Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON/TEL AVIV. C’è un punto, in questa vicenda, che merita di essere fissato subito: la guerra contro l’Iran non appare come una risposta improvvisata a un’emergenza, ma come il risultato di una convergenza politica e strategica maturata da tempo tra Washington e Tel Aviv. La telefonata tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump, avvenuta meno di quarantotto ore prima dell’attacco del 28 febbraio, assume così il valore di un passaggio decisivo non tanto perché “trascina” gli Stati Uniti in guerra, quanto perché offre al presidente americano l’argomento finale per trasformare una predisposizione militare già esistente in una decisione operativa. Il cuore della proposta israeliana era semplice e radicale: colpire il vertice del potere iraniano nel momento di massima vulnerabilità, eliminare Ali Khamenei e i suoi principali collaboratori, approfittare di una finestra di opportunità considerata irripetibile.

La logica della decapitazione
Qui emerge un primo dato strategico. L’idea dell’attacco decapitante non nasce da una necessità difensiva immediata, ma da una visione politica della guerra: colpire il centro della decisione avversaria nella convinzione che la rimozione del vertice possa produrre collasso interno, disarticolazione del comando e forse persino il rovesciamento del regime. È una logica che Israele coltiva da decenni nei confronti dei propri nemici regionali e che in questo caso avrebbe trovato in Trump un interlocutore disposto ad ascoltarla. Il fatto che il presidente americano avesse già approvato in linea di principio un’operazione contro Teheran dimostra che la questione non era se attaccare, ma quando farlo e con quale finalità politica. Netanyahu avrebbe fornito la risposta: il momento era quello giusto e l’obiettivo non era solo militare, ma storico.
L’illusione del cambio di regime
L’argomento più forte usato da Netanyahu sembra essere stato il più rischioso: l’idea che l’eliminazione della guida suprema iraniana potesse aprire una crisi di regime, favorire proteste di massa e forse innescare la caduta del sistema teocratico. È la vecchia tentazione occidentale di leggere le fratture interne iraniane come preludio di un crollo imminente. Ma proprio qui si vede la fragilità dell’impianto politico dell’operazione. Una parte dell’intelligence americana, in particolare la Central Intelligence Agency, riteneva invece più probabile l’effetto opposto: la sostituzione di Khamenei con un esponente ancora più duro e ideologicamente antiamericano. Ed è precisamente ciò che sembra essersi verificato con l’ascesa di Mojtaba Khamenei. Dunque la scommessa di una guerra breve, chirurgica e politicamente risolutiva si è trasformata in un consolidamento dell’ala più radicale del sistema iraniano.

La guerra come persuasione israeliana e convenienza americana
Dire che Netanyahu abbia convinto Trump non significa ridurre Washington a semplice strumento di Tel Aviv. Significa piuttosto riconoscere che il primo ministro israeliano ha saputo inserire la propria strategia dentro le pulsioni politiche del presidente americano. Trump voleva evitare una guerra lunga, ma al tempo stesso desiderava una dimostrazione di forza capace di apparire rapida, efficace e storicamente memorabile. Due fattori lo hanno spinto in questa direzione: da un lato il precedente dell’operazione condotta a Caracas contro Nicolas Maduro, percepita come prova che un’azione audace potesse produrre risultati senza costi insostenibili; dall’altro le proteste esplose in Iran a fine dicembre, lette come segnale di vulnerabilità del regime. In questo quadro, la guerra non è stata concepita come invasione classica ma come leva per accelerare una crisi interna già in corso.
Il vero obiettivo: spezzare il potenziale missilistico e la capacità di rappresaglia iraniana
La formulazione ufficiale americana insiste sulla distruzione del programma missilistico balistico iraniano, sull’annientamento della marina militare di Teheran, sulla neutralizzazione delle sue reti regionali e sulla prevenzione dell’accesso all’arma nucleare. Ma a ben vedere l’obiettivo reale era più ampio: ridisegnare il rapporto di forza regionale prima che l’Iran potesse consolidare una deterrenza capace di minacciare non solo Israele ma anche il dispositivo americano nel Golfo. Netanyahu avrebbe insistito proprio su questo punto, mostrando a Trump i siti missilistici di maggiore interesse e presentando il programma balistico iraniano come un pericolo destinato, nel tempo, a estendersi fino al territorio statunitense. Era il linguaggio perfetto per un presidente incline a trasformare ogni minaccia potenziale in giustificazione preventiva.
Il precedente del giugno 2025 e la debolezza israeliana
Ma la decisione di tornare a colpire l’Iran va letta anche alla luce del primo ciclo di guerra, quello del giugno 2025, la cosiddetta guerra dei dodici giorni. Allora Israele aveva colpito siti nucleari e missilistici iraniani, ma senza ottenere il risultato politico sperato. Anzi, secondo fonti americane, l’intervento diretto degli Stati Uniti del 22 giugno fu reso necessario anche dal rischio che Israele stesse entrando in una guerra di logoramento che non era in grado di sostenere. La carenza di missili intercettori, in particolare del sistema Arrow, mostrò con brutalità il limite materiale della potenza israeliana di fronte a un conflitto prolungato. Trump, in quel contesto, non intervenne solo per punire Teheran, ma anche per impedire che il proprio alleato strategico si logorasse fino a perdere l’iniziativa.

