Di Giuseppe Gagliano*
PECHINO. Quando la Cina intensifica la propria presenza diplomatica in Medio Oriente, conviene osservare le petroliere insieme ai comunicati.

La missione dell’inviato Zhai Jun in Iran, Oman e Arabia Saudita, annunciata per l’inizio e la metà di novembre, attraversa tre snodi della sicurezza regionale: il Paese coinvolto nello scontro con Stati Uniti e Israele, il mediatore che mantiene aperti i canali negoziali e la maggiore potenza araba del Golfo.
Pechino cerca interlocutori capaci di incidere su una crisi che minaccia i suoi approvvigionamenti e la stabilità dei suoi investimenti.
La coincidenza con la visita del sultano omanita Haitham bin Tariq in Cina rafforza il significato dell’iniziativa.
È la prima visita di un capo di Stato omanita dall’avvio delle relazioni diplomatiche nel 1978.
Xi Jinping propone un rafforzamento del partenariato e una maggiore collaborazione per la stabilità mediorientale.
Dietro il linguaggio della cooperazione emerge un interesse concreto: impedire che la guerra renda strutturalmente insicure le rotte sulle quali viaggiano energia, merci e capitali.
L’Oman, piccolo Stato e grande intermediario
L’Oman dispone di una risorsa che le grandi potenze faticano a costruire: la possibilità di parlare con interlocutori contrapposti senza essere automaticamente considerato parte del loro conflitto.

La sua utilità diplomatica nasce dalla continuità dei rapporti e dalla prudenza con cui evita di trasformare ogni divergenza in una scelta di campo.
Per Pechino questa posizione è preziosa.
La Cina intrattiene rapporti importanti con l’Iran e con le monarchie arabe, ma deve evitare che la vicinanza a Teheran comprometta la fiducia degli altri partner. Muscat offre un collegamento tra questi ambienti e una piattaforma sulla quale verificare possibili compromessi.
La dichiarazione congiunta sino-omanita contiene indicazioni precise: invita Stati Uniti e Iran a perseguire una soluzione pacifica, raggiungere un cessate il fuoco complessivo e riprendere negoziati che comprendano la questione nucleare.
Chiede inoltre il ripristino della navigazione normale e sicura nello stretto di Hormuz. Sono obiettivi impegnativi, che richiedono concessioni delle parti direttamente coinvolte: l’iniziativa diplomatica crea un’occasione, non garantisce il risultato.
Hormuz e il limite delle alternative
Lo Stretto concentra il problema strategico.

Una crisi della navigazione colpisce contemporaneamente esportatori, importatori, assicuratori e trasportatori.
Il danno economico può crescere anche senza un’interruzione totale: bastano rischi persistenti, ritardi e maggiori costi di copertura per rendere meno convenienti forniture e collegamenti.
La geografia omanita offre possibilità importanti.
Porti come Duqm e Salalah si affacciano su acque esterne allo stretto e possono sostenere attività logistiche meno esposte alla sua eventuale paralisi.
Ma un porto esterno a Hormuz non trasferisce automaticamente fuori dal Golfo il petrolio prodotto al suo interno. Servono oleodotti, depositi, collegamenti terrestri e capacità di carico adeguate.
Per la Cina, quindi, l’Oman può diventare un elemento di diversificazione.
Non può cancellare da solo la vulnerabilità dell’intero sistema energetico regionale.
La diplomazia rimane necessaria proprio perché le infrastrutture alternative richiedono anni e non risolvono ogni strozzatura.
Accordi economici con conseguenze politiche
La visita del sultano produce un accordo di scambio valutario, quattordici memorandum e un protocollo.
I settori comprendono investimenti verdi, intelligenza artificiale, economia digitale, applicazioni satellitari, monete digitali e catene industriali e di approvvigionamento.
È un programma che allarga il rapporto oltre l’acquisto di idrocarburi.
Il significato geoeconomico sta nell’intreccio tra attività diverse.
Un investimento industriale crea domanda di energia e trasporti; un’infrastruttura digitale introduce tecnologie e criteri di funzionamento; la cooperazione finanziaria può agevolare i pagamenti e ridurre alcuni costi delle transazioni.
Lo scambio valutario apre possibilità operative, ma non dimostra di per sé un abbandono del dollaro: la sua importanza dipenderà dall’impiego effettivo.
Muscat cerca capitali e competenze per diversificare l’economia.
Pechino trova un partner interessato a collegare sviluppo industriale e posizione geografica. Questa complementarità può consolidare l’influenza cinese senza bisogno di un’alleanza esclusiva.
La forza economica e il problema militare
Sul piano strategico, il limite cinese riguarda la distanza tra influenza commerciale e capacità di garantire la sicurezza.
Acquistare petrolio, finanziare infrastrutture e mantenere relazioni diplomatiche offre strumenti di pressione.
Proteggere continuativamente la navigazione in una zona di guerra richiede però capacità militari, informazioni e disponibilità ad assumere rischi.
La cooperazione con l’Oman comprende anche l’intenzione di rafforzare i rapporti militari e di sicurezza.
Questo non equivale all’annuncio di una base o di un sistema cinese di protezione del Golfo. Indica piuttosto la volontà di ampliare gradualmente il rapporto.
Pechino cerca così di trasformare il proprio peso economico in risultati diplomatici, mantenendo contenuti i costi dell’esposizione militare.
La difficoltà sarà convincere i protagonisti che un compromesso protegge i loro interessi meglio della prosecuzione dello scontro.
Tre scenari per la regione
Una riduzione delle ostilità favorirebbe la regolarità delle forniture, gli investimenti e una diminuzione dei costi logistici. Una tregua fragile permetterebbe una ripresa parziale, lasciando elevato il rischio di nuove interruzioni. Un allargamento della guerra imporrebbe invece maggiori spese di sicurezza e diversificazione, con conseguenze sulle industrie e sui prezzi ben oltre il Medio Oriente.
Per le monarchie del Golfo, il coinvolgimento cinese amplia le opzioni diplomatiche ed economiche.
Per Washington dimostra che la capacità militare, da sola, non esaurisce la competizione per l’influenza regionale. Per Pechino arriva una prova concreta: ottenere risultati attraverso relazioni costruite per anni.
La Cina ha interesse alla pace perché ha molto da perdere dalla guerra.
Il suo successo dipenderà dalla capacità di rendere questa esigenza condivisibile anche da chi, finora, ha continuato a cercare nella forza una soluzione politica.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

