Emirati fuori dall’OPEC: alla base della scelta le numerose divergenze con Riyad e l’ostilità di Washington nei confronti dell’organizzazione

Di Fabrizio Scarinci

ABU DHABI. Come annunciato nei giorni scorsi, a partire da domani gli Emirati Arabi Uniti non saranno più parte dell’OPEC, organizzazione che riunisce dodici dei principali Paesi esportatori di petrolio allo scopo di negoziare la maggior parte degli aspetti legati alla produzione, ai prezzi e alle concessioni con le compagnie petrolifere operanti sui loro territori.

Un impianto petrolifero

Considerando che la produzione di petrolio degli Emirati corrisponde grossomodo al 12% di quello dell’intera OPEC, per l’organizzazione si tratta, senz’altro, di un colpo molto duro.

Come specificato da fonti vicine allo stesso governo emiratino, tale decisione si inserisce, infatti, in una più ampia visione economica di lungo periodo, nell’ambito della quale Abu Dhabi intende operare un graduale aumento della propria produzione.

In conseguenza di ciò, l’enorme potere contrattuale dei Paesi membri, e, in particolare, dell’Arabia Saudita, che informalmente guida l’organizzazione, dovrebbe ridursi in maniera significativa.

Dietro questa mossa, di cui si rallegrano, ovviamente, moltissimi Paesi importatori (Italia inclusa), in molti vedono la mano di Washington, che, al di là dell’aumento delle sue capacità produttive interne, non ha mai visto di buon occhio gli effetti sull’economia mondiale delle politiche sui prezzi portate avanti dal cartello.

Accanto a questo, non bisogna, però, dimenticare le storiche divergenze tra Abu Dhabi e Riyad.

Divergenze che si sono manifestate sia in Sudan che con riferimento alla crisi yemenita, dove entrambi i Paesi hanno agito contro le milizie Houthi alleate dell’Iran, ma in una situazione di sostanziale competizione tra loro, che li ha gradualmente portati ad appoggiare sul campo due organizzazioni tra esse rivali.

Un Tornado IDS della Royal Saudi Air Force. Molti di questi velivoli hanno preso parte alle operazioni contro gli Houthi

In particolare, si tratta del Southern Transitional Council, supportato dagli Emirati, e del movimento Al-Islah, armato e sostenuto finanziariamente dai sauditi.

In tale contesto, i vertici di Riyad sembrerebbero non aver digerito gli importanti successi militari ottenuti dal Southern Transitional Council, che, col tempo, hanno permesso a tale organizzazione di acquisire il controllo di ampie fasce di territorio proprio lungo i confini meridionali del regno saudita.

Di conseguenza, il 30 dicembre scorso l’aviazione di Riyad ha condotto una vasta operazione d’attacco contro il porto yemenita di Mukalla, quartier generale dell’STC, determinando un notevole raffreddamento dei rapporti con Abu Dhabi.

Con tale situazione sullo sfondo sono, quindi, arrivati i raid israelo-statunitensi sull’Iran e la risposta di Teheran, con gli Emirati che, colpiti più di chiunque altro, hanno più volte espresso critiche nei confronti dei loro vicini (pesantemente colpiti anch’essi, a dire il vero) per la scarsa solidarietà ricevuta.

In generale, non si può non osservare come Riyad e Abu Dhabi, comunque ancora formalmente partner nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo, abbiano due visioni molto diverse dello scacchiere della penisola araba.

Se, infatti, i sauditi appaiono maggiormente inclini a puntare sulla stabilità dei governi centrali e sul controllo dei prezzi petroliferi per proteggere la propria trasformazione interna (il paino “Vision 2030” ndr), le maggiori priorità degli emiratini sembrerebbero, invece, essere quella di contrastare l’Islam politico (con particolare riferimento alla Fratellanza Musulmana, a cui, in realtà, è molto ostile anche Riyad) e quella di consolidare il ruolo di hub commerciale globale del loro Paese.

Alla luce di quanto accaduto, nel prossimo futuro sarà, senza dubbio, da attenzionare l’evoluzione dei rapporti di Riyad con Washington e Tel Aviv, anche nell’ottica del progetto di Washington di normalizzare e, quindi, consolidare le relazioni tra Israele e monarchie del Golfo attraverso i cosiddetti accordi di Abramo.

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