Di Cristina Di Silvio*
WASHINGTON D.C. Succederà anche a te. Un giorno ti sveglierai e fuori splenderà il sole.
Il cielo sarà limpido, le strade pulite, tutto sembrerà nuovo, quasi irreale. Ciò che un tempo appariva impossibile diventerà semplice. Normale.
È questo il tono onirico con cui viene introdotto il “Great Trust”, progetto che si presenta ufficialmente come un piano di rinascita per Gaza.

Ma dietro la facciata di sviluppo e progresso si nasconde un’architettura geopolitica di controllo, mascherata da strategia economica. Dietro il linguaggio levigato del venture capital emergono modelli di spostamento forzato, ingegneria sociale e manipolazione narrativa. Gaza, sotto le bombe, diventa prototipo di un futuro in cui il conflitto non si risolve con i trattati, ma si reinventa tramite la finanza.
Secondo fonti del Financial Times, il progetto nasce da una sinergia tra Boston Consulting Group, investitori israeliani come Liran Tancman e Michael Eisenberg, e una rete diplomatica che coinvolge persino il Tony Blair Institute (https://institute.global.)
Prevede infrastrutture futuristiche: isole artificiali, un porto e un aeroporto per collegare Gaza a un corridoio India-Medio Oriente-Europa, zone economiche speciali a tassazione agevolata, hub tecnologici pensati per attrarre capitali internazionali.
Tuttavia, una versione parallela, elaborata da un gruppo di imprenditori israeliani e significativamente diversa, introduce un elemento che ribalta l’intera operazione: il cosiddetto “ricollocamento volontario”. Centinaia di migliaia di palestinesi dovrebbero essere incentivati a lasciare la Striscia, tramite formule linguistiche accuratamente edulcorate come “transizione assistita” e “integrazione progressiva”. Dietro questi termini si cela una realtà inequivocabile: la rimozione di un popolo per far spazio a un nuovo ordine.
Mentre la comunità internazionale discute di piani e progetti, la guerra evolve su nuovi fronti che sconvolgono i paradigmi strategici del Novecento.
La difesa multilivello, ad esempio, è sotto pressione. L’attacco iraniano di giugno contro Israele, con oltre 1.500 vettori tra droni e missili balistici, ha saturato i sistemi Arrow, David’s Sling e Iron Dome.

. L’intercettazione ha funzionato numericamente – neutralizzando oltre il 90% degli attacchi – ma ha evidenziato limiti logistici e temporali allarmanti: l’intervallo medio tra tracciamento e neutralizzazione è cresciuto del 28%, mentre i radar AESA, raggiunta la soglia di saturazione a 480 target simultanei, hanno dovuto selezionare priorità, lasciando passare alcune testate.
Ogni intercettore Arrow 3 costa circa 2,3 milioni di dollari e la produzione mensile non supera le 10 unità, nemmeno in emergenza.
Emergono così due verità taglienti: la difesa stratificata è pensata per conflitti brevi, non per guerre prolungate e ad alta intensità; e il suo funzionamento resta più simbolico che tecnico, incapace di fronteggiare attacchi multipli e asincroni. Il vero nodo è: per quanto tempo e a quale costo questa difesa può reggere.
Sul piano strettamente militare, l’attacco del giugno scorso contro Israele ha sancito una svolta nell’efficacia dei sistemi di difesa antimissilistica multilivello, come Iron Dome, David’s Sling e Arrow 3.

Il principio della difesa attiva basata su intercettori costosi e risorse limitate si scontra con la saturazione radar e la guerra dei sistemi C2 (comando e controllo) del nemico, evidenziando il fenomeno di diminishing returns in operazioni di lunga durata ad alta intensità.
Ogni intercettore Arrow 3, con costi unitari superiori ai 2 milioni di dollari, rappresenta un collo di bottiglia strategico insostenibile nel conflitto prolungato, configurando un dilemma di costo-beneficio che richiama le teorie di guerra economica e logistica di Clausewitz e Liddell Hart.

