Di Bruno Di Gioacchino
TEL AVIV. Dopo il 7 ottobre 2023, il conflitto israelo-palestinese è tornato al centro del dibattito pubblico europeo con una forza che va ben oltre la sua tragica portata umanitaria.

L’attacco di Hamas a Israele e la risposta militare israeliana su Gaza hanno rilanciato tensioni globali, ma anche, e forse soprattutto, fratture interne alle democrazie occidentali.

In Italia, le reazioni politiche si sono rapidamente trasformate in un campo di battaglia simbolico, dove il conflitto viene usato non per essere compreso, ma per essere strumentalizzato.

La politica – quella vera, fatta di analisi, responsabilità e visione – sembra aver lasciato il posto a un’altra cosa: una macchina retorica che non costruisce soluzioni, ma identità contrapposte.
A sinistra, le prese di posizione sempre più nette di Elly Schlein e di Giuseppe Conte contro Israele non si limitano a un’analisi critica delle azioni militari o delle politiche del Governo Netanyahu.
Si traducono piuttosto in una narrativa che elude la complessità e abbraccia la semplificazione, il bianco o nero, il bene assoluto contro il male assoluto.
Un tratto sempre più evidente di questa dinamica è il ricorso sistematico a fonti unilaterali, spesso inattendibili, quando non apertamente manipolate.
Video decontestualizzati, testimonianze orchestrate, immagini costruite ad arte o provenienti da altri conflitti vengono rilanciate come “prove” indiscutibili. In questo teatro della falsificazione, la fantasia diventa realtà, e la realtà viene piegata alla propaganda. La narrazione si alimenta di messe in scena, di contenuti virali che non cercano la verità, ma la mobilitazione.
E a farne le spese è l’opinione pubblica: ridotta a pubblico plaudente, o peggio, a un esercito di potenziali elettori lobotomizzati, addestrati non alla riflessione ma alla reazione immediata.
A rendere il quadro ancora più grave è il ruolo di quegli intellettuali, professori universitari e rappresentanti di Organizzazioni internazionali che, forti della loro visibilità e della posizione privilegiata che ricoprono, tradiscono sistematicamente il loro ruolo di garanti del rigore e della veridicità.
Non solo si sottraggono al dovere di verificare e contestualizzare ciò che affermano, ma spesso contribuiscono attivamente alla trasformazione artificiale della realtà, legittimando visioni ideologiche attraverso dichiarazioni farneticanti o pubblicazioni frettolose.
Opuscoletti autocelebrativi, premiati nei circuiti autoreferenziali dell’accademia militante, circolano come strumenti di legittimazione “scientifica”: brevi, insignificanti, ma infarciti di equazioni che non poggiano su dati, né su fatti dimostrabili.
È la scienza ridotta a simulacro, la verità ridotta a narrazione utile.
Ma c’è un’altra deriva ancora più inquietante: l’impossibilità crescente di esprimere un’opinione diversa.
In scuole, Università, dibattiti pubblici e politici, il contraddittorio sta scomparendo. Chi si azzarda a dissentire viene spesso interrotto, zittito, delegittimato.
All’inizio si grida, poi si insulta, in alcuni casi si minaccia, si strattona, si aggredisce.
È una spirale di intimidazione che ha poco a che vedere con la democrazia e molto con il totalitarismo.
Si parla in nome dei “diritti” ma si nega il diritto più elementare: quello di parola. E allora, di fronte a questa deriva, vale la pena chiederselo con forza: chi sono i “veri fascisti”?
È in questo passaggio che si intravede il vero slittamento: non più la politica come luogo di mediazione tra interessi e visioni del mondo, ma come arena dove si lancia uno slogan e si aspetta l’applauso.
L’antisionismo dichiarato, quando si accompagna a parole d’ordine riciclate dal repertorio antisemita del Novecento, non è più uno strumento di critica: è un gesto simbolico che alimenta l’emotività delle piazze e la delegittimazione dell’avversario. Non costruisce consapevolezza: produce adesione acritica.
Questo approccio – fondato sulla semplificazione, sull’attivazione emotiva e sulla costruzione di un nemico – è paradossalmente vicino a quello dei regimi autoritari: laddove non si spiegano gli eventi, li si svuota del loro contesto, li si trasforma in miti funzionali alla propaganda.
È una modalità che non appartiene solo alla destra populista: anche una certa sinistra, pur rivestita di parole nobili come “diritti umani” e “pace”, cade nella stessa trappola.
Il risultato è una forma di populismo progressista che, pur partendo da premesse diverse, finisce col parlare lo stesso linguaggio semplificato e divisivo.
La politica, così, smette di essere responsabilità. Diventa spettacolo, appartenenza, ideologia istantanea.
In questo quadro, il conflitto israelo-palestinese non è più una tragedia storica da affrontare con lucidità e visione multilaterale, ma un campo da gioco per guadagnare consenso interno, per marcare differenze, per distrarre dal vuoto di proposte reali.
Il pericolo più grave, tuttavia, non è solo retorico.
L’Italia, scegliendo di deviare dal suo tradizionale ancoraggio all’alleanza euro-atlantica e alla mediazione diplomatica, rischia di farsi terreno fertile per interferenze esterne, proprio in un Mediterraneo già agitato da tensioni e ambizioni russe, iraniane e cinesi.
Trasformare un conflitto complesso in uno slogan serve forse a vincere un applauso oggi, ma domani può costare molto: in credibilità, in stabilità, in sicurezza.
La politica che smette di spiegare non è solo inefficace.
È pericolosa. Perché quando la complessità viene espulsa dal discorso pubblico, ciò che resta non è giustizia, ma manipolazione.
E in quella manipolazione, a perdere, sono sempre le democrazie.
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