’IPAC.
Nel 2021, il gruppo di cyberattacchi APT31, legato al Ministero della Sicurezza di Stato cinese, ha colpito le caselle email di tutti i membri dell’IPAC nel Parlamento Europeo e di 43 parlamentari britannici, cercando di compromettere informazioni sensibili. Nel marzo 2024, gli Stati Uniti hanno incriminato sette cittadini cinesi affiliati ad APT31 per aver violato la Commissione Elettorale britannica e per aver inserito malware in infrastrutture critiche. Questi attacchi informatici, combinati con pressioni diplomatiche dirette, come le comunicazioni inviate a legislatori di sei paesi nel luglio 2024 per dissuaderli dal partecipare al summit IPAC a Taipei, dimostrano l’approccio aggressivo di Pechino per minare l’unità dell’alleanza.
Parallelamente, la Cina ha sfruttato la sua influenza economica per scoraggiare la partecipazione all’IPAC. Paesi con forti legami commerciali con Pechino, come alcuni stati dell’Europa orientale, hanno mostrato una certa riluttanza a impegnarsi pienamente nelle attività dell’alleanza, temendo ritorsioni economiche.
La narrativa del PCC, amplificata attraverso media statali come il Global Times, dipinge l’IPAC come un’organizzazione anti-cinese guidata da una mentalità da Guerra Fredda, un’accusa che trova eco nelle parole del portavoce del Ministero degli Esteri Geng Shuang, che nel 2020 ha esortato i membri dell’IPAC a “rispettare i fatti” e abbandonare “pregiudizi ideologici”.
Un altro elemento della strategia cinese sembra essere la promozione di un’immagine di successo tecnologico e industriale, che indirettamente sminuisce l’influenza dell’IPAC.
Il PCC ha celebrato i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale, come il modello DeepSeek R1, come prova della superiorità del proprio sistema di sviluppo tecnologico, spesso basato su collaborazioni con istituzioni estere e sull’uso di tecnologie open-source occidentali.
Questo successo viene utilizzato per rafforzare la narrativa di un’inesorabile ascesa della Cina come superpotenza tecnologica, riducendo l’urgenza percepita delle iniziative dell’IPAC.
Tuttavia, il presunto successo della Cina contro l’IPAC va preso con cautela.
L’alleanza, nonostante le pressioni, ha continuato a espandere la sua influenza, con interventi significativi nei parlamenti di Regno Unito, Stati Uniti, Italia e Giappone.
Nel 2021, ha spinto per sanzioni coordinate contro funzionari cinesi responsabili delle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, ottenendo un risultato storico con l’imposizione di misure da parte di Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Regno Unito. Inoltre, l’IPAC ha dimostrato resilienza, adattandosi alle minacce cyber e rafforzando la sicurezza dei suoi membri.
La sua capacità di operare senza finanziamenti governativi, grazie a donazioni private vagliate da un comitato di legislatori, garantisce una certa indipendenza, anche se solleva interrogativi sulla trasparenza dei fondi.
Le celebrazioni del PCC potrebbero quindi essere premature. L’IPAC, pur affrontando sfide significative, rimane un foro unico per coordinare le democrazie contro le pratiche autoritarie di Pechino.
Tuttavia, la pressione cinese evidenzia una verità scomoda: la Cina non è solo un attore economico e militare, ma anche un maestro nell’arte della guerra ibrida, che combina diplomazia, tecnologia e propaganda per neutralizzare i suoi avversari.
Per l’IPAC, il futuro dipenderà dalla sua capacità di mantenere l’unità tra i membri, superare le divisioni ideologiche interne e contrastare le narrazioni cinesi senza cadere nella trappola di una retorica che potrebbe alienare potenziali alleati. In un mondo sempre più diviso, la battaglia tra democrazie e autoritarismi si gioca anche su questi fronti invisibili, dove ogni piccolo successo, reale o percepito, può spostare gli equilibri globali.
*Presidente Cestudec (Centro Studi Strategici)
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