Di Giuseppe Gagliano*
ABU DHABI .L’eventuale vendita agli Emirati Arabi Uniti dei missili da crociera supersonici BrahMos e del sistema indiano Akashteer per il comando e controllo della difesa aerea non è un semplice contratto militare.

È un segnale politico, industriale e strategico.
Dice che Nuova Delhi non vuole più essere soltanto un gigante demografico ed economico, ma intende diventare anche un fornitore di sicurezza. E dice che Abu Dhabi non vuole più dipendere in modo quasi esclusivo dalle tradizionali garanzie occidentali.
La novità vera è qui.
Gli Emirati non comprano solo armi. Comprano margini di autonomia. Comprano ridondanza strategica. Comprano la possibilità di parlare con Washington, Parigi, Mosca, Pechino e Nuova Delhi senza consegnarsi interamente a nessuno.

È la logica delle potenze medie del Golfo: non rompere con il vecchio protettore americano, ma costruire alternative credibili nel caso in cui il protettore diventi esitante, costoso o politicamente instabile.
La lezione iraniana
La guerra iniziata il 28 febbraio tra Stati Uniti, Israele e Iran ha cambiato la percezione della sicurezza nel Golfo.
Gli Emirati, secondo le ricostruzioni citate, avrebbero dovuto fronteggiare migliaia di missili e droni. Anche quando le difese funzionano, una campagna di questo tipo mostra il limite della protezione classica: non basta avere buoni intercettori, bisogna avere una rete capace di vedere, classificare, decidere e colpire in pochi secondi.
È qui che Akashteer diventa interessante. Non è soltanto un sistema d’arma, ma una nervatura digitale: collega radar, sensori, batterie missilistiche e centri decisionali, permettendo di gestire minacce simultanee provenienti da più direzioni.

