Di Federica Nardo*
ROMA (nostro servizio particolare). Negli ultimi giorni, l’uscita nelle sale del film Napoleon di Ridley Scott ha rilanciato la figura di Bonaparte.

Da sempre, le gesta di questo Generale poliedrico e dalla vita straordinaria hanno infiammato intere generazioni di appassionati uniti, nel tempo, in un afflato di ammirazione, al punto da renderlo il secondo personaggio più conosciuto al mondo, inferiore per importanza soltanto a Gesù.
Il regista de Il Gladiatore e di Blade Runner ha deciso di cimentarsi nella ricostruzione cinematografica di un’epopea lunga quasi un ventennio, promettendo un epico colossal storico in cui l’anima del condottiero sarebbe stata sondata scendendo tra le faglie più oscure e torbide della sua storia, approfondendo il suo lato più intrinseco e umano e, soprattutto, puntando l’obiettivo su quello che fu il cuore pulsante del suo potere: il campo di battaglia.
Il regista britannico aveva infatti annunciato ben sei scene di guerra, presentate come grandiose e aderenti agli eventi dell’epoca.
Essendo un’appassionata della figura di Bonaparte, che studio da oltre 20 anni di cui 10 passati a scrivere ben 3 romanzi interamente dedicati a lui poi pubblicati da Ianieri Edizioni, non potevo perdermi questa titanica trasposizione della vita dell’Imperatore e ho quindi deciso di vedere il film e commentarlo poi insieme a Livio Simone e agli amici dell’Associazione Napoleonica d’Italia.
Purtroppo quest’opera mastodontica di oltre 4 ore, ridotta poi a 2 ore e 38 minuti per rispettare le tempistiche del grande schermo, non assomiglia né a un film biografico, né a un film storico, né tantomeno a un lungometraggio di guerra.
Una volta abbassate le luci lo spettatore si ritrova di fronte a una pellicola dai toni tetri, bui, con scene avviluppate dalla foschia nel tentativo di dare alla pellicola un tono drammatico, quasi truce e che risulta invece essere grottesco.
Si parte dal 16 ottobre 1793, giorno in cui venne decapitata a Parigi Maria-Antonietta d’Asburgo Lorena, Regina consorte di Francia; troviamo un Phoenix-Bonaparte immusonito, quasi annoiato e sonnolento (atteggiamento che manterrà per tutta la durata del film) che assiste all’esecuzione confondendosi tra il pubblico urlante e sanguinario.

Ed ecco il primo errore: Napoleone in quei giorni era impegnato a guidare le truppe della Prima Repubblica francese agli ordini della Convenzione Nazionale nell’assedio di Tolone, città di cui si erano impadroniti i lealisti monarchici fedeli ai Borboni che ne avevano poi lasciato il controllo a britannici e spagnoli con la prospettiva di restaurare la monarchia.

Per altro, è proprio questa la prima sequenza di guerra che Ridley Scott e David Scarpa, sceneggiatore del film, ci propongono: dopo un rapido passaggio nell’ufficio di Paul Barras, identificabile solo grazie a una didascalia e altrimenti irriconoscibile sia dallo spettatore storicamente competente sia da quello profano in quanto è totalmente assente una conseguenzialità narrativo-dialogica che possa dare un’idea dell’evolversi della storia, ritroviamo Bonaparte tra i bastioni di un anonimo territorio intento a procedere con un sopralluogo, tra pecore e Giubbe rosse.

La regia ci rende noto che si tratta della città provenzale, sempre attraverso un’annotazione in sovraimpressione, cosa che si ripeterà per le successive scene di guerra.
Poco dopo, al calar della notte, si assiste a uno scontro al limite del barbarico durante il quale lo stesso Napoleone ingaggia, con tanto di improbabile sciabola alla mano, un feroce corpo a corpo, alla fine del quale ordina ai suoi di sparare all’impazzata mentre si copre le orecchie come il più patologico dei misofonici, dichiarando, infine, la vittoria.
In questo rumoroso bailamme nulla si evince del geniale piano strategico che prevedeva, con un abilissimo posizionamento dell’artiglieria, di prendere i fortini dell’Éguillette e di Balaquier per impedire il passaggio dei rifornimenti marittimi agli avversari e rendendoli così privi di ogni mezzo di difesa e sussistenza.
Tuttavia, the show must go on. Dopo essere stato nominato Generale di Brigata, ritroviamo Napoleone a Parigi mentre prende parte, senza alcun motivo storicamente plausibile, a uno dei tanti Balli dei Sopravvissuti, ritrovi conviviali duranti i quali si riunivano tutti coloro che erano usciti indenni dal periodo del Terrore.

Qui Napoleone incontra Joséphine, tratteggiata come una fredda arrampicatrice sociale dotata solo delle sue grazie e ben lontana dalla donna colta e raffinata che faceva parte del circolo delle Meravigliose che coadiuvò il marito nell’ascesa al potere.

