Lotta alla mafia: una proposta di legge per spezzare i legami familiari degli appartenenti alle criminalità organizzate. Ieri celebrati i 35 anni dell’istituzione del Servizio Centrale di Protezione

ROMA (dal nostro inviato). La politica, o per meglio dire, il Parlamento intende rispondere alle famiglie mafiose con un provvedimento di legge firmato dall’onorevole Chiara Colosimo presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere e dalla senatrice Vincenza Rando, già vice presidente nazionale di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie APS.

Chiara Colosimo presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere

“E’ una legge – ha spiegato Chiara Colosimo, ieri a margine del a cerimonia celebrativa del 35° anniversario dell’istituzione del Servizio Centrale di Protezione, che di fatto trasforma la possibilità oggi non esistente, ma che avviene grazie a dei protocolli di spostare donne e bambini dalle famiglie mafiose in altre località, nell’opportunità di dargli addirittura un’altra identità. Noi diciamo ai mafiosi, se insegnate ai vostri figli a fare i mafiosi, ve li togliamo. Lo facciamo con tutte le norme costituzionali. Per noi è la possibilità di spezzare i legami familiari” che sono quelli sui quali si reggono le criminalità organizzate.

Le donne e i bambini che dovessero fare questa scelta saranno accompagnate dal Servizio Centrale di Protezione e avranno un’altra identità, un supporto economico, un accompagnamento psicologico per essere liberi di scegliere di essere persone.

“Tutto questo – ha aggiunto l’onorevole Colosimo – lo chiamo la terza via della lotta alla mafia ed è una grande opportunità per la politica di dimostrare unità”.

E rispondendo a una domanda di Report Difesa sugli ultimi fati di cronaca che hanno visto, di nuovo, un riesplodere della criminalità organizzata, la presidente della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie ha risposto: “Abbiamo trattato la questione in ultimo ieri (lunedì  per chi legge Ndr) con l’audizione del Prefetto di Bari in Commissione parlamentare, perché la questione delle giovani leve camorristiche è una questione molto urgente. E’ un’urgenza nazionale. Se voi guardate le date di nascita di queste persone, vedrete che quanto avvenuto, dagli  incendi all’uso del kalashnikov è stato opera di giovanissimi. È come se le stragi fossero troppo lontane per una generazione che vede la mafia come mito e non come sterco”.

L’obiettivo della Commissione, da sempre, è di fare un focus sui più giovani

E’ evidente – ha proseguito Chiara Colosimo – che in alcuni casi funziona per esempio la proposta di legge di cui abbiamo parlato prima, negli altri ci vuole ancora più supporto e ancora più cultura nelle scuole e nelle Università”.

E analizzando in particolare quella della Puglia, la Colosimo ha ricordato che dopo una missione della Commissione in tutte le province pugliesi le fu chiesto di lanciare un messaggio ai più giovani” e lei rispose di non ascoltare le canzoni  di Tommy Parisi.

“Da quel giorno – ha ancora ricordato – su tutti i canali social del mondo c’è stata una campagna contro di me perché Tommy Parisi è un bravo ragazzo. Premesso  che non è mio dovere dare patenti di bravi o meno, ma segnalo che è una persona al momento detenuta con una condanna importante all’alta sicurezza. Io non lo farei ascoltare a mio figlio. E chiedo ai ragazzi di scegliere altri riferimenti anche musicali”.

