Congo: Generazione Kalashnikov. La violenza è padrona della società e la vita non ha alcun valore

Di Andrea Marco Silvestri*

Kinshasa. Dopo il drammatico attacco avvenuto nel Kivu in cui il nostro Ambasciatore Luca Attanasio e il Carabiniere Vittorio Iacovacci hanno perso la vita, l’attenzione dei media torna in Repubblica Democratica del Congo.

L’ambasciatore Luca Attanasio

Vittima locale è, invece, il driver del mezzo colpito durante l’attacco, Mustapha Milambo.

Il Carabiniere Vittorio Iacovacci ucciso per difendere l’Ambasciatore

Gli inquirenti locali ed internazionali stanno cercando di ricostruire l’accaduto con sforzi ininterrotti ma le versioni dei testimoni, delle fonti governative e dei diversi attori coinvolti non permettono ancora una analisi chiara.

L’opinione pubblica italiana, spesso quasi ignara delle dinamiche interne a molti Paesi africani, è spaccata in due sull’accaduto e le teorie delle diverse fonti offuscano un’analisi basata, invece, sulla struttura sociale di un paese cresciuto in un clima di conflitto.

In questo breve articolo si presenta una visione alternativa rispetto alla maggior parte delle analisi finora disponibili.

Una analisi che parte dagli attori presenti sul territorio: i gruppi, le diverse etnie, i miliziani (jihadisti e non), le istituzioni governative e le organizzazioni internazionali dispiegate sul territorio congolese.

Gli interessi internazionali, solitamente limitati alle straordinarie risorse di un territorio, oggi tornano, invece, sulle popolazioni che lo abitano e sulle dinamiche di un Paese in guerra da sempre e che perennemente soffre nel silenzio generale dei media, oggi puntati sul Kivu.

 Il Congo e i suoi conflitti

 “La guerra mondiale africana”, “eterno conflitto”, “tragedia della nostra epoca”.

Questi sono alcuni dei tanti termini utilizzati abitualmente per descrivere la fortissima instabilità geopolitica e sociale nella Repubblica Democratica del Congo (RDC).

Ripercorrere le esatte tappe storiche di processi bellici complessi e lunghi come quelli congolesi non è un sentiero facile in cui già molti studiosi si sono concentrati.

In questa sede, invece, l’intenzione è di fornire una possibile risposta all’origine della violenza apparentemente caotica e disorganizzata del territorio congolese.

Milizie armate in Congo

 

 

 

Per comprendere anche solo parzialmente i conflitti congolesi sarebbe necessario recarsi sul posto per osservare da vicino i complessi meccanismi sociali che portano le nuove generazioni ad appoggiarsi alle signorie della guerra come unico faro di speranza per una possibile mobilità sociale.

Un’operazione ardua, studiare sul campo questo fenomeno, che è effettivamente stato compiuto da un ricercatore italiano: Luca Jourdan, nome ormai leggendario dell’antropologia contemporanea nel nostro Paese.

Jourdan descrive proprio questo nel suo libro: “Generazione Kalashnikov”, un testo crudo che racconta senza indugi la triste realtà dei giovani congolesi.

Una società spietata e “predatoria” quella congolese, per citare lo studioso in uno dei suoi celebri interventi.

Un ambiente dove la maggioranza dei ragazzi ha due scelte lavorative: il piccone della miniera o il rigido calcio del Kalashnikov, arma simbolo di status e potere.

Nel Congo contemporaneo infatti l’arma è un pregio, una risorsa. Chi la brandisce è del tutto intercambiabile, la vita non ha valore, non porta profitto.

Terra ricca e popoli poveri

L’occidente solitamente stenta a comprendere dimensioni belliche non innescate da interessi strategici o industriali.

In Congo, coerentemente con l’immaginario, i poteri occidentali hanno sfruttato per più di un secolo questo fecondo territorio e la sua gente.

Un processo che ha innescato un irrefrenabile desiderio di rivalsa e predazione da parte delle numerose etnie locali.

Pillage è il termine che i congolesi usano per definire il saccheggio, questo termine non è soltanto un’attività redditizia, è una vera e propria filosofia di vita, la strategia di sopravvivenza per eccellenza.

Un villaggio congolese

In una terra poverissima, controllata in maniera approssimativa da un governo corrotto, la predazione di tutto e tutti è la sola via di uscita.

Essa si manifesta almeno su 3 differenti livelli: la predazione delle popolazioni e milizie locali sui target più deboli, quella del governo centrale nei confronti del territorio e dei cittadini e, infine, la predazione cripto coloniale perpetuata dalle potenze occidentali a caccia di minerali e altri beni strategici.

Quando gli “altri” siamo noi

Descrivere le popolazioni straniere, i loro valori e i motivi per cui arrivano allo scontro è un’opera complessa.

Descrivere noi stessi con gli occhi di altri diventa quasi impossibile. Uno sforzo immaginativo è essenziale, tenendo conto di quanto detto sopra.

In un Paese dai mille volti, dalla politica instabile e che vanta una storia di almeno 60 lunghi anni di guerre implacabili, l’odio verso gli attori stranieri è quasi una condizione naturale.

Missioni militari, Peacekeepers, compagnie straniere e ONG hanno compiti molto diversi sul territorio ma la percezioni locale spesso non può distinguere facilmente chi si trova sul posto per un obiettivo o un altro.

La confusione percettiva di una terra vittima della guerra porta spesso ad errori di valutazione da parte di tutti gli attori che ne fanno parte. Anche chi opera in Congo per aiutare lo sviluppo può, purtroppo, essere bersagliato come nemico.

Migliorare la sicurezza dei nostri espatriati in un territorio come questo significa prima di tutto negoziare, dialogare.

Gli ultimi avvenimenti in Congo, che ci riguardano questa volta da vicino, evidenziano il bisogno di una terra martoriata dalla violenza predatoria alla ricerca di un destino alternativo.

*Head of Research in Mondo Internazionale G.E.O. – Area Cultura&Società

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