In un Teatro come il Golfo, dove droni a basso costo, missili balistici e missili da crociera possono saturare le difese, la differenza non la fa il singolo lanciatore ma la qualità dell’architettura.
Il BrahMos risponde invece a un’altra esigenza: la deterrenza offensiva.
Gli Emirati non vogliono soltanto difendersi. Vogliono poter far capire a Teheran, o a qualunque altro avversario, che un attacco avrebbe un prezzo.
Un missile supersonico con una gittata ampia e una velocità elevata non è solo uno strumento tattico: è un messaggio politico.
Significa che Abu Dhabi vuole disporre di una capacità convenzionale di risposta a lunga distanza, credibile e rapida.
L’India entra nel mercato della SIcurezza
Per l’India, l’affare sarebbe ancora più importante. Nuova Delhi è stata per decenni uno dei maggiori importatori mondiali di armamenti.
Ora vuole diventare esportatore. Il BrahMos, sviluppato con la Russia, è il simbolo di questa trasformazione: prima venduto nelle Filippine, poi al centro dell’interesse di altri Paesi asiatici e latinoamericani, ora possibile carta d’ingresso nel Medio Oriente.
Il salto è politico prima ancora che commerciale. Vendere armi al Golfo significa entrare in uno dei mercati più ricchi e più esigenti del mondo.
Significa competere, almeno in parte, con Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.
Significa dimostrare che l’industria militare indiana non produce soltanto per il proprio esercito, ma può offrire sistemi affidabili, esportabili, integrabili e accompagnati da cooperazione industriale.
La formula indiana piace agli Emirati perché non si limita alla vendita chiavi in mano.
Nuova Delhi si presenta come partner disposto a discutere produzione congiunta, trasferimento tecnologico, ricerca comune e sviluppo industriale. È esattamente ciò che Abu Dhabi cerca: meno dipendenza, più capacità locale, più controllo sulle tecnologie critiche.
Scenari economici
La partnership tra India ed Emirati non nasce dalla difesa. Nasce da un tessuto economico già robusto.
Gli Emirati sono tra i principali partner commerciali dell’India; milioni di cittadini indiani vivono e lavorano nel Paese; investimenti, energia, logistica, porti, finanza e intelligenza artificiale hanno già creato una relazione profonda.
L’annunciato pacchetto emiratino da 5 miliardi di dollari, insieme alla cooperazione nel settore dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali, mostra la direzione: Abu Dhabi non guarda all’India solo come mercato, ma come piattaforma.
L’India, dal canto suo, vede negli Emirati un ponte verso Medio Oriente, Africa e Mediterraneo.
Lo scenario economico più probabile è la nascita di un asse indo-emiratino fondato su tre pilastri: energia, tecnologia e difesa. Il primo garantisce continuità agli scambi; il secondo proietta i due Paesi nella competizione digitale; il terzo trasforma la relazione economica in alleanza strategica.
È geoeconomia pura: le armi diventano industria, l’industria diventa influenza, l’influenza diventa sicurezza.
Il Golfo non sceglie: moltiplica le opzioni
Sbaglierebbe chi leggesse questa intesa come un semplice schieramento contro il Pakistan o contro la Cina.
Gli Stati del Golfo non ragionano più in modo binario.
L’Arabia Saudita rafforza la cooperazione militare con Islamabad, anche attraverso addestramento, dispiegamenti e sistemi di difesa aerea. Gli Emirati, invece, puntano sull’India come partner multisettoriale: difesa, tecnologia, energia, mare, investimenti, connettività.
Non è una sostituzione. È una diversificazione.
Riad valorizza il Pakistan per profondità militare, legami storici e rapporto con il mondo islamico.
Abu Dhabi valorizza l’India per massa economica, industria tecnologica, proiezione marittima e capacità di diventare potenza manifatturiera della difesa.
Il risultato è un Golfo sempre meno dipendente da un solo garante esterno.
Valutazione militare
Dal punto di vista militare, l’interesse emiratino per BrahMos e Akashteer rivela una maturazione dottrinale.
Abu Dhabi ha capito che la difesa moderna non si fonda più sulla somma di sistemi costosi, ma sulla loro integrazione.
La guerra recente con l’Iran ha mostrato che il problema principale non è intercettare un missile isolato, ma sopravvivere a ondate complesse di missili, droni e attacchi combinati.
Akashteer serve a ridurre il tempo tra rilevamento e risposta.
BrahMos serve ad aumentare il costo potenziale di un’aggressione. Insieme, i due sistemi esprimono una logica di scudo e spada: protezione della rete difensiva e capacità di colpire a distanza.
Non trasformerebbero gli Emirati in una superpotenza militare, ma rafforzerebbero molto la loro deterrenza regionale.
Valutazione geopolitica e geoeconomica
Sul piano geopolitico, l’asse India-Emirati è una delle conseguenze più visibili del nuovo disordine internazionale.
Gli Stati Uniti restano centrali, ma non più esclusivi.
La Russia resta importante, ma più condizionata dalla guerra e dalle sanzioni.

La Cina avanza, ma suscita cautele. L’India si inserisce in questo spazio come potenza meno minacciosa, utile a tutti e ostile a pochi.
Per Abu Dhabi, Nuova Delhi offre una combinazione rara: peso demografico, mercato immenso, capacità tecnologica crescente, ambizioni militari e assenza di una postura imperiale classica nel mondo arabo.
Per l’India, gli Emirati sono una porta sul Golfo, sull’Africa orientale, sulle rotte energetiche e sui capitali sovrani.
La partita, dunque, non è solo militare.
È il tentativo di costruire una catena di sicurezza indo-emiratina che tenga insieme missili, dati, energia, porti, capitali e intelligenza artificiale.
In questo senso, il possibile accordo BrahMos-Akashteer non è un episodio: è il sintomo di un sistema internazionale in cui le potenze medie non aspettano più ordini dai grandi imperi, ma costruiscono da sole il proprio spazio di manovra.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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