COVID 19: La “fase due” è possibile nel rispetto dei parametri sanitari

Di Pierpaolo Piras*

Roma. In questi giorni, la gente dà l’impressione che il peggio dell’epidemia sia già passato.

Le settimane di chiusura, le restrizioni individuali e il fermo dell’economia in settori cruciali potrebbero aver influito su questa evoluzione positiva.

Ancora chiuse le attività commerciali

La prima domanda è se possiamo incominciare a riaprire le attività economiche, iniziando magari dai settori a più bassa frequentazione, come le librerie e cartolerie?

Ma sappiamo che il virus è ancora in circolazione e la sua virulenza, come abbiamo tristemente sperimentato, è altissima.

Le unità di crisi, i comitati di esperti e i politici sono alla ricerca del come e quando riaprire i settori produttivi, senza provocare un’altra marea dilagante di contagio.

Aprire le porte delle aziende. Più difficile è adottare il sistema di selezione degli addetti ai lavori.

Essi devono essere in grado di lavorare in sicurezza: non dobbiamo mai dimenticare che la stragrande maggioranza degli italiani è sana e ha tutto il diritto sia di non ammalarsi che di essere protetta con adeguate misure e strumenti di valida profilassi.

“Conditio sine qua non” per proteggere le persone nei luoghi di lavoro è quello di possedere preventivamente gli anticorpi specifici ad azione anti-coronavirus.

Operatori sanitari al lavoro

Vista l’imminenza delle prime aperture, si dovrà trovare un equilibrio tra il dovere garantire la sicurezza pubblica e far ripartire l’economia aperta a tutti i settori.

La politica dovrà valutare ciò che è meglio per la società anche contro i diritti individuali, utilizzando criteri biologici forzosi che in assenza dell’attuale emergenza verrebbero sicuramente respinti.

È noto che una larga parte della popolazione è asintomatica o paucisintomatica.

Ha contratto il virus e lo detiene in tutto il decorso delle proprie vie respiratorie pronto a trasmettersi ad un altro ignaro destinatario.

Il portatore non sa di esserlo ma il suo sistema ha valide sentinelle fisiologiche (vari ceppi di linfociti) presenti nel sangue e nei tessuti che hanno già intercettato questo agente patogeno elaborando una precisa risposta immunitaria cellulare e anticorpale rintracciabile nel sangue estratto con un prelievo.

Gli scienziati e i centri di ricerca sono allo studio per accertare se avere gli anticorpi costituisce un elemento di protezione e di immunità dal virus.

In Italia, la strategia anticorpale più estesa è adoperata dalla Regione Veneto grazie ad un management illuminato, alle sue adeguate risorse economiche e consulenti di elevato profilo.

Negli Stati Uniti è in vigore una sofisticata ricerca di base sul genoma virale, che ne tracci i geni e alleli costitutivi con l’obiettivo spiegare il perché vi siano soggetti che si ammalano ed tantissimi altri no.

I primi risultati delle ricerche sono incoraggianti: di recente l’indice Dow Jones Industrial Average è salito sensibilmente recuperando oltre il 50% delle perdite subite tra la fine di febbraio e marzo scorso, quando scoppio l’epidemia con la triste sequela di migliaia di vittime e oltre 20 milioni di disoccupati per la chiusura delle fabbriche.

Oggi gli investitori hanno ripreso la propria azione proprio sulla base di queste notizie positive che lasciano intravvedere un barlume reale di successo nella terapia dei pazienti COVID e la secondaria parziale riapertura della economia.

Il percorso scientifico è stato definito.

Il dibattito scientifico verte su altri importanti interrogativi: i test sierologici di dosaggio anticorpale nel sangue sono utili ai fini diagnostici e quindi per curare gli ammalati o sono predittivi per monitorare anche la malattia?

Attualmente sono impiegati maggiormente a scopo diagnostico nell’intento di distinguere l’affezione respiratoria in oggetto dalle altre numerose malattie polmonari capaci di determinare una sindrome clinica uguale a quella da coronavirus (diagnosi differenziale).

Per questo esistono diversi protocolli validati dalle maggiori società scientifiche di Pneumologia che ottimizzano le risorse terapeutiche in modo appropriato mantenendo l’infezione in un contesto medico.

Il secondo quesito è se il dosaggio anticorpale è di ausilio nel controllare questa malattia virale al di fuori dell’ambiente clinico e specificamente in quello sociale e lavorativo?

La risposta è affermativa, alla stessa maniera e misura di una semplice mascherina.

Il migliore strumento di controllo del Pz portatore sano è vigilare severamente sui loro contatti, isolandoli anche nella sede di lavoro.

Essi possono convivere nello stesso ambiente soltanto con i propri simili e mai con soggetti anticorpo -negativi.

Si sta ponendo una terza idea/dubbio fondamentale sul come dobbiamo pianificare il futuro alla luce delle nuove terapie vacciniche e farmacologiche che tra non molto entreranno in utilizzo. Solo così le aziende potranno pianificare sia il loro rientro in attività che la certezza che resteranno aperte.

Sino al quel punto dovremo seguire il miglior sistema determinato e validato dalla scienza medica ovvero l’accertamento diagnostico, tracciamento ed isolamento stretto del contagiante.

*Specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale

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