Colpi di Stato, miniere e diplomazia segreta: così Kinshasa restituisce tre americani a Trump

Di Giuseppe Gagliano

WASHINGTON. Tre cittadini statunitensi, condannati a morte nella Repubblica Democratica del Congo per un tentativo di colpo di Stato, sono stati silenziosamente rimpatriati negli Stati Uniti. Una decisione che non nasce da improvvisi slanci umanitari, ma da un negoziato ad alto livello che intreccia sicurezza, minerali strategici e geopolitica africana.

Il loro ritorno negli USA, annunciato l’8 aprile, è avvenuto dopo la commutazione della pena capitale in detenzione nazionale. Sullo sfondo, l’intenso lavoro del consigliere per l’Africa di Donald Trump, Massad Boulos, che in cambio ha discusso accordi su terre rare e garanzie di sicurezza in un Paese martoriato dalla guerra e dallo sfruttamento.
La Casa Bianca sede del Presidente USA
Marcel Malanga Malu – figlio del presunto golpista Christian Malanga, ucciso durante l’attacco del 19 maggio 2024 – è uno dei tre americani rimpatriati. Arrestato con altri 36 imputati, il giovane aveva raccontato che il padre li aveva minacciati di morte per costringerli a partecipare all’assalto. Un’operazione confusa e spettacolare, culminata nell’occupazione della sede presidenziale e nella proclamazione della “fine del regime” via social.
Dietro la restituzione dei tre cittadini si celano due elementi chiave. Primo: la crescente pressione americana per ottenere accesso privilegiato ai minerali strategici congolesi – cobalto, coltan, litio – fondamentali per auto elettriche, tecnologia e difesa. Finora, è stata la Cina a monopolizzare l’estrazione. Trump punta ora a invertire la tendenza. Secondo: la richiesta di Kinshasa di maggior sostegno militare per arginare la minaccia crescente del M23, gruppo armato sostenuto – secondo la RDC – dal Ruanda, e che ha occupato Goma e Bukavu, principali centri dell’Est del Paese.
Il baratto è chiaro: clemenza giudiziaria in cambio di impegni politici e militari. Secondo fonti congolesi, Washington si sarebbe anche offerta di addestrare le forze locali o impiegare contractor privati per rafforzare la sicurezza. L’obiettivo è duplice: garantire stabilità a un’area cruciale per l’approvvigionamento minerario e contenere l’influenza sino-russa nel cuore dell’Africa.
Truppe congolesi
Tuttavia, il caso pone interrogativi profondi. A che prezzo si ottiene giustizia, quando la diplomazia si intreccia ai dossier minerari? Che messaggio si invia, se tre cittadini condannati per tentata insurrezione vengono liberati mentre decine di congolesi restano sotto condanna capitale? E, soprattutto, quale ruolo giocheranno davvero gli Stati Uniti in una regione dove la pace si compra a peso d’oro e il diritto rischia di essere la prima vittima?
Nel vuoto lasciato da un’Europa assente, gli Stati Uniti tornano nel cuore dell’Africa non con i discorsi sui diritti, ma con trattative opache e promesse di sicurezza. E mentre Kinshasa cerca protezione, Washington cerca risorse. Come sempre, l’Africa paga il prezzo più alto.

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