Parallelamente, silenziosa e invisibile, si affaccia una nuova frontiera: gli agenti MAICA (Military Autonomous Intelligent Cognitive Agents).
Quest’anno per la prima volta in un contesto reale, un MAICA di livello 3 ha compromesso per oltre 30 ore la rete logistica di una divisione meccanizzata russa ai margini del confine baltico. Non un attacco cyber classico, ma un’infiltrazione decisionale: manipolazione di comunicazioni, alterazione delle priorità logistiche, confusione della percezione operativa dei comandanti.
Nessun colpo sparato, nessuna presenza fisica, solo codice che in poche ore ha disallineato rifornimenti e movimenti offensivi.
Questi sistemi, basati su modelli cognitivi non supervisionati, non si limitano a eseguire ordini, ma prendono decisioni e si adattano autonomamente.
Alcuni prototipi, già testati in ambienti urbani, sono capaci di valutare comportamenti civili, interpretare segnali culturali e prevedere reazioni sociali in contesti ostili.
L’impatto più critico riguarda la delega letale: quando un MAICA autorizza autonomamente una neutralizzazione, chi è responsabile di eventuali errori?
Chi ha l’ultima parola in uno scenario in cui la velocità d’azione supera quella umana di deliberazione?
La catena di comando si trasforma in una catena di autorizzazione algoritmica, con gravi implicazioni etiche e giuridiche.
La dimensione più innovativa e inquietante del nuovo Teatro bellico è l’impiego su vasta scala di agenti MAICA di livello 3 e superiori.
Tali sistemi, in grado di operare senza supervisione umana, integrano algoritmi di apprendimento automatico, intelligenza artificiale adattativa e capacità di decision making distribuito.
Un caso studio rilevante è stato il blocco operativo della rete logistica di una divisione russa in area baltica, dove un MAICA ha manipolato flussi comunicativi e ordini di priorità, ottenendo un’efficacia strategica paragonabile a un’offensiva convenzionale senza sparare un colpo.
Questo fenomeno solleva questioni fondamentali sotto il profilo del diritto internazionale umanitario (DIU) e della responsabilità legale in guerra.
La dottrina della responsabilità umana è messa in crisi dall’autonomia decisionale degli agenti intelligenti, spingendo a una riflessione urgente su un quadro normativo che deve integrare le implicazioni di sistemi bellici automatizzati, secondo le raccomandazioni di organismi come il CCW (Convenzione sulle armi convenzionali) e le discussioni ONU sull’Intelligenza artificiale militare.
Infine, la terza direttrice, più insidiosa, è la guerra sulla memoria.
La costruzione strategica della narrazione post-bellica non è più solo diplomazia o comunicazione, ma un pilastro operativo del conflitto. Oggi non basta vincere; bisogna scrivere la storia della vittoria in modo che sia accettata, ripetuta, assimilata.
È qui che il Great Trust si rivela efficace: non promette solo stabilità, ma desiderabilità.
Trasforma una terra martoriata in un investimento con ritorno economico garantito, con slide e render architettonici a supporto.
Ma dietro questa narrazione si nasconde la cancellazione di un trauma e la rimozione di un’intera dimensione storica. Lo stesso processo si osserva in Ucraina, dove la narrazione del conflitto si moltiplica e si frammenta, rendendo la verità liquida.

Come affermava Carl von Clausewitz, la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi; oggi, è anche la continuazione della percezione con strumenti tecnologici.
Questo processo di neutralizzazione culturale è speculare alle politiche di “riprogrammazione” culturale attuate in Ucraina con la deportazione di minori, e alle pulizie etniche in Myanmar e Yemen, dove la fame e la violenza di genere sono usate come strumenti di guerra sistematica e genocidio.
La combinazione di guerra autonoma, ingegneria sociale e manipolazione della memoria ridefinisce i parametri tradizionali della giustizia di guerra, sfidando i principi di distinzione, proporzionalità e umanità sanciti dal DIU.
In un contesto in cui la difesa convenzionale non basta più, la guerra ibrida algoritmica e la guerra cognitiva dominano il campo, imponendo una riformulazione teorica e operativa delle strategie militari.
In un mondo in cui le difese si saturano, le decisioni sono prese da agenti autonomi e le vittorie si consolidano riscrivendo il passato, quale spazio rimane per la responsabilità umana?
Cosa significa oggi essere comandante, analista o responsabile della sicurezza nazionale?
Possiamo ancora affidarci a dottrine ereditate, o dobbiamo accettare di vivere in una nuova era strategica, dove le mappe si tracciano con algoritmi e la supremazia sul campo è sostituita dal monopolio della narrazione?
Quando ti sveglierai, forse il sole splenderà davvero. Ma la guerra potrebbe non essere finita: si sarà solo nascosta meglio, travestita da piano industriale, da ricostruzione umanitaria, da visione condivisa.
Silenziosa, ma sempre in azione.
La vera domanda, allora, non è chi ha vinto, ma chi ha scritto cosa è accaduto. E, soprattutto, a beneficio di chi.
*Esperta Relazioni internazionali, istituzioni e diritti umani (ONU)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

