Editoria: il nuovo libro di Toni Capuozzo: “Lettere da un Paese chiuso”. L’Italia ai tempi del Coronavirus

Di Vincenzo Santo*

Portogruaro. È cosa non complicata tenere un diario, tutto sommato. Probabilmente neanche tanto impegnativa. Basta mettersi di buzzo buono, osservare, ascoltare e annotare.

Toni Capuozzo alla presentazione del suo libro a Portogruaro

Ben diverso è quando un tale strumento viene utilizzato con l’intento di colloquiare con il mondo esterno, su Facebook, in una situazione di chiusura obbligata.

Anche un metodo per nobilitare un social su cui gira di tutto.

Ed è quanto ha fatto Toni Capuozzo con il suo “Lettere da un Paese chiuso – Storie dall’Italia del coronavirus”.

Le copertine del volume in esposizione

Il nostro Paese al tempo della chiusura imposta per via del Covid-19.

Ma Capuozzo non si limita a registrare ciò che accade giorno dopo giorno. Offre molto di più.

Come tutti gli scritti di questo genere, il libro “rischia” utilmente di diventare un riferimento storico per il puntuale resoconto di ben 71 giornate. Un contributo, quindi, alla storia contemporanea.

Qualcosa in più dicevo. Ecco, egli trova sempre il modo, nel quotidiano racconto, di aprire delle finestre di riflessione e per zoomare su quelle pieghe del tempo che hanno tracciato la sua esperienza professionale.

Piacevoli paralleli che ci fanno rendere conto di come i sentimenti e le impressioni si ripetano nel corso della nostra vita, arricchendola. Una sorta di “effetto cumulo”. Se solo si vuole approfittare delle occasioni.

Pertanto, ciò che si scrive diventa anche un dono per il lettore, dandogli la possibilità di fermarsi e riflettere.

Già, la riflessione, il fondamento del pensiero. Ed ecco che il nostro mondo ci viene presentato con delicatezza e con apparente disinvoltura a incorniciare questa nostra tragedia, che molti ha colpito in questi mesi, con la guerra, il terrorismo, l’immigrazione o il terremoto.

Giovani immigrati

E, ovviamente, con la Cina, con la sua spinta a divenire protagonista indiscussa in una storia che non finisce mai.

Ma poi l’autore ci obbliga piacevolmente a spingere lo sguardo su altri elementi che caratterizzano nel bene e nel male la nostra società: la memoria debole, la voglia di Patria o il suo diniego, la ricerca e la necessità di “passione civile”. Ma anche l’approssimazione e la superficialità.

È infatti tollerabile che dallo scorso maggio, cioè da quando è stata destinata la somma di più di un miliardo di euro per incrementare la disponibilità di terapie intensive sul territorio, solo adesso, forse, stiano per partire le relative gare, dopo che da mesi veniamo terrorizzati da governanti ed esperti con la minaccia di una seconda ondata? No, non lo è!

Forse, è l’eccessiva e stucchevole attenzione al pericolo fantasioso del fascismo che fa perdere di vista la messa in atto efficace ed efficiente dei programmi da parte di politicanti sprovveduti, probabilmente incapaci persino di gestire le pulizie di casa.

E poi c’è anche l’autofustigazione tipicamente italiana per cui, come accaduto a Sanremo, accettiamo di prenderci la ramanzina di una pasionaria sulla violenza sulle donne, senza che nessuno le faccia aprire la mente su dove, nel mondo, la violenza sulle donne è veramente cosa di ogni giorno.

Intervento pretestuoso e scelta vergognosamente populista da parte del direttore artistico.

Ma Capuozzo offre spazi anche più profondi, degni di riflessioni più impegnative e che la vicenda del coronavirus ci ha posto dinanzi: la morte, il destino, la paura, il dolore, soprattutto quello di dare un nome ai caduti, la follia e la pietà che non può costituire una noiosa abitudine, guai a perderla, dico io, come il senso della vergogna, una volta che non ci si vergogna più di nulla è finito qualsiasi residuo etico-morale.

Insomma, un combinato disposto di sentimenti su cui ognuno può tracciare liberamente le proprie considerazioni, magari per migliorarsi e guardare con occhio critico e pragmatico alla vita, propria e degli altri.

Magari per sfuggire alla confusione, che io credo sia indotta soprattutto dallo schiavismo televisivo e radiofonico, favorito da conduttori pretestuosi e da esperti faziosi, nonché dall’immondizia che macina nei social, che fa scambiare per ideale l’appartenenza politica, per cui abbiamo un virus che un po’ è di sinistra e a volte di destra, e le liti nei reality per passioni.

Siamo un popolo di followers il cui pensiero è violentato e oppresso da slogan e luoghi comuni? Io dico di sì.

 

INSERZIONE PUBBLICITARIA

La verità e la realtà vengono sempre a galla. La prima come scoperta e la seconda come sorpresa. E quando la realtà ci prende di sorpresa andiamo in emergenza. Ecco il perché esiste la necessità della pianificazione e della programmazione che, quando falliscono, lo fanno solo perché noi abbiamo scelto la gente sbagliata.

Quasi non ci facciamo più caso, ma siamo noi stessi complici nell’essere un popolo abituato a venir guidato male. Non importa il colore.

Un libro da leggere, io credo, con questo spirito. Con la voglia non di perdersi dietro a numeri e statistiche, oppure nella cronaca degli eventi, ma nella riflessione verso la quale, ne sono convinto, l’autore ci vuole portare.

*Generale di Corpo d’Armata (Ris) dell’Esercito

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