La cerimonia di ieri, tenutasi presso l’Auditorium “Carlo Mosca” della Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia, alla presenza del sottosegretario all’Interno Nicola Molteni e del capo della Polizia Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Prefetto Vittorio Pisani, alla quale ha partecipato il Sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Domenico Gozzo (presenti il vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza con Funzioni Vicarie Prefetto Carmine Belfiore, il vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Direttore Centrale della Polizia Criminale Prefetto Raffaele Grassi, il vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza preposto all’attività di Coordinamento e Pianificazione Prefetto Giancarlo Di Vincenzo, il Direttore del Servizio Centrale di Protezione Generale di Brigata dei Carabinieri Giancarlo Scafuri) è stato un momento non solo celebrativo ma anche di analisi sul Servizio,

La platea dell’evento di ieri

L’ISTITUZIONE DEL SERVIZIO CENTRALE DI PROTEZIONE

Il Servizio è la naturale evoluzione dell’Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa che, istituito nel 1982, venne sostituito dal nuovo Ufficio che venne pensato come libero da qualsiasi compito investigativo e con il compito esclusivo di gestire la mimetizzazione dei collaboranti con la giustizia.

L’Ufficio nel corso di 35 anni di attività, composto da circa 600 operatori su tutto il territorio nazionale, ha garantito la mimetizzazione, la protezione e l’adempimento degli impegni giudiziari di diverse migliaia di persone.

Ha 19 articolazioni territoriali dipendenti sull’intero territorio nazionale che hanno il compito di gestire direttamente ed in maniera discreta l’intera popolazione protetta.

Nato da una esigenza di garantire le persone che decidono di collaborare con la giustizia, il Servizio di protezione s’è dimostrato uno strumento di rilevanza cruciale nella disarticolazione di organizzazioni criminali che, fino ad un certo punto della storia d’Italia, sono rimaste del tutto impermeabili ai tradizionali mezzi investigativi.

Il Servizio di protezione svolge un essenziale compito di gestione della popolazione protetta che, al momento, è costituita da circa 3 mila persone tra testimoni di giustizia, collaboratori e loro familiari. Tra questi, un’importanza particolare viene rappresentata dai minori che, al momento sono circa 800 sul territorio nazionale.

Punto fondamentale della protezione è rappresentato dalla assistenza psicologica all’intera popolazione protetta che viene sostenuta dall’ingresso all’interno del meccanismo tutorio fino al termine del percorso. Il fine, secondo quanto venne pensato dagli stessi ideatori del sistema tutorio non è semplicemente quello di dare protezione ma soprattutto di riconsegnare alla società una persona diversa ed inserita nel tessuto legale del Paese.

La legge del 1991 è stata, nel corso del tempo, oggetto di adeguamenti soprattutto finalizzati a distinguere la figura del testimone di giustizia da quella del collaboratore. Infatti nel 2001 la persona vittima della criminalità organizzata che trovava il coraggio di rompere il codice del silenzio e dell’omertà ha avuto il suo riconoscimento legale.

Soprattutto si sottolinea come la norma prevede per il testimone di giustizia, nella maggior parte dei casi un imprenditore, la possibilità di rimanere nella propria località d’origine senza affrontare il trauma dell’abbandono.

Una grande affermazione di legalità. Lo Stato tutela e protegge la persona nel suo ambiente d’origine contro qualsiasi meccanismo intimidatorio.

 Le nuove sfide per il sistema tutorio sono costituite da un lato dalla digitalizzazione dell’identità e dall’altro dalla adattabilità dello strumento tutorio anche ad altre minacce di tipo globale ed ibrido.

Basta leggere le parole di Domenico Gozzo: “Prima della strage di Capaci, Giovanni Falcone è al Ministero della Giustizia. E basandosi sulla sua ineguagliabile esperienza nell’antimafia, acquisita a Palermo, dal il via a una seconda stagione di nuove leggi, fondamentali nel contrasto all’organizzazione criminale. L’impegno legislativo che ci fu in quegli anni fu veramente inevitabile”.

