Di Giuseppe Gagliano*
PYONGYANG. Il discorso con cui Kim Jong Un ha proclamato irreversibile lo status nucleare della Corea del Nord non è una semplice dichiarazione propagandistica, ma la formalizzazione di una dottrina di Stato. Pyongyang non presenta più l’arma atomica come strumento negoziale, merce di scambio o leva tattica, bensì come architrave permanente della propria esistenza politica. Il messaggio è netto: la sicurezza del regime non è più oggetto di trattativa e non può essere ceduta in cambio né di vantaggi economici né di garanzie diplomatiche. In questa prospettiva, la deterrenza nucleare diventa la sola assicurazione considerata credibile in un sistema internazionale che il regime descrive come dominato dalla forza, dall’arbitrio e dalla violazione della sovranità degli Stati più deboli.

La lezione strategica delle guerre recenti
Nel ragionamento nordcoreano pesa con evidenza la lettura delle crisi internazionali più recenti. Pyongyang trae una conclusione precisa: chi non possiede una capacità di deterrenza autonoma resta esposto all’intervento esterno, mentre chi dispone dell’arma nucleare si mette al riparo da ogni tentativo di rovesciamento. In questo senso il riferimento indiretto all’azione militare americana contro l’Iran è fin troppo trasparente. Kim usa il conflitto per rafforzare una tesi coltivata da anni: nel mondo contemporaneo non sopravvive chi si integra, ma chi dissuade. È una visione brutale, ma coerente con la logica del regime. E infatti la Corea del Nord non si presenta più come Paese assediato in cerca di protezione, bensì come potenza capace, se necessario, di minacciare direttamente i propri avversari.
Seul da interlocutore a nemico definitivo
Il passaggio forse più grave riguarda la Corea del Sud. Definirla lo “Stato più ostile” significa completare una mutazione politica già avviata: la fine dell’idea di una Nazione coreana divisa ma storicamente unitaria e l’avvio di una relazione fra due entità considerate ormai estranee e antagoniste. Non è solo un irrigidimento lessicale. È una ridefinizione dottrinale che cancella decenni di retorica sulla riunificazione e priva Seul di qualunque residuo statuto fraterno. Da qui in avanti il Sud non è più il parente separato con cui, un giorno, si sarebbe potuto ricostruire qualcosa; è il fronte avanzato del blocco ostile guidato dagli Stati Uniti. Questo sposta l’intera penisola in una dimensione più rigida, dove ogni incidente locale rischia di essere interpretato come una prova di forza fra due Stati apertamente nemici.

Bilancio, economia e militarizzazione del sottosviluppo
L’altro dato decisivo è economico. Mentre il Paese continua a soffrire povertà strutturale, sanzioni, scarsità croniche e dipendenza da razioni pubbliche e mercati informali, il Parlamento approva per il 2026 una spesa per la difesa pari al 15,8 per cento del totale, con risorse destinate esplicitamente al rafforzamento della deterrenza nucleare e delle capacità belliche. È il paradosso nordcoreano: un’economia fragile, quasi di sopravvivenza, che però concentra una quota enorme delle proprie energie nella costruzione della potenza militare. Kim prova a sciogliere questa contraddizione sostenendo che proprio il nucleare avrebbe impedito la guerra, consentendo quindi di destinare risorse allo sviluppo, all’edilizia, all’energia, al carbone e alla produzione alimentare. Ma in realtà il modello resta quello di una militarizzazione permanente del sottosviluppo: non si rinuncia al benessere per distrazione, bensì per scelta strategica.
Il significato geoeconomico del piano quinquennale
Il nuovo piano quinquennale non va letto come un’apertura riformatrice, ma come il tentativo di rendere più resistente un’economia di guerra. Modernizzare l’industria, aumentare elettricità e carbone, alzare la produzione agricola e ampliare l’edilizia abitativa significa cercare una base materiale minima per sostenere il confronto lungo con l’esterno. In altri termini, la Corea del Nord non pensa a uno sviluppo orientato al mercato globale, ma a una crescita funzionale alla resilienza del sistema. L’economia non serve ad aprirsi al mondo: serve a reggere l’isolamento, a consolidare il controllo interno e a sostenere il peso crescente della spesa strategica. È una geoeconomia della sopravvivenza, non dell’integrazione.
Mosca sullo sfondo, l’asse che cambia gli equilibri
Il messaggio di Vladimir Putin all’Assemblea nordcoreana completa il quadro. L’approfondimento del partenariato strategico tra Mosca e Pyongyang offre alla Corea del Nord una sponda politica, militare ed economica che rafforza la sua postura intransigente. Per Kim, il rapporto con la Russia è il segnale che l’isolamento non è più assoluto e che il blocco sanzionatorio occidentale può essere almeno in parte compensato da nuove convergenze euroasiatiche. Per Mosca, Pyongyang è un partner utile in una fase di ridefinizione degli equilibri globali. Ne nasce un incastro pericoloso: una Corea del Nord più sicura del proprio ombrello strategico, meno interessata al dialogo con Seul e più convinta che il tempo lavori a suo favore.
Una penisola più instabile e un negoziato sempre più lontano
Il punto finale è questo: Kim Jong Un non sta alzando il prezzo di un futuro negoziato, sta dicendo che quel negoziato, nei termini tradizionali della denuclearizzazione, è morto. La Corea del Nord non vuole discutere se mantenere o meno l’arsenale; vuole costringere gli altri a prendere atto che esso è definitivo. Per la Corea del Sud e per gli Stati Uniti ciò significa che la vecchia formula fatta di pressione, sanzioni e aperture intermittenti perde gran parte della sua utilità. Per l’Asia nordorientale significa invece entrare in una fase ancora più instabile, nella quale il nucleare nordcoreano non sarà più l’eccezione da gestire, ma il fondamento intorno a cui Pyongyang intende costruire tutto il proprio futuro politico, militare ed economico.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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