Di Paola Ducci*
BERLINO, Leni Riefenstahl è da sempre un personaggio e un’artista molto discussa, ma è indubbio che ci abbia lasciato documenti di altissimo valore storico e cinematografico, incarnando un’estetica coincidente con quella del nazismo nelle sue creazioni, creazioni che culminano con la produzione di Olympia. Olimpya è il suo film-documento capolavoro, è il racconto delle Olimpiadi del 1936 a Berlino attraverso riprese che portano la sua impronta inconfondibile ed è il film che la consegnerà definitivamente alla Storia come la regista del Terzo Reich.

Riefensthal conosce personalmente Hitler nel ’32: decide di incontrarlo dopo aver assistito a un raduno del NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori), in tedesco Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei ) ed esserne rimasta impressionata. Ma anche Hitler è subito ben disposto nei suoi confronti. Ha visionato un suo lavoro, La bella maledetta, il primo film di cui è la regista e capisce il valore dell’artista e che ne può fare, costruendo una sorta di estetica dell’arte legata all’ideologia nazista. Il Führer si reputava un artista, ma era ignorato dai circoli culturali tedeschi e così vede subito in lei chi avrebbe potuto creare l’immagine di quella Germania wagneriana da lui agognata, che emanasse bellezza, potenza e forza, da utilizzare a fini propagandistici in Germania e all’estero. Due opportunità che si coniugano, due interessi diversi che procedono verso una collaborazione comune e proficua. Il Führer le commissiona le riprese delle Olimpiadi di Berlino. La Riefenstahl accetta, ma decide di esserne anche la produttrice unica, per essere in questo modo più libera di esprimere la sua arte.

Proprio a causa di questi legami l’artista è rimasta nell’oblio per tutta la seconda metà del Novecento, nonostante la sua capacità registica è da considerarsi comunque fondamentale per lo sviluppo dell’arte cinematografica.
La regia di Olimpia rivoluziona la concezione del documentario sportivo, rendendolo espressivo e drammatico come un film narrativo. C’è un tratto caratteriale che sembra avere animato la regista nel corso di tutta la vita: la ricerca dell’esperienza inebriante, una sorta di afflato romantico che ricorda il movimento tedesco Sturm und Drang. Riefenstahl appare mossa dal bisogno di vivere in un intenso e continuo stato di esaltazione e indubbiamente la propaganda hitleriana ha interpretato e rafforzato queste sue aspirazioni. La componente vitalistica ed estetica delle immagini di Olympia ben si coniuga con il pensiero e l’estetica nazista, pur non avendo mai la Riefensthal aderito al partito nazionalsocialista.

Inoltre, la regista è estremamente ambiziosa e intende cogliere ogni opportunità di successo: perciò si impegna per assicurare spazio e mezzi alla propria attività attraverso le alleanze più forti. C’è da rimarcare che la sua autonomia da Hitler e dall’ideologia viene dimostrata anche dal modo in cui la regista racconta, con sincera ammirazione, la vittoria di ben quattro medaglie d’oro in atletica leggera dell’atleta nero Jesse Owens, vittoria che contrastava ogni teoria che la razza ariana fosse l’eletta e la più forte. E questo nonostante la reazione vivamente contrariata di Hitler. Il primo piano dedicato all’espressione di disappunto mostrata da Hitler per la vittoria di Owens nel salto in lungo (contro l’atleta di casa, il rivale e amico Luz Long) è per alcuni l’espressione del tacito dissenso della Riefenstahl alle dottrine razziali naziste. In Olympia c’è un messaggio universale: qui l’amore per lo sport e la bellezza non sembrano risentire di preconcetti di razza o di condizione sociale. La spinta umana a confrontarsi con i propri limiti, l’armonia di risultati ottenuti con fatica e tenacia si offrono allo sguardo come generatori di bellezza. Per Riefenstahl è compito della regia esaltare questa bellezza attraverso montaggi dal rigore geometrico capaci di sottolineare l’emozione visiva.

È più giusto dire quindi che Leni Riefenstahl sia stata una grande artista, una grande regista, ma che il suo scopo ultimo non fosse ideologico né politico, ma esclusivamente creativo. Leni Reifenstahl probabilmente è stata realmente un’artista che ha desiderato fortemente di essere libera di esprimere un’estetica precisa e potente nella sua arte che coincide sì con quella nazista, ma in maniera probabilmente incidentale.
*Editor per l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa
©RIPRODUZIONE RISERVATA
