Di Giuseppe Gagliano*
BRUXELLES. La scelta dell’Unione Europea di invitare rappresentanti talebani in spazi diplomatici europei non è un dettaglio procedurale, né una semplice concessione al pragmatismo. È un passaggio politico che tocca il cuore stesso della credibilità europea. Per anni Bruxelles ha costruito la propria immagine internazionale attorno a una formula precisa: diritti umani, Stato di diritto, democrazia, tutela delle donne, difesa delle minoranze. Poi, di fronte all’Afghanistan dei Talebani, quella formula rischia di trasformarsi in una dichiarazione retorica buona per i comunicati ufficiali, ma fragile quando incontra la durezza dei rapporti di forza.

Il problema non è stabilire se si debba o meno parlare con i Talebani. In politica internazionale, il dialogo con attori sgraditi è spesso inevitabile. Il punto è un altro: chi parla, dove parla, a quali condizioni e con quale messaggio politico. Una cosa è mantenere canali tecnici per garantire aiuti umanitari, evacuazioni, protezione consolare, gestione dei rifugiati. Altra cosa è aprire le porte di sedi europee a un movimento che ha cancellato le donne dalla vita pubblica, represso la libertà di espressione, colpito la società civile e riportato l’Afghanistan dentro una forma di dominio politico-religioso incompatibile con i principi che l’Europa afferma di difendere.
Il conto morale della normalizzazione
Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, i Talebani non hanno dato segnali credibili di evoluzione politica. Hanno escluso le ragazze dall’istruzione superiore, limitato drasticamente il lavoro femminile, imposto restrizioni alla libertà di movimento, ridotto al silenzio giornalisti, attivisti, oppositori, minoranze. Il loro potere non nasce da un mandato popolare, ma dalla vittoria militare e dal vuoto lasciato dal crollo dello Stato afghano sostenuto dall’Occidente.
Per questo ogni gesto diplomatico conta. L’invito formale non è mai neutro. Anche quando viene presentato come “tecnico”, produce effetti simbolici e politici. I Talebani possono trasformarlo in propaganda interna ed esterna: “vedete, l’Europa ci riceve, tratta con noi, riconosce che siamo gli interlocutori necessari”. È esattamente qui che il realismo diplomatico scivola verso la normalizzazione.
Il rischio è che l’Unione Europea finisca per pagare due volte il prezzo dell’Afghanistan. La prima volta con la sconfitta strategica del 2021, quando vent’anni di intervento occidentale si dissolsero in poche settimane. La seconda volta oggi, accettando di trattare con i vincitori di quella guerra senza ottenere nulla sul terreno dei diritti, dell’inclusione politica e della protezione della popolazione.

La contraddizione strategica europea
Sul piano geopolitico, Bruxelles si trova stretta tra due esigenze. Da un lato, non può ignorare l’Afghanistan. Il Paese resta centrale per i flussi migratori, la sicurezza regionale, il rischio terroristico, il traffico di droga, la stabilità dell’Asia centrale e il rapporto con potenze come Pakistan, Cina, Iran, Russia e Qatar. Dall’altro lato, se l’Europa tratta i Talebani come un governo ordinario senza condizioni stringenti, perde la propria principale risorsa diplomatica: la forza normativa, cioè la capacità di presentarsi come attore politico fondato su regole e diritti.
Questa è la vera fragilità europea. L’Unione non dispone della potenza militare degli Stati Uniti, né della spregiudicatezza russa, né della capacità cinese di negoziare soltanto su infrastrutture, miniere e sicurezza. La sua influenza deriva soprattutto dalla credibilità dei suoi principi, dalla forza economica, dagli aiuti, dalla cooperazione, dall’accesso ai mercati, dalla legittimità politica. Se anche questa dimensione viene sacrificata, l’Europa resta con poco in mano: né potenza classica, né potenza morale.
I Talebani, al contrario, sanno perfettamente che il tempo lavora per loro. Più aumenta la stanchezza occidentale, più cresce il bisogno europeo di contenere migrazioni e crisi umanitarie, più diventa facile trasformare il contatto tecnico in accettazione politica. È una vecchia legge della diplomazia: chi ha più bisogno dell’accordo tende a cedere più rapidamente sui principi.
Scenari economici: aiuti, risorse e ricatto umanitario
La questione afghana non è solo morale. È anche economica e geoeconomica. L’Afghanistan è un Paese poverissimo, dipendente dagli aiuti esterni, ma collocato in un’area di enorme valore strategico. Possiede risorse minerarie importanti, tra cui rame, litio, terre rare, ferro, oro e materiali essenziali per le filiere tecnologiche. È inoltre un possibile corridoio tra Asia centrale, subcontinente indiano, Cina occidentale e Medio Oriente.