Dal colpo chirurgico alla crisi sistemica
Il problema è che la seconda offensiva ha prodotto esattamente ciò che la valutazione più prudente avrebbe dovuto temere. L’Iran ha reagito colpendo obiettivi militari statunitensi, attaccando alleati del Golfo, provocando la morte di oltre duemila civili iraniani e di almeno tredici militari americani, e soprattutto trasformando lo Stretto di Hormuz in un’arma geoeconomica. Qui si entra nel vero cuore della crisi. Teheran sa di non poter competere con la superiorità militare congiunta di Stati Uniti e Israele sul piano convenzionale puro. Ma sa anche che il controllo della soglia energetica mondiale le offre una leva di pressione immensamente più efficace. La parziale chiusura dello Stretto non è solo una misura militare o simbolica: è la dimostrazione che la Repubblica Islamica può rendere la guerra economicamente insostenibile per gli aggressori e per l’intero sistema globale.
Hormuz come vendetta geoeconomica
La potenza dell’Iran, in questa fase, non sta tanto nella possibilità di vincere militarmente quanto nella capacità di trasformare il Golfo in un moltiplicatore di crisi. Se attraverso Hormuz passa una quota decisiva delle spedizioni mondiali di carburante, allora ogni interruzione, anche parziale, ha effetti immediati sui prezzi dell’energia, sulla logistica marittima, sulle assicurazioni e sulla stabilità dei mercati. In altre parole, Teheran risponde alla superiorità militare americana con una strategia di strangolamento economico. È un modo per dire a Washington che ogni passo ulteriore verso l’escalation avrà costi crescenti non solo sul campo ma anche nel portafoglio dei consumatori occidentali. Da questo punto di vista l’Iran sta cercando di vincere non sul terreno della distruzione immediata, ma su quello della durata e dell’attrito.
Kharg, i Marines e il rischio dell’allargamento terrestre
Le ipotesi circolate su un possibile impiego dell’82ª Divisione Aviotrasportata o della 31ª Unità di Spedizione dei Marines per conquistare l’isola di Kharg mostrano quanto la guerra stia slittando verso scenari molto più pericolosi. Kharg non è un obiettivo periferico: è il principale snodo dell’export petrolifero iraniano. Mettere piede lì significherebbe passare da una campagna di bombardamenti e interdizione a un’operazione di occupazione temporanea ad altissimo rischio. Dal punto di vista militare, i Marines avrebbero il vantaggio della rapidità anfibia e della capacità di ripristinare infrastrutture aeroportuali danneggiate; i paracadutisti dell’82ª offrirebbero prontezza di impiego notturno ma soffrirebbero la mancanza di mezzi pesanti in caso di contrattacco. In entrambi i casi, però, il salto qualitativo sarebbe evidente: non più solo colpire l’Iran, ma sottrargli fisicamente il controllo di un’infrastruttura vitale. Sarebbe l’ingresso in una fase di guerra molto più aperta.
Un conflitto che smentisce la retorica della guerra breve
La lezione di questa vicenda è chiara. Netanyahu ha probabilmente visto nella combinazione tra vulnerabilità del vertice iraniano, proteste interne e disponibilità di Trump una finestra storica. Trump, dal canto suo, ha creduto di poter ottenere un successo strategico netto senza scivolare in una guerra lunga, coerentemente con una lettura muscolare ma opportunistica della politica estera. Entrambi, però, sembrano aver sottovalutato un punto fondamentale: l’Iran può anche essere colpito duramente, ma non è un bersaglio inerte. Ha profondità strategica, capacità missilistica residua, reti regionali e soprattutto una leva geoeconomica che nessuna superiorità aerea cancella automaticamente.
La vera eredità della telefonata
In definitiva, quella telefonata tra Netanyahu e Trump non è importante solo perché avrebbe preceduto l’ordine operativo. È importante perché rivela la natura di questa guerra. Non una risposta obbligata, ma una scelta. Non l’effetto di una necessità improvvisa, ma il prodotto di una convergenza politico-strategica costruita sulla promessa di una vittoria rapida, di una decapitazione risolutiva e forse di un cambio di regime. Il risultato, almeno per ora, è opposto: l’Iran non è crollato, il conflitto si è allargato, Hormuz è diventato un detonatore globale e gli Stati Uniti rischiano di entrare sempre più a fondo in una guerra che doveva servire a riaffermare la deterrenza e che invece sta mettendo a nudo i limiti della forza come strumento di ingegneria politica del Medio Oriente.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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