STORIA E ANALISI DEL SERVIZIO CENTRALE DI PROTEZIONE 

Gli articoli 4 bis (Divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti) e il 41 bis dell’Ordinamento penitenziario, il 12 quinques della legge 306 del 1992, l’aggravante del metodo mafioso, l’attenuante della collaborazione, lo scioglimento dei Comuni e degli altri Enti per infiltrazione mafiosa sono norme importanti per il contrasto alle mafie,

L’intervento del Sostituto Procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Domenico Gozzo

“Oggi – ha evidenziato il Sostituto Procuratore – noi viviamo questo corpus normativo come definitivo. Un corpus che ci viene invidiato e che viene, lo diciamo con orgoglio, letteralmente copiato in tutto il mondo. Lo viviamo come qualcosa di normale e di ordinato, ma dobbiamo avere il coraggio di dire che non è così, non è mai stato in tutti questi 35 anni né è adesso scontato. La creazione di tutte queste nuove istituzioni, Servizio Centrale di protezione, Direzione Nazionale Antimafia, Direzione Distrettuale antimafia, DIA, fu fortemente contestata all’origine e ha continuato ad essere contestata anche negli anni successici”.

Si parlava all’epoca di una grave attacco alle prerogative del Parlamento, all’indipendenza della magistratura, di un disegno di ristrutturazione neo-autoritarie.

Addirittura il 2 dicembre 1991 l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) indisse il suo primo sciopero contro queste riforme.

Il quotidiano di Eugenio Scalfari, la Repubblica il 27 ottobre 1991 scriveva Il DNA del Pubblico Ministero – ha ancora ricordato il dottor Gozzo “si avvia ad essere sottoposto ad una totale mutazione genetica e si parlava anche di poco meno di un colpo di Stato”.

Il Parlamento si riunì e discusse a lungo su queste norme, in maniera anche piuttosto accesa. Il problema era anche la Direzione nazionale antimafia che doveva coordinare il lavoro di 26 Direzioni Distrettuali antimafia, che sostituivano, a loro volta, 159 Procure in tutta Italia che dovevano occuparsi del fenomeno mafioso.

Allo storico maxiprocesso contro la mafia del 10 febbraio 1986 (arrivato a sentenza il 30 gennaio 1992) al quale parteciparono circa 300 imputati, 200 avvocati difensori e 600 giornalisti da tutto il mondo.

Tra gli imputati presenti vi erano Luciano Liggio, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Leoluca Bagarella, Giuseppe Marchese, Michele Greco (che era latitante ma giorni dopo fu catturato e presenziò al processo) e moltissimi altri; tra i contumaci figuravano Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Nitto Santapaolae il superkiller Giuseppe Lucchese.

Le accuse ascritte agli imputati includevano, tra gli altri, 120 omicidi, narcotraffico, rapine, estorsione, e, ovviamente, il delitto di “associazione mafiosa“.

L’interrogatorio di Tommaso Buscetta al maxiprocesso di Palermo

Ma nonostante il contributo dei collaboratori di giustizia quali Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Salvatore Contorno e altri  che consentirono di scardinare, dall’interno, il sistema di Cosa Nostra questi collaboratori furono criticati ancor prima che venisse approvata la  legge.

“Venivano dipinti come traditori prezzolati – ha proseguito Gozzo-. Non si aveva vergogna a dirlo, nonostante questo fosse quello che diceva la mafia sui collaboratori di giustizia, ovvero che, per soldi ,vendevano i propri amici, i propri sodali, e che perciò solo erano sicuramente inattendibili. Queste cose sono state sostenute nelle aule di giustizia per anni”.

Falcone si accostò, con grande umiltà, all’esperienza americana però la modificò.

Il Capo della Polizia Pisani, durante il suo intervento, ha ricordato che la storia del Servizio Centrale di Protezione ripercorre, per certi aspetti, quella del nostro Paese.

il capo della Polizia Direttore Generale della Pubblica Sicurezza Prefetto Vittorio Pisani

Pisani ha parlato dell’evoluzione normativa che dagli anni ’90 ha portato all’attuale sistema della collaborazione di giustizia.

“Parlare di tale evoluzione – ha detto – significa anche parlare della storia del contrasto alla criminalità organizzata, che affonda le sue radici nella legge Rognoni-La Torre, che per la prima volta introdusse nell’ordinamento il reato di associazione mafiosa e consentì l’aggressione dei patrimoni mafiosi”.

