Cina: Tianjin 2025, la Shanghai Cooperation Organisation alla prova del multipolarismo

Di Cristina Di Silvio*

TIANJIN. La città portuale di  Tianjin è sospesa tra il passato imperiale e l’ambizione tecnologica della Cina contemporanea.

E accoglie, in questi giorni, il vertice annuale della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), un evento che si preannuncia cruciale per comprendere gli equilibri futuri del sistema internazionale.

Una riunione dello Shanghai Cooperation Organisation (SCO)

 

In un contesto globale segnato dalla frammentazione dell’ordine liberale, dalla guerra in Ucraina e dal deterioramento dei rapporti tra Cina e Stati Uniti, la riunione della SCO assume un valore che va ben oltre il perimetro delle sue finalità originarie.

Non è più soltanto un foro per la sicurezza regionale, ma un laboratorio di governance alternativa, un tentativo, ancora imperfetto, di definire un nuovo modello multipolare.

La partecipazione dei leader di Russia, India, Pakistan, Iran e di altri 22 Stati membri, osservatori e partner di dialogo – per un totale di 26 Paesi coinvolti – testimonia l’ampiezza della piattaforma.

Vladimir Putin e Xi Jinping

Il Presidente cinese Xi Jinping, padrone di casa e regista politico dell’evento, ha già anticipato l’intenzione di presentare una strategia decennale di sviluppo della SCO, la cosiddetta Tianjin Declaration. Secondo quanto riferito da fonti governative cinesi, il documento dovrebbe tracciare le linee guida per un rafforzamento della cooperazione politica, economica e tecnologica tra i Paesi membri, ponendo l’accento sulla sovranità, sul non intervento e su un approccio anti-egemonico alle relazioni internazionali.

Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, ciò che rende particolarmente significativo questo summit è la convergenza temporale di tre dinamiche parallele: il progressivo raffreddamento dei rapporti tra Washington e Nuova Delhi, l’approfondimento della cooperazione energetica tra Mosca e Pechino, e il rinnovato interesse dell’Iran per un’alleanza più stretta con l’Asia.

Il premier indiano Nerendra Modi

 

Non a caso, la presenza del premier indiano Narendra Modi, alla sua prima visita in Cina dal 2018, ha attirato l’attenzione degli osservatori internazionali.

Modi si presenta a Tianjin pochi giorni dopo che gli Stati Uniti hanno imposto pesanti tariffe doganali su una vasta gamma di prodotti indiani.

Un gesto che, seppure formalmente scollegato, sembra aver riaperto spazi di dialogo tra India e Cina, due potenze asiatiche le cui relazioni erano scivolate al minimo storico dopo i sanguinosi scontri sul confine himalayano nel 2020.

L’India, membro pieno della SCO dal 2017, ha sempre mantenuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’organizzazione. Da un lato, la sua adesione conferisce al gruppo una legittimità globale e ne rafforza il peso economico.

Dall’altro, le sue posizioni spesso divergono da quelle di Pechino e Mosca, soprattutto in materia di infrastrutture e investimenti strategici.

È significativo, ad esempio, che Nuova Delhi continui a rifiutare l’adesione alla Belt and Road Initiative (BRI), il progetto infrastrutturale globale promosso dalla Cina, e che da alcuni anni venga esclusa dalle dichiarazioni finali della SCO relative a tale iniziativa.

Il vertice di Tianjin è anche un’occasione fondamentale per Vladimir Putin.

Con un’economia sempre più dipendente dai mercati asiatici a causa dell’isolamento occidentale, il presidente russo intende rafforzare la cooperazione economica e infrastrutturale con la Cina.

Le esportazioni energetiche verso Pechino e Nuova Delhi rappresentano oggi oltre il 50% delle entrate derivanti dal commercio estero russo.

Eppure, nel primo semestre del 2025, il volume degli scambi tra Russia e Cina ha registrato una contrazione dell’8%, segnale che anche tra alleati strategici il pragmatismo economico ha i suoi limiti.

Putin cercherà dunque di rilanciare il progetto del gasdotto Power of Siberia 2, che dovrebbe collegare la Siberia occidentale al Nordest cinese, ma che finora non ha ricevuto l’approvazione definitiva da parte di Xi Jinping. Sul piano politico, l’evento fornisce al Cremlino una rara piattaforma internazionale in cui la presenza russa non è marginalizzata, ma valorizzata.

In un momento in cui Mosca è esclusa da gran parte dei consessi occidentali, la SCO rappresenta per Putin non solo uno strumento diplomatico, ma anche una vetrina per affermare che la Russia, pur isolata dall’Occidente, non è sola.

Ma la SCO può davvero trasformarsi in un’alternativa credibile all’ordine multilaterale dominato dagli Stati Uniti e dai suoi alleati?

È una domanda che riecheggia in ogni analisi, e alla quale per ora è difficile rispondere positivamente.

Le criticità non mancano. La struttura decisionale è fragile, le divergenze tra membri spesso paralizzanti.

L’organizzazione non è riuscita a intervenire efficacemente nei conflitti tra India e Pakistan, né nei recenti scontri tra Kirghizistan e Tagikistan.

Ancora più problematico è il fatto che la SCO non abbia saputo esprimere una posizione unitaria in occasione di crisi internazionali cruciali, come gli attacchi contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Una reticenza che mina la pretesa dell’organizzazione di essere un attore strategico globale.

Analisti come Jeremy Chan sottolineano come, nei momenti critici, Pechino tenda a sottrarsi alla responsabilità politica, preferendo un basso profilo che rischia di frustrare le aspettative dei partner regionali. Una visione condivisa anche da studiosi come Stefan Wolff, secondo cui le difficoltà della SCO riflettono i limiti strutturali delle potenze illiberali nel costruire un ordine alternativo coerente e funzionale. La cooperazione tra Cina, Russia e India, pur basata su interessi convergenti, è ancora troppo frammentaria per dare vita a un blocco realmente coeso.

Ciononostante, il summit di Tianjin segna una svolta. Per la prima volta, la SCO si riunisce sotto una pressione geopolitica intensa, in un mondo dove l’egemonia statunitense è contestata apertamente e le coalizioni informali tra potenze emergenti si rafforzano.

Il linguaggio usato dai diplomatici cinesi lascia intendere che il vertice potrebbe essere l’inizio di una fase nuova: più operativa, più pragmatica, forse più assertiva. Resta da vedere se alle parole seguiranno i fatti. Nel frattempo, la scelta stessa di Tianjin come sede del vertice – una città industriale, dinamica, ma meno visibile rispetto alla capitale – può essere letta come una metafora dell’approccio cinese: costruire consenso non con le luci della ribalta, ma con pazienza, metodo e continuità.

È in questa discrezione strategica che si gioca, forse, la vera partita del multipolarismo.

*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)

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