La Cina guarda all’Afghanistan con interesse prudente: sicurezza dei confini, contenimento dei gruppi jihadisti, accesso alle risorse, possibile integrazione nei corridoi economici regionali. La Russia vede Kabul come un dossier utile per riaffermare influenza in Asia centrale. L’Iran cerca di proteggere i propri interessi idrici, religiosi e commerciali. Il Pakistan continua a oscillare tra tutela, paura e conflitto con un potere talebano sempre meno controllabile.
In questo quadro, l’Europa rischia di essere marginale. Se limita la propria politica all’erogazione di aiuti e alla gestione dei rifugiati, senza una strategia politica coerente, finirà per finanziare indirettamente la stabilità minima del regime senza modificarne la natura. L’aiuto umanitario resta necessario, perché la popolazione afghana non può essere punita per le colpe di chi governa. Ma deve passare attraverso canali indipendenti, controllabili, trasparenti, capaci di raggiungere famiglie, donne, bambini, comunità locali, senza rafforzare gli apparati repressivi.
Qui si gioca una partita decisiva: aiutare l’Afghanistan senza finanziare la sua prigione politica.
La dimensione militare e di sicurezza
Sul piano militare, i Talebani hanno vinto perché hanno resistito più a lungo dell’Occidente. Non possiedono un esercito moderno nel senso classico, ma controllano il territorio attraverso reti locali, strutture religiose, apparati di sicurezza, ex combattenti integrati nel nuovo potere. La loro forza non è tecnologica: è territoriale, ideologica, tribale, repressiva.
Per l’Europa il problema principale è duplice. Primo: evitare che l’Afghanistan torni a essere una piattaforma stabile per gruppi jihadisti transnazionali. Secondo: impedire che la cooperazione antiterrorismo diventi l’alibi per chiudere gli occhi sulla repressione interna. È già accaduto molte volte: si accetta un potere autoritario perché promette ordine, poi si scopre che quell’ordine produce nuove radicalizzazioni.
Una politica europea seria dovrebbe fissare condizioni precise: accesso all’istruzione femminile, garanzie per le organizzazioni umanitarie, protezione delle minoranze, libertà minima per la società civile, monitoraggio internazionale, esclusione di gruppi terroristici dalle strutture di potere. Senza questi elementi, ogni forma di dialogo rischia di diventare soltanto un vantaggio per i Talebani.
Rifugiati: il ritorno non può essere imposto
C’è poi il tema dei rifugiati afghani. Parlare di rimpatrio volontario senza sicurezza, lavoro, diritti e protezione giuridica significa usare parole rassicuranti per coprire una realtà brutale. Nessun ritorno può essere davvero volontario se chi torna rischia persecuzioni, fame, esclusione sociale, vendette politiche o cancellazione civile, soprattutto se donna, attivista, giornalista, ex funzionario, appartenente a minoranze o collaboratore delle istituzioni occidentali.
L’Europa deve evitare una tentazione pericolosa: trasformare il dialogo con i Talebani in uno strumento per liberarsi del problema migratorio. Sarebbe una scelta miope e cinica. La stabilità dell’Afghanistan non nasce dal rimandare indietro persone vulnerabili, ma dalla costruzione di un ordine politico inclusivo, capace di rappresentare la pluralità del Paese.
La via alternativa: parlare con l’Afghanistan, non solo con i Talebani
La vera alternativa non è il silenzio diplomatico. È un’altra diplomazia. L’Unione Europea dovrebbe costruire un processo politico che coinvolga non soltanto le autorità di fatto, ma anche donne afghane, rappresentanti della società civile, minoranze etniche e religiose, diaspora, ex funzionari, organizzazioni locali, gruppi professionali, educatori, medici, giornalisti. In altre parole: parlare con l’Afghanistan reale, non soltanto con chi oggi ne occupa il potere.
Questo non significa negare la realtà del controllo talebano. Significa non confondere il controllo militare con la legittimità politica. La legittimità non nasce dal possesso dei ministeri, ma dalla capacità di proteggere i cittadini, garantire diritti, rappresentare la società, accettare limiti al proprio potere.
L’Europa e il prezzo della coerenza
La diplomazia senza principi può sembrare efficace nel breve periodo, ma produce debolezza nel lungo. L’Europa deve parlare con tutti quando necessario, ma non deve ricevere tutti allo stesso modo. Deve negoziare, ma senza offrire riconoscimenti gratuiti. Deve aiutare la popolazione afghana, ma senza consolidare la macchina politica che la opprime. Deve gestire sicurezza e migrazioni, ma senza barattare i diritti delle donne afghane con una quiete apparente.
Il caso afghano è un test. Dice se l’Unione Europea è ancora capace di essere qualcosa di più di un mercato ricco e impaurito. Dice se i suoi valori sono strumenti di politica estera o semplici ornamenti verbali. Dice, soprattutto, se Bruxelles ha imparato qualcosa dalla disfatta del 2021.
Perché una cosa è certa: quando una potenza rinuncia ai propri principi senza ottenere risultati concreti, non diventa più realista. Diventa soltanto più debole.
* Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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