Il capo della Polizia ha ricordato Giuliano Vassalli, padre della legge istitutiva del Servizio Centrale di Protezione e del Codice di Procedura penale, strumento di lavoro per tanti magistrati e investigatori.

Ha poi ottolineato che, dal 1991, quando fu istituito il Servizio centrale di protezione, la politica maturò la consapevolezza della necessità di una normativa omogenea e organica sul fenomeno criminale mafioso.

“Oggi noi raccogliamo questa eredità normativa – ha ricordato- e di impegno di magistrati e Forze dell’Ordine nel contrasto alle mafie, un’eredità che, in vero, trova il suo primo nucleo negli anni ’80 con la creazione del Nucleo Centrale anticrimine per il contrasto alla mafia palermitana, poi diventato Servizio Centrale Operativo fra i quali direttori ricordo i capi della Polizia, Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli e Alessandro Pansa”.

Il capo della Polizia ha affermato che “ricordare la storia del Servizio centrale di protezione significa dedicare la giusta attenzione alla storia del nostro paese, una storia fatta anche di collaboratori di giustizia che hanno permesso di disarticolare associazioni criminali e di intuizioni della politica, della magistratura e delle Forze di Polizia per rendere Sistema quella che è stata un’esperienza investigativa, operativa e di conoscenze.

“Oggi abbiamo il dovere di rendere questo Sistema di contrasto più funzionale e aggiornato alle esigenze e di trasferirne principi e valori a chi verrà dopo” ha concluso.

Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni

Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni nel corso del suo intervento ha sottolineato che “Questa ricorrenza non è solo simbolica, ma rappresenta un’occasione concreta per riaffermare il valore del sistema di protezione come uno dei presidi fondamentali nella strategia dello Stato contro la criminalità organizzata. La lotta alle mafie non ha e non deve avere colore politico. La scelta della legalità chiama lo Stato ad una responsabilità forte ed autorevole nella lotta alla criminalità, nel segno dell’abnegazione, del senso del dovere e del sacrificio di chi, come Giovanni Falcone, ha lasciato questa eredità”.

Nel pomeriggio, nella stessa location, si è svolto un workshop con l’intervento di rappresentanze di organismi internazionali e di diversi rappresentanti delle forze di polizia estere in cui sono stati esaminati i profili di cooperazione europea nell’ambito della protezione.

IL SERVIZIO DI PROTEZIONE OGGI

“Noi oggi lavoriamo in un circuito relazionale di altissimo livello – ha illustrato il Direttore del Servizio Centrale di Protezione Generale di Brigata dei Carabinieri Giancarlo Scafuri -. Lavoriamo con tutti gli uffici pubblici e privati che effettivamente possano dare una gestione giusta, nel rispetto sempre delle norme, a questo fenomeno che è di fondamentale importanza anche in previsione dei processi. Le testimonianze sono importantissime”.

La versatilità del Servizio Centrale di protezione dà la possibilità di essere leader  in Italia,  in Europa ,a anche in altri Paesi del mondo.

“Il sistema di protezione italiano è uno dei più moderni che c’è in questo momento nei vari Continenti – ha evidenziato il Generale Scafuri . Sono molti i Paesi che ci chiamano. Sono molti quelli che effettivamente incontriamo in consessi nazionali e internazionali dove ci viene chiesto di poter studiare la nostra normativa, la struttura del Servizio stesso”.

 Il Servizio Centrale di protezione lavora sempre per un aggiornamento per la sicurezza delle persone che devono essere protette. Un lavoro svolto sotto la direzione della Commissione centrale, la supervisione del capo della Polizia.

Nel pomeriggio, nella stessa location, si è svolto un workshop con l’intervento di rappresentanze di organismi internazionali e di diversi rappresentanti delle forze di polizia estere in cui sono stati esaminati i profili di cooperazione europea nell’ambito della protezione.

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