A partire da questo momento, quello che fin qui poteva essere classificato come un pessimo film storico, si trasforma un infimo dark romance regency.
Napoleone viene dipinto come un bruto violento,c on il complesso di Edipo e il tarlo di un’intimità frettolosa, manifestata alla moglie con una volgarità senza pari, il tutto accompagnato da una gelosia morbosa che lo porta persino a percuotere Joséphine.
Niente di più lontano dalla realtà.
Napoleone e Joséphine avevano un rapporto burrascoso, ma passionale e rispettoso, privo di violenza per quanto Napoleone avesse sicuramente una concezione patriarcale della famiglia.
La storia continua con uno sterile elenco degli eventi che si affastellano gli uni sopra gli altri tra incredibili balzi temporali senza nessun filo conduttore.
Viene mostrata la repressione dei realisti del 13 vendemmiaio 1795 (5 ottobre 1795) che si riduce a quattro colpi di cannone, viene completamente dimenticata la Campagna d’Italia e si passa poi a quella d’Egitto, capolavoro della propaganda inglese e del nonsense di Scott.
Dopo una serie di smorfie fatte alle mummie, a discapito dell’importanza archeologica di quei ritrovamenti che portarono alla scoperta della Stele di Rosetta e alla conseguente decodifica dei geroglifici, Phoenix-Napoleone decide di prendere a cannonate le piramidi, sgretolandone la cima.
Un evento del tutto improbabile in quanto in primo luogo il vero Bonaparte ammirava tutto ciò che era stato creato dai popoli che avevano fatto la storia e sognava di emularli e, in seconda istanza, perché nessun cannone dell’epoca sarebbe stato in grado di compiere un’impresa di tal guisa.
I cannoni di inizio ‘800 avevano infatti degli affusti che limitavano l’escursione in elevazione, questo perché all’epoca per i pezzi d’artiglieria non era ancora stato messo a punto il passaggio
dalla canna ad anima liscia alla canna rigata, rendendo quindi la gittata limitata a circa due miglia in lunghezza, distanza che difficilmente si raggiungeva anche perché essi venivano caricati con dei proietti sferici che determinavano notevoli fughe dei gas durante la carica di lancio, riducendone irrimediabilmente la potenza di fuoco.
La Battaglia delle Piramidi si conclude con la precipitosa fuga di Bonaparte che rientra in Francia in fretta e furia per via dei pettegolezzi riguardanti i tradimenti della moglie.
E dopo il Colpo di Stato del 18 brumaio 1799 (9 novembre 1799) in cui Napoleone sembra nascondersi come un pargoletto dietro ai suoi soldati, un rapido passaggio allo status di Console, arriviamo a un brevissimo frame in cui Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, sbucato dal nulla e sempre identificato da una didascalia, suggerisce a Bonaparte di diventare Re.

Un errore incommentabile e grossolano, poiché il titolo di monarca è ereditario e Napoleone non avrebbe mai potuto fregiarsene, incoronandosi invece Imperatore dopo un regolare referendum elettivo e l’avallo del Senato.
La scena dell’incoronazione, poi, è impietosa: un indolente Phoenix- Napoleone strappa dalle mani di Pio VII la corona, cambiando totalmente il senso degli eventi.

Si procede poi con una fulminea sequenza di scene, senza nessun accenno alla tentata invasione dell’Inghilterra che Bonaparte stava preparando, verso l’innevato campo di Austerlitz, creando non solo una condizione metereologica che di fatto non era presente, visto che quella battaglia è nota ai più per il celeberrimo sole che, spuntando tra le coltri di nebbia, diede la possibilità ai francesi di sbaragliare russi e austriaci, ma dando anche un’istantanea confusa della dinamica del conflitto, riducendo la più grande vittoria di Napoleone a un mucchio di soldati che si arrabattano in modo scomposto per poi cadere dentro un inesistente lago ghiacciato (in quella zona vi erano in realtà una serie di piccoli stagni) sotto il fuoco francese.

Scomparso del tutto l’altopiano di Pratzen, altura che Bonaparte cedette ai nemici per poi attaccarli dal basso e tagliargli la retroguardia, sovvertendo completamente le regole di tattica dettate fino a quel momento dai manuali militari.
Un veloce sunto del divorzio dalla prima moglie per ragioni di Stato, del conseguente matrimonio con l’arciduchessa Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, nonché della nascita dell’agognato erede, fino ad arrivare a Borodino dove troviamo Napoleone in testa a una carica di cavalleria con tanto di sciabola sguainata alla mano, per altro la sinistra.

Ogni commento è superfluo.
Ci ritroviamo poi a osservare, piuttosto confusi, un esilio-vacanza sull’Isola d’Elba dalla quale Bonaparte scappa a causa dell’onnipresente gelosia tossica nei confronti di Joséphine.
Peccato che, in realtà, quando Napoleone evase dall’Isola d’Elba, ossia nel febbraio 1815, madame de Beauharnais fosse morta già da dieci mesi.

Dopo una lunga agonia visiva costellata da innumerevoli errori storici e dalla totale assenza sullo schermo della famiglia di Napoleone, fatta eccezione per Madame Mère che viene vestita dei panni di paraninfa che infila nel letto del figlio Éleonore Denuelle, nonché della totale scomparsa di Maria Walewska e di Joachim Murat, arriviamo finalmente a Waterloo, depennando senza appello i Cento Giorni.
Si assiste all’ennesima, inguardabile, carica di cavalleria condotta da Phoenix-Napoleone con sciabola alla mano, nonché all’arrivo dei prussiani capitanati da Blücher che sopraggiungono dal lato destro dello schieramento inglese e non dalla direzione da cui i francesi attendevano gli aiuti di Grouchy, mossa che decretò la disfatta di Napoleone proprio per via dell’effetto sorpresa che gettò nel panico la Grande Armée mettendo in rotta le truppe e persino gli inveterati soldati della Vecchia Guardia.

Un imbarco immediato, l’arrivo a Sant’Elena e una morte improvvisa chiudono questa lunga pellicola senz’anima, un’americanata che vilipende il volto di un uomo che ha cambiato le regole della Storia dando vita alla modernità.

E, quando si riaccendono le luci in sala,il film lascia lo spettatore con un profondo senso di vuoto.
*Associazione Napoleonica